Correre con il tempo

Un’illusione chiamata time management

Di recente, va di moda il time management. Organizzare la giornata in piccoli blocchi, alternando lavoro e svago. Citare qualche aforisma, del tipo, Seneca: “il tempo è l’unica cosa che ci appartiene veramente”. Presentare il tutto come una strategia intelligente per aumentare la produttività, e spiegare che strutturare le proprie giornate è l’unico modo per non sprecare la propria vita. Tutto molto interessante, certo, nondimeno basato su una premessa incerta: che il tempo sia qualcosa che si può strutturare, catturare, a cui si può dare forma a proprio piacimento.

Esiste un villaggio in Norvegia dove la scansione della giornata in ore è stata abolita. Tutti gli orologi sono stati appesi a un ponte. A che servivano? Nel paese c’erano sei mesi di luce totale seguiti da sei mesi di buio. Una trovata turistica — dirà qualcuno — o una bizzarria, da infilare in qualche aneddoto. E se, invece, fosse una ribellione a quella morale che ci vuole tutti padroni e schiavi del tempo, una dichiarazione di indipendenza, un dire: “io sono più delle mie ore”? O, ancora meglio: “le mie ore sono più di quelle misurate da un quadrante e due lancette”. Aboliti gli orologi, il tempo ritorna nella sua dimensione mentale, privata, personale. Ritorna questione individuale; non è possesso, ma ritmo. Sfuggente, impalpabile, mutevole. E, se il presente non si può definire, ancora più rarefatti diventano ai miei occhi passato e futuro.

Il passato: ricordi a cui mi affido per orientare il mio presente, contando su di loro come indicazioni certe, stabili. Però, se mi fermo a pensarci, mi rendo conto che potrei benissimo ricordarli male, ricordarli in parte, e che alcuni potrei benissimo essermeli inventati. Se vado a cercare, non ci sono foto, non ci sono pagine di diario — magari invece trovo pagine di diario su qualche evento che neanche posso associare alla mia vita. Però è lì, e quella è la mia scrittura. Così il passare del tempo ci spinge a mettere in dubbio noi stessi.

Il futuro, poi! Parola leggera o pesante?
Pensando all’università, mi capita sempre più spesso di usare parole come “lo faccio per il mio futuro, fra qualche anno vorrei, più avanti nella mia vita ho intenzione di”… Poi mi fermo e ripenso attonita a quello che ho appena detto. Ma come faccio a conoscerlo, il futuro? Come posso etichettare e dare forma a qualcosa che è poco più di una speranza, una sensazione, un’idea? Eppure ci siamo abituati (noi cosiddetti giovani in particolare) alla persistenza del futuro come peso, una divinità a cui offrire tributi ingenti, lavoro indefesso, sacrifici vari, aspettative sempre troppo alte o male indirizzate. Mi viene la tentazione di rifiutare tutto questo, di proclamare il disordine completo, abolire anche per me orologi e calendari…

Mi ferma la paura del caos. Abolendo l’idea di tempo, cosa ci resta? E qui si arriva al cuore del paradosso: da un lato, nessuno di noi sa cos’è il tempo. Crediamo solo di saperlo, quando poi si cerca di approfondire l’argomento, di dare una definizione univoca, ecco che le parole ci sfuggono e le idee si rivelano vuote, e gli orologi, beh, gli orologi diventano un nonsenso. Dall’altro lato, il tempo pare essere l’unica misura tangibile della nostra esistenza. Seneca forse non aveva tutti i torti dicendo che è l’unica cosa che ci appartiene. Solo, non si tratta di vera appartenenza. Tutto nella vita cambia, tutto scorre, il tempo invece c’è sempre, anche se nella sua maniera invisibile; scandisce la nostra vita, le dà un ritmo.
Un’ambiguità difficile, faticosa da reggere, ardua da abitare senza fraintendimenti. Non si domina il tempo, ma si può dargli una forma. A patto, però, di riconoscere quanto sia effimero.

Francesca

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