L’inquietudine allo specchio

Inizia oggi, con l’inedita coppia FrankAnna per le illustrazioni, “Come il cinema ti cambia la vita”, nuova rubrica di Federico che proverà a tenere insieme film e vita quotidiana.

 

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. — Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa

Sono per terra. Tutto accovacciato, ristretto, schiacciato. La luce è spenta. Fuori fa freddo. Mi tengo le ginocchia al petto grazie all’aiuto delle mie esili mani. Mi muovo poco a poco, studio l’ambiente attorno a me. Riesco a trascinarmi, rantolando, fino all’interruttore. Alzo di poco il braccio destro, scomponendo il precario equilibrio cui s’aggrappavano le mie ginocchia. Con la punta dell’indice lo sfioro appena, l’interruttore. Quel piccolo tasto bianco — per fortuna — è ricordo indelebile, impresso nella mia mente. Il difficile è trovare la forza per schiacciarlo nel modo giusto.
Sento il sangue ribollire nelle tempie. Lo lascio scendere, mentre mi sforzo di rimanere con l’indice su quell’interruttore, fino al collo. Poi lo sento nella giugulare interna, quell’unica vena di cui non dimenticherò mai il nome per tutte le volte che l’ho vista zampillare, incubo dopo incubo. Di lì passa alla vena succlavia, e lo sento salire, con un piccolo movimento ad arco, fino alle spalle. Da quel momento, sento il sangue precipitare. Inonda l’intero braccio, passa dai polsi e vola in quel dannato indice destro. Ora la sento, quella forza. Quella “vis, roboris” tanto irregolare da precipitare nella mia mente per non abbandonarla più. Quella forza greca, più d’animo che di corpo, mi consente di schiacciare l’interruttore.
La luce, con ferocia, s’accende. La mano, tanto agonicamente sospesa nell’aria, subisce il contraccolpo e sbatte a terra, con inumana crudeltà. Il cuore sobbalza, la mente impazza, e il corpo si scarta. L’attimo dopo, senza nemmeno capire come, sono in piedi.

Quella costernata esplosione, quella risata deflagrante, divenuta iconica ancor prima che la storia lo decreti — pochi giorni dopo — l’ho trovata davanti a me. Al mio fianco, un’accecante bellezza mi teneva la mano, mentre io, tremante e angoscioso, mi accucciavo di fronte a me stesso. Quel boato poeticamente imperfetto della sua risata, quella patologica necessità di un riscontro, quella devastazione versata su una città non pronta per l’inopinata e la radicata diversità d’animo, erano tanto di Joker quanto mie. In 122 minuti, con un film per tutti e di nessuno — meravigliosamente diretto da un troppo poco applaudito Todd Philips e strepitosamente interpretato da un Joaquin Phoenix davvero superiore a quel mero riconoscimento chiamato Oscar che tutti gli vogliono affibbiare — mi sono passati davanti agli occhi il mio passato, il mio presente, e soprattutto il nostro futuro. Un futuro dominato dal guerresco conflitto tra oppressi e oppressori, tra primi e ultimi; un futuro costellato dalla fasulla e simbolica violenza, appiccicata sui volti come una maschera; un futuro in cui, per dirla con Orwell, “la realtà esiste nella mente umana e non altrove”.
Scorro nella mia mente all’indietro ed estraggo il ricordo di venerdì 20 settembre 2019. Stessa bellezza abbacinante ad avvolgermi la mano, stesso animo — tremante e angoscioso — rassegnato di fronte alla potenza delle immagini che mi proiettano su un grande schermo. Un Luca Marinelli — lui sì — da Oscar, diretto da Pietro Marcello, domina per 129 minuti lo schermo, sparando al cuore di chi guarda. Con Martin Eden, per la prima volta in vita mia, ho sentito la catarsi, quella purificazione che porta l’animo a liberarsi da ogni contaminazione. Uno scrittore difficile, che sgomita per trovare l’attenzione necessaria alla cruda realtà di cui vuole parlare; un io perso tra se stesso e quel diabolico meccanismo chiamato amore: Martin Eden è vita e morte insieme, luce e catrame inscindibilmente uniti, in un gioco di luci sfolgoranti che diciamo “vita”.

Sono di nuovo qui. Per terra, accovacciato, e sempre al buio — questa volta, con il telefono in mano. Appoggio, quasi con timore, le mie impronte sui tasti. Cerco delle parole che descrivano come sto. Passa qualche istante.

Mi tolgono lo sporco dalla gola —
catrame
Mi squarciano dalle interiora, come un animale

Urla stridenti
si accorpano
in quel torpore regale

Leggo e rileggo, domandandomi se quei versi mi piacciano. Passa qualche istante. Mi dico che non è importante. Mi dico che una poesia, un libro, un film, una canzone, non passerà alla storia per il gradimento ricevuto. E che quell’indiano di famiglia scozzese, quell’Orwell che ha agito tanto sul mondo da creare un lemma a sé riferito, aveva proprio ragione quando disse che “siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto”.

Appoggio il telefono al mio fianco, spegnendo lo schermo. Mi alzo e, con dolcezza, mi sistemo. Ripenso a Joker, Martin Eden, all’abbagliante bellezza sempre al mio fianco e alle profezie di Orwell. E, per la prima e ultima volta, capisco cosa Pessoa — mentre con occhio puro si dilettava a guardare il mondo — intendesse.
In quei due film, nell’amore e nell’odio, nella vita e nella morte,

” […] ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”

Federico

Una risposta a "L’inquietudine allo specchio"

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  1. Le immagini entrano nel cuore e danno consistenza interiore ai due stupendi film citati.
    Il commento intenso di Federico è un grande esempio di critica del tutto nuova, estranea ai cliché, Si percepisce la sua emozione con grande intensità.

    "Mi piace"

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