L’intervista – Elena Grandi

Elena Grandi, conosciuta da Federico dopo la proiezione di Antropocene al Cinema Beltrade di Milano, è co-portavoce nazionale della Federazione dei Verdi e vicepresidente del Municipio 1 di Milano. Dopo gli articoli di Maria e Valeria, l’intervista a cui vi lasciamo si presenta come naturale chiosa del nostro trittico dedicato all’ambiente.

Ti abbiamo presentata come co-portavoce nazionale della Federazione dei Verdi nonché vicepresidente del Municipio 1 di Milano. Faresti, per i nostri lettori, un ripercorrere biografico? Grazie a quali tappe, con quale percorso, sei arrivata fin qui?
Sono sposata e mamma di tre figli grandi, un maschio e due femmine. Ho avuto la fortuna di potermi occupare molto della mia famiglia. Ho sempre svolto lavori editoriali, soprattutto revisione di romanzi, lavorando per la maggior parte del tempo da casa: sono stata un’antesignana del “lavoro agile”. Sono arrivata alla politica per caso: è una storia che amo raccontare, e quindi non mi tiro indietro. Ho incontrato un mio amico nel 2006 e mi ha chiesto se volessi entrare ne La rosa nel pugno, una lista che teneva insieme socialisti e radicali. Avevo un piccolo parterre di seguaci, e sebbene fossi la classica “candidata da chiusura delle liste”, riuscii a essere eletta. Curiosamente, la mia campagna elettorale è consistita in una mail, inviata da mio marito a dei suoi amici, con la quale li pregava di “togliermi un po’ di torno”.
Lì è iniziata questa avventura, per cinque anni all’opposizione con il sindaco Moratti: nel frattempo, insieme a Marco Cappato e ad altri, abbiamo avviato la campagna di raccolta delle firme per i cinque referendum per Milano, votati in concomitanza con le elezioni di Pisapia, che prevedevano interventi e progetti ambientali per la città. A quell’epoca, i Verdi mi hanno chiesto di entrare a fare parte della loro Federazione. Al Consiglio Comunale ho sempre preferito il Municipio che fornisce la grande opportunità di lavorare con e per le persone, dando una dimensione della politica di amministrazione del territorio e di continuo scambio con le esigenze dei cittadini. Con Pisapia sono stata per cinque anni Presidente della Commissione Verde Ambiente, Demanio e Casa; con Sala i Verdi hanno aderito a una lista civica, chiamata Sinistra per Milano e sono stata di nuovo eletta; ora sono Vicepresidente del Municipio 1 e Assessore al Verde, all’Ambiente, al Demanio e alla Casa. Nel frattempo, a Dicembre 2018, c’è stato il Congresso dei Verdi e da allora sono co-portavoce della Federazione dei Verdi insieme a Matteo Badiali: come per ogni ruolo, nei Verdi la parità di genere è prevista dallo statuto. Nella nostra organizzazione le autonomie locali sono molto nette: le Federazioni Regionali hanno un grande margine di azione, pur sempre nel massimo rispetto delle nostre regole, del nostro statuto e dei nostri ideali. All’indomani del congresso, con le elezioni europee alle porte, è iniziato un periodo molto intenso, siamo riusciti a creare Europa Verde, una lista che ha dato un fortissimo messaggio europeista oltreché ecologista in un momento in cui la paura della destra minavano (e minano tuttora) il concetto di Europa come grande Unione. Passando dallo 0.6 al 2.3%, per poco che sia stato, abbiamo quadruplicato i voti, e ora non abbiamo certo intenzione di fermarci.

Parliamo ora degli scioperi globali, e cioè di questo gigantesco fenomeno veramente impressionante, nato dall’idea di una minorenne, che ha avuto una vertiginosa crescita. Vorrei affrontare la questione da due prospettive: da un lato, tutto il bello che c’è in questi scioperi; dall’altro tutta la mancata consapevolezza dei ragazzi che scendono in piazza. Secondo sondaggi condotti da vari giornalisti, il 98% dei ragazzi presenti allo sciopero qui a Milano non solo non sapevano nulla di politica, ma nemmeno volevano saperne. Ora, dal momento che presumo che si scioperi in ragione di qualcosa che si conosce, mi domando che cosa possano avere a che fare dei cartelli come “- riscaldamento globale + sesso orale” o relativi all’aumento del veganesimo come risoluzione del problema. Cosa ti senti di dire su questa dualità del fenomeno?
Hai azzeccato perfettamente la questione. Il fenomeno di Greta ha avuto il grandissimo pregio di dare voce a informazioni e a saperi che erano solo riservati agli addetti: in un baleno, questo fenomeno è diventato virale e ha dato voce mediaticamente a un problema che già c’era. La consapevolezza della gente comune rispetto all’emergenza climatica e ambientale era nettamente inferiore rispetto a quella che c’è oggi: Greta è riuscita a trasformare una voce sommessa in una voce urlata. Il fatto è che anche se oggi la politica apparentemente non fa più finta di ignorare il problema, sostanzialmente i potenti lo stanno facendo ancora. La differenza con il passato è che questo sciopero non è assolutamente ideologico. Non è il ’68, non sono gli anni di piombo del ’77: qui stiamo parlando di cose evidenti — non respiriamo, abbiamo l’inquinamento, serve un nuovo modello economico sociale, e politico, e così via. È un problema molto pratico e aperto a tutti, come dimostra il fatto che molti ragazzi che scioperano nemmeno hanno l’età per votare; è per questo, dunque, che la consapevolezza, per quanto possa esserci in tutti, è a vario livello. I loro slogan, provocatori e a volte ingenui ben si inseriscono in questo contesto. Il problema non è tanto questo, quanto piuttosto che queste grandi masse hanno reazioni e posizioni diverse non solo tra Stato e Stato ma anche tra zona e zona. Per esempio, gli FFF italiani si dichiarano anti-politici e tendenzialmente non votano; quelli europei, invece, votano molto spesso i Verdi. Ciò che manca, dunque, è un passaggio fondamentale, per cui bisogna decidere se il movimento di Greta vorrà interloquire con le forze politiche o se vorrà continuare a fare “solo” del movimentismo. La consapevolezza, dunque, è poca, come molto poca è la conoscenza del sistema. Bisogna investire sulla formazione, sulla conoscenza, e su quei (comunque tanti) ragazzi che già stanno avvicinandosi alla politica e all’ecologia come sistema anche sociale: questo, credo, è quello che ci vuole per rendere ancora più forte, soprattutto agli occhi dei politici, la battaglia per il futuro di chi verrà dopo di noi.

Una cosa che perlomeno apparentemente mette d’accordo tutti è dare il voto ai sedicenni. Tu come la pensi? E, al di là di questo, cosa credi serva fare per riavvicinare i giovani — sedicenni o diciottenni che siano — al voto?Giovani Verdi hanno presentato una proposta per dare il voto ai sedicenni, in primis per responsabilizzare tutti. La nostra campagna ha un nome: “Sedici credici”. Con tutte le difficoltà del caso, credo sia giusto dare spazio a questa voce, anche perché questi ragazzi, in un’Italia sempre più anziana, meritano attenzione e di essere valorizzati. Ma la vera sfida, quella con cui desideriamo rilanciare la proposta dei Giovani Verdi, è abbassare l’età di eleggibilità. Non più 25 anni per la camera e 40 per il senato, ma rispettivamente 20 e 25 sono i numeri che garantiscono ai giovani di poter incidere e contare in un processo di cambiamento. Così avrà un senso portarli al voto e dimostrare che esiste un’alternativa che trascende dallo slogan, dalla demagogia e dalla propaganda. I giovani non devono rappresentare solo un nuovo bacino di voti ma devono essere i futuri protagonisti della vita politica europea. Grillo propone di levare il voto ai 65enni, noi di portare i ventenni nei luoghi della politica.

Vorrei dedicare una parentesi al grigiore dello scenario politico italiano. Al di là delle opinioni, abbiamo la Meloni e Salvini su cui non ci esprimiamo per gentilezza; un pregiudicato recentemente indagato per stragismo mafioso e condannato per frode fiscale nel 2013; un partito nato per perdere qualsiasi elezione, prima presieduto da una sorta di mitomane toscano e ora da quello che è noto per essere “il fratello di Montalbano”; a chiudere il cerchio, il Movimento di cui abbiamo appena parlato. Tenendo insieme queste forze abbiamo quasi il 90% di ciò che i pochi italiani che ancora votano scelgono alle elezioni. A questo bel quintetto si aggiungono estemporanee gaffes di questo o quel personaggio folcloristico, come quel La Russa da noi citato nell’ultimo mio articolo. Come, in questo raggelante scenario, è possibile riavvicinare quel quasi 50% di astenuti alla convinzione che il voto sia il loro principale strumento di espressione?
Purtroppo, nello scenario che hai descritto e che sottoscrivo, la politica, per il cittadino, non ha nessuna attrattiva. Io ho sempre votato, ma fino ai 40 anni non mi sono molto interessata, e da quando sto facendo questa esperienza mi sento molto più a mio agio con me stessa — oltre a essermi levata la soddisfazione di poter rispondere con le stesse parole a quegli amici che quando avevo vent’anni mi davano della qualunquista. Al di là di questo, sul come risvegliare alla politica, questo movimento di Greta in parte potrebbe essere adeguato alla riflessione. Bisogna, insomma, cercare di svegliare le coscienze. Il tema è che il rischio della strumentalizzazione è altissimo. Se per esempio vedi che Zingaretti dedica la sua vittoria a segretario nel PD a Greta Thunberg, e il giorno dopo va a dire sì alla TAV invece che andare, ad esempio, all’ILVA di Taranto, è ovvio che si smetta di credere nella coerenza di quel partito e della politica. Per contro, i grillini della prima ora avevano dato la sensazione di potere rappresentare la voce dell’ecologismo, si sono ben presto smentiti. L’obiettivo del M5S, nato come movimento spontaneo di protesta contro la casta e che aveva sicuramente grande attenzione all’ambiente, si è perso per strada: mentre sono stati al governo con la Lega hanno votato le peggiori leggi sull’ambiente degli ultimi anni, e con il PD non potranno certo fare di meglio. Esistono però dei movimenti politici (come il nostro) che, da anni, sono sinceri sostenitori dell’ecologia e che cercano di affermarsi tra mille traversie: sono boicottati dai media, mancano di fondi, e così via. Ma se si riuscisse a disinnescare questo meccanismo, e a mostrare un progetto politico di coerenza, si potranno raggiungere quei risultati che consentano di incidere davvero. Finché non si arriva alla famigerata poltrona, non si può portare avanti con la stessa forza la green economy o delle vere politiche ambientali che vadano oltre questo pessimo Decreto Clima. Altra modalità importantissima è proprio quella che fai tu: se mi chiedessero una volta a settimana interviste come la tua, io mi sentirei in dovere di trovare lo spazio necessario per realizzarla, così da riuscire a portare a una vera moltitudine tutte le grandi battaglie che da anni portiamo avanti. Infine i giovani: sono loro, siete voi quelli che dovranno prendere in mano le sorti del pianeta e in questo senso io voglio impegnarmi: coinvolgervi tutti nel progetto ecologista e poi lasciarvi il campo d’azione.

Quello che io trovo un altro gigantesco problema è la mentalità del cittadino comune, che è quello che esulta se ci sono le Olimpiadi a Milano o il nuovo San Siro, e che ritiene questo inutile spendaccionismo in realtà produttivo. Questa mentalità, perlomeno nella mia opinabilissima visione, è figlia di una informazione sempre più carente, unilateralmente (o quasi) soggiogata a questo o quel potente. Come sradicare lo schema “informazione asservita→grandi opere→cittadino soddisfatto” mentre a perderne ne è il benessere e il bene comune?
Io credo che i sistemi siano diversi. Il primo sistema, e torno all’origine di questa intervista, è quello di ascoltare le persone. Ascoltando le persone, ho capito che le persone volevano fare, per esempio, dei giardini. Così, indagando e lavorando, abbiamo scoperto tantissime aree abbandonate, che siamo riuscite a trasformare in giardini condivisi — oggi ne esistono 15-20, qui a Milano. Così, aree residuali e discariche sono diventate giardini condivisi. Il bene comune diventa sostanza e non più solo un’espressione retorica.  Per quanto io sia certa che queste manifestazioni, da Expo alle Olimpiadi, al Salone del Mobile, ingenerino curiosità, interesse e attrattività, è necessario mantenere saldo il concetto di interesse collettivo: che non dovrebbe mai sottostare agli interessi puramente economici. Queste manifestazioni devono fare parte di una visione delle città e della società in cui, proprio sul modello dei giardini condivisi, i cittadini possano sentirsi ed essere “proprietari” del bene comune, degli spazi. Il tema si inserisce in un’ottica più ampia: dobbiamo rifiutare questo scarso rispetto per i beni comuni, denunciare con forza ogni scelta politica che non rispetti l’interesse della collettività; basta pensare, ad esempio alla legge che condona gli abusi edilizi, o a quella che proroga la concessione per le trivelle o per le concessioni demaniali per le spiagge. Dobbiamo cambiare i parametri e fare in modo che non siano le infrastrutture inutili le sole fonti di reddito di ricchezza e di lavoro; bisogna, ad esempio, che i cittadini delle zone terremotate, sostenuti dallo Stato, siano messi nella condizione di  ricostruire le loro case, le loro città e di mettere in sicurezza il loro territorio. La risoluzione del dissesto idrogeologico, in un paese fragile come lo è il nostro, rappresenterebbe infatti una fonte di lavoro e di ricchezza per tanti nostri giovani preparati e oggi costretti a migrare all’estero. Questo concetto fondamentale che tu hai espresso, e cioè la necessità di recuperare l’etica — l’etica del bene comune, dell’essere parte di una comunità — va sorretta da battaglie quotidiane portate avanti anche dai singoli. Bisogna che la gente capisca che la tutela del bene comune è la nostra sicurezza: perché la sicurezza non è quella di Salvini, ma quella di vivere, di lavorare, di non ammalarsi, di mangiare sano e di essere sicuri di essere integrati quando si arriva da un luogo di guerra, e così via. In questo sarete voi giovani ad essere determinanti. Dovrete prendere in mano questa giusta battaglia e diventarne i paladini: per cambiare davvero la politica e la società.

Se la prima era tutta tua, l’ultima è tutta nostra. Da ormai tre anni Bottega di idee tenta di unire i due poli che io ho visto molto scissi, e cioè quello dei giovani e della cultura. Posto che, per quanto mi riguarda, “cultura” può essere tanto un testo rap quanto Immanuel Kant, ho sempre percepito ben poco interesse e poca reciprocità tra questi due mondi. Cosa ne pensi, in generale, di questa sorta di tentativi e cosa dici in senso stretto su di noi?
Sicuramente il link — per usare una parola di moda — tra giovani e cultura va in tutte le maniere possibili coltivato. Sono molto critica verso la scuola italiana che da anni sta perdendo per strada la sua missione: abbiamo abbandonato studi importantissimi come quelli della geografia, della storia o dell’educazione civica; e ormai da decenni la figura e il ruolo importantissimo e formativo dell’insegnate è andato svilendosi, sia umanamente sia economicamente. Il vostro compito, quello di Botteghe-di-Idee, è perciò fondamentale: se riuscirete a incunearvi nel mondo giovanile con un’informazione e con dei temi un po’ più alti e di spessore di quelli che caratterizzano la compulsiva digitazione su Internet, avrete davvero fatto un buon lavoro.

Federico

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