L’intervista – Marco Cappato

Dal caso Welby al caso DJ Fabo, con passione, coraggio e coerenza. Dieci anni di battaglie vinte, portate avanti per il bene supremo della libertà di ciascuno, e quindi di tutti. Marco Cappato, intervistato oggi da Federico, è tutto questo: un vero e proprio disobbediente civile che, qui di seguito, si racconta. 

Marco Cappato è sicuramente figura nota per delle battaglie che ha portato avanti in questi anni. Forse non tutti però conoscono la persona che sei, il percorso con il quale sei arrivato fin qui e quali ostacoli hai dovuto superare. Ciò che ti chiedo, dunque, è un ripercorrere biografico che arrivi fino a ciò per cui tutti noi ti conosciamo.
Nella mia famiglia si è sempre parlato di questi temi. Mia madre si iscrisse ai Radicali a metà degli anni ’80 per la campagna “O lo scegli o lo sciogli”: da allora, arrivavano le pubblicazioni a casa e dunque posso dire di essere, in un certo senso, radicale “di famiglia”: mio padre era repubblicano, mio zio socialista, e si è sempre parlato di temi della politica partendo da un approccio laico e liberale. Accadde poi che mio fratello si impegnò nella campagna referendaria degli anni ’90 sulla giustizia e sulle riforme istituzionali e si candidò a Monza per la Lista Pannella. Da lì fui coinvolto direttamente, conobbi Pannella e iniziai a partecipare attivamente alle iniziative dei Radicali, fino a quando partecipai a un congresso e presi la mia prima tessera (Coordinamento radicale antiproibizionista). Nel gennaio del ’95 Pannella mi propose — e io accettai — di seguire come collaboratore il gruppo dei Radicali del Parlamento Europeo, poi andai alle Nazione Unite per un paio d’anni e nel ’99 fui eletto parlamentare europeo. Sicuramente, dunque, l’ambiente familiare è stato per me molto formativo; anche se non avrei mai pensato di formarmi a tempo pieno in politica — e da quel punto di vista l’incontro con Pannella, e l’aver lavorato e vissuto insieme a lui per quasi 25 anni, per me è stato decisivo.

Il 25 settembre appena passato la Corte costituzionale ti ha dato ragione in una causa molto importante — mi riferisco ovviamente a DJ Fabo, ultimo di molti casi da te seguiti — e tu hai commentato ai giornali dicendo che “abbiamo vinto tutti”. Cosa vuoi aggiungere su questo?
Che hanno vinto tutti nel senso che non ha perso nessuno: anche chi è contro, non è da domani avrà delle possibilità di scelta in meno. Questo percorso è iniziato tredici anni fa, quando Piergiorgio Welby (lui allora era co-presidente, e io segretario, dell’Associazione Luca Coscioni) mi chiese di essere aiutato a morire. Credevamo, agli inizi, che fosse necessario farlo clandestinamente; poi, grazie all’azione pubblica di Welby — e nostra al suo servizio — ci accorgemmo che c’erano i margini per farlo legalmente, interrompendo le terapie coerentemente con l’articolo 32 della Costituzione che dice che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà. Non trovammo medici disponibili fin quando Mario Riccio si manifestò e quello fu “il caso Welby”, che per me fu molto importante sia a livello legislativo sia a livello umano. Il percorso giurisprudenziale, pur in assenza di un cambiamento legislativo, negli ultimi 10 anni ha certamente invertito la tendenza: si è passati dalla incriminazione di Riccio (e poi all’assoluzione), al caso Englaro (dove il padre fu autorizzato alla sospensione delle terapie) fino al caso Piludu, quando il Tribunale ordinò all’ASL di seguire la volontà di Piludu di staccare il respiratore. C’è dunque stata una rivoluzione copernicana in dieci anni, che attraverso la giurisprudenza ha portato alla legge sul Testamento biologico, approvata proprio nei giorni del processo nei miei confronti per il caso di DJ Fabo. La Corte costituzionale, con il suo pronunciamento, segna una tappa importante (anche se non certo l’ultima) all’interno di quel percorso dove l’esigenza della libertà individuale ha imposto un tema alle istituzioni, con delle soluzioni in parte arrivate e in parte ancora da conquistare.

Un’altra buona notizia, perlomeno stando alle dichiarazioni, è l’intenzione del Ministro Speranza di creare una “banca dati” sul Testamento biologico. Cosa che, lo ricordiamo, se fosse esistita all’epoca, avrebbe risparmiato 17 anni di trattamenti sanitari a Eluana Englaro. Cosa dici su questo?
La legge sul Testamento biologico è un’ottima legge che non è conosciuta e che, come per tutte le leggi, rimane inutile finché sconosciuta. Questa e le questioni simili — aborto, interruzione delle terapie, assistenza alla morte volontaria — sono tutte questioni dove il diritto è il punto di partenza (e non il punto di arrivo) per definire l’ambito della libertà individuale. Di fronte a temi così complessi, le persone hanno bisogno di un altro elemento fondamentale, che è la conoscenza, l’assistenza in termini di informazione. I medici non sanno come si fa il testamento biologico, come consigliare i pazienti, cosa dirgli, e questo è l’elemento fondamentale. Noi da una parte stiamo investendo autonomamente sull’intelligenza artificiale al servizio del cittadino con un sito apposito . È ovvio che il testamento biologico necessiti di un registro nazionale dove le informazioni siano disponibili sulla tessera sanitaria: non ha senso che nell’era della rivoluzione di Internet, ci si affidi a un pezzo di carta dato in un Comune — il quale ovviamente non è accessibile in orari di lavoro. L’investimento in conoscenza e quindi in tecnologia è un elemento determinante per l’effettivo beneficiare di libertà che altrimenti rischiano di rimanere solo sulla carta: conquistare la legge non dico che sia facile ma, nella complessità del mondo, diventa la cosa meno difficile. Dal Ministro non ci aspettiamo passi soltanto formali, ma un investimento di attenzione e di conoscenza sulle scelte di fine vita. Perché io penso che la conseguenza più profonda non è soltanto per le persone che si trovano in quelle condizioni, ma è che tutti noi dobbiamo imparare a fare i conti e ad affrontare con consapevolezza dei drammi così intimi come il dramma del percorso che porta alla morte. Così come la legge sull’aborto, oltre a riguardare le donne, riguarda il 100% dei cittadini circa la sfera sessuale, altrettanto vale per il fine vita: il solo fatto di avere discusso di Fabiano Antoniani o Piergiorgio Welby porta a una consapevolezza che arricchisce comunque il Paese. Nessuno domani è più povero in termini di conoscenza: anche quelli che si sono fatti un’idea ferocemente contraria, si sono fatti un’idea, e hanno fatto necessariamente i conti con se stessi relativamente al tema della morte. Questo è il risultato più profondo, l’esempio di come la politica influenzi la cultura e la cultura influenzi la politica, e di quanto sia sbagliato tenere lontani questi due momenti.

Il Presidente della CEI Bassetti ha dichiarato che “vivere è un dovere”. Come risponde Marco Cappato a questa frase?
Se fosse semplicemente una affermazione morale, sarebbe rispettabile quanto lo sarebbe un’affermazione contraria. Se fosse “Per me vivere è un dovere” non credo che bisognerebbe puntare il dito contro questa affermazione. Sentire il dovere morale di vivere non è né giusto né sbagliato, è una impostazione personale nei confronti della vita. Trasformare ciò in un dogma religioso penso che già rischi di creare una pressione eccessiva sui fedeli, ma qui entreremmo in un discorso teologico che non ho i mezzi per fare (anche se leggendo Vito Mancuso posso dire che sia giusto asserire di come quella rimanga un’opinione e non venga trattata come la corretta interpretazione delle Sacre Scritture). In ogni caso, se poi si vuole imporre come legge a tutti i cittadini con la forza dell’autorità dello Stato, allora questo diviene un passaggio da Stato etico e non uno Stato liberale e di diritto, il quale ha il dovere di garantire la massima libertà individuale. In conclusione: la persona Bassetti raccoglie in me il massimo rispetto, dal momento però in cui è lo stesso Bassetti a dichiarare ciò per influenzare Corte costituzionale e Parlamento, allora credo che sia una richiesta da respingere al mittente.

Hai citato nella tua risposta la parola “liberale”. I Radicali, fino a poco tempo fa, avevano un motto: “Liberari-libertari-liberisti”. Visto che sulle prime due non mi posso che trovare d’accordo, non pensi che il liberismo abbia danneggiato e sconquassato l’intero mondo?
Qui c’è una grande discussione da fare sul significato del termine “liberista”. Il liberismo di Ernesto Rossi era sintetizzato in un titolo di un libro chiamato Contro i padroni del vapore. Il liberismo nell’accezione autentica del termine è contro i monopoli, è per delle regole di concorrenza rispettose sia dei diritti sociali sia della necessità di bilanciare le “esternalità negative” — come si definiscono — dell’attività economica: il liberista è ecologista, può essere socialista; e meno che mai il termine può essere adeguato per descrivere un Paese che arriva al 135% del debito pubblico sul PIL o che arriva ad ammazzare i cittadini contribuenti. Oggi il problema a livello mondiale non è di scegliere tra statalismo e liberismo, ma è che i poteri statali meno sono democratici, meglio si alleano con i monopoli privati, per difendersi dal mercato — questa è stata la nostra storia, una storia di pubblicizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, a spese delle generazioni future e dell’ambiente.

Tutte le battaglie che hai sempre portato avanti si potrebbero riassumere con le parole “disobbedienza civile”. Chi, oltre a te e a voi Radicali, indicheresti al tuo fianco in questa battaglia?
Sicuramente nelle dissidenze dei popoli oppressi ci sono in giro per il mondo atti di grande coraggio, con il rischio della vita. Per quanto forse non si configuri come “disobbedienza civile”, una Anna Politkovskaja per esempio è stata più coraggiosa ancora, anche perché sfidava un regime ancora più pericoloso. In scala più alta rispetto a noi, direi chi sfida i potenti più pericolosi e sanguinari, e trovo che sia anche coraggioso molto chi disobbedisce senza l’attenzione dell’opinione pubblica, assumendosene tutte le conseguenze. In politica tutti i movimenti simili al nostro mi pare siano andati più nel senso della disapplicazione della legge che non sulla responsabilità delle conseguenze dei loro gesti. Le ragioni che hanno portato Mimmo Lucano o Carola Rackete, per esempio, le ho trovate invece molto valide, ed è qualcosa che si è avvicinato molto alla disobbedienza civile in senso stretto; altra dimostrazione che la consapevolezza sulla disobbedienza civile stia comunque crescendo è quella del movimento Extinction Rebellion, che ne sta facendo il suo metodo di lotta.

Arriviamo ora a domande spero diverse rispetto a quelle che ricevi di norma: tre parole, a testa, per definire Marco Cappato, Emma Bonino e Marco Pannella.
Su di me taccio. Pannella e Bonino: due testardi, e questo li può accomunare sicuramente. Due persone coraggiose, e anche questo li unisce. Al contrario di ciò che si pensa solitamente (Pannella pessimo carattere, la Bonino  ottimo), Emma ha un pessimo carattere (ma è anche molto sincera da questo punto di vista, e questo è un suo pregio) mentre Marco aveva un’intelligenza umana nel ricordarsi anche i dettagli di una persona che non vedeva da tantissimo tempo.

Kierkegaard, filosofo a me molto caro, parlava dell’angoscia legata al momento della scelta. Tu, con l’esperienza di chi ha accompagnato molte persone a morire, cosa hai visto in loro? Quali sensazioni dominavano, in quei momenti così difficili?
Lì non c’era angoscia. L’angoscia personalmente la vedo più legata alle mediocrità della vita, agli eventi di tutti i giorni: quando invece è il dramma della vita, e quindi anche della morte, a presentarsi, non c’è spazio (o meglio: nelle mie esperienze non c’è stato) per l’angoscia.

Prima hai eluso il riferimento a te, quindi adesso ti ci riporto. Se ci fosse un rimpianto nella tua vita, sarei felice di ascoltarlo.
Diciamo che, per continuare a essere elusivo (lo dice sorridendo, N.d.A.), tornando indietro avrei guardato meno televisione.

L’ultima domanda, sempre uguale per tutti, è un po’ più autoreferenziale. Da tre anni a questa parte, come ti ho già detto, il nostro obiettivo fondamentale è l’avvicinamento delle due polarità, giovani e cultura. Cosa pensi di questo genere di tentativi e, se credi che ne ci sia bisogno, perché lo apprezzi?
Penso che la comunicazione giovanile sia tanto più efficace quanto meno si riferisce al mondo giovanile, cioè: è efficace se è giovanile nell’andare a immergersi nei luoghi dove i giovani sono, dove i giovani pensano, dove i giovani discutono, perché lì ci sono delle realtà che altrimenti non vengono fuori. È importante evitare di finire nelle corporazioni, e anche a livello di rappresentanze giovanili politiche penso ci sia questo rischio. Concludendo, penso ci sia enorme bisogno di ciò che stai dicendo perché poco o nulla si sa del mondo giovanile, ma l’unico consiglio che mi permetto di dare è che questo sia fatto e vissuto in modo aperto, con una comunicazione che entri ed esca rispetto al mondo giovanile, arricchendolo anche alla luce di uno scambio continuo con la realtà degli adulti.

Federico

 

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