Dialoghi Verdi – Silvia Pettinicchio

Silvia Pettinicchio è docente della European School of Economics di marketing strategico e digital marketing, ha condotto una ricerca unica in Italia sulla chimica dello storytelling e ricopre ruoli di peso nei Verdi di Milano e nella Federazione dei Verdi nazionale. È con lei che abbiamo deciso di avviare la nostra nuova rubrica, Dialoghi Verdi, e proprio al suo dialogo con Federico vi lasciamo.

 

Visto che l’abbiamo già introdotta qui sopra, vado dritto al punto. Come è arrivata al punto in cui si trova e in che modo la sua professione e il suo attivismo sono riusciti a intrecciarsi?
Ciò che faccio ora è il risultato di vari momenti della carriera. L’amore e il talento per la comunicazione e la narrazione, infatti, sono stati fil rouge di tutti i differenti momenti che ciclicamente si sono succeduti; e perfino in studi che ho affrontato senza entusiasmo, come quelli economici, ho trovato modo di farli convergere in un ambito nel quale poi mi sono specializzata, cioè il marketing. In questa fase della mia vita mi occupo di marketing strategico e di storytelling: ho recentemente condotto una ricerca — unico caso in Italia — sulla chimica dello storytelling, cioè lo studiare gli ormoni che stanno dietro alle emozioni che sono a valle dello storytelling. Non è neuromarketing o meccanica delle emozioni, già studiato: è il comprendere che alle spalle di ogni emozione vi sia un ormone, e studiare — a livello organico — come attivarlo grazie alla scrittura. Non si tratta, beninteso, di turlupinare la gente: il mio è solo uno studio volto alla comprensione di tutti quelle opere che hanno segnato la storia, e di ciò che sta dietro le storie tramandate di generazione in generazione.

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Silvia Pettinicchio e sua figlia, insieme, a una manifestazione dei Verdi

Questo per riguarda la mia professione; fortunatamente, però, gran parte del mio tempo è dedicata all’attivismo ambientalista, e ho messo a servizio dei Verdi — partito oculatamente scelto perché mi pare l’unico a trattare seriamente l’urgenza, personale e mondiale, del cambiamento climatico — le mie competenze professionali. Attualmente, ricopro un ruolo centrale nella comunicazione sia dei Verdi di Milano sia dei Federazione dei Verdi nazionale. Questo ruolo, però, non esclude — anzi, rinforza — il mio attivismo: quest’estate ho lanciato una campagna, che fortunatamente ha raccolto centinaia di migliaia di persone, rimbalzata sui social con l’hashtag #unsaccoalgiorno. L’idea che ne sta alle spalle è che i problemi ambientali vengono visti come troppo grandi perché il singolo si senta nelle possibilità di avere un impatto; raccogliere un sacchetto di rifiuti al giorno, moltiplicato per centinaia di migliaia di persone, può invece risolvere un problema, e questa era la convinzione dalla quale ho mosso. La campagna è diventata virale, ed è riuscita a sensibilizzare le persone facendole sentire parti importanti di questo meccanismo.

Dalla sua risposta qui sopra vorrei continuare a mantenere vivi i due binari paralleli di attivismo e professione. Come, a partire dalla sua esperienza, ritiene possibile unire in maniera vincente doveri e passioni?

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Uno scatto della professoressa Pettinicchio in una delle sue lezioni

Qui entriamo nel coaching — argomento che tratto spesso nelle mie lezioni e che prescinde del tutto dalla passione ambientalista. Nasce tutto dall’individuazione dei nostri punti di forza. In Italia, visto che abbiamo una cultura cattolica e non protestante o calvinista, tendiamo sempre a mettere in luce i fallimenti, i punti di debolezza, pensando che evidenziando i lati negativi si spinga le persone a migliorarsi — mentre si sa (senza cadere nello psicologismo da parrucchiera) che esaltare le mancanze sin da bambini altro non produce se non senso di inadeguatezza e bassa propensione al rischio. Quindi, anzitutto, bisogna crearsi una carta d’identità positiva e concentrarsi su ciò che si sa fare bene e sul perseguire le nostre passioni, dove di solito c’è anche del talento. E il mio caso lo dimostra: anche all’interno di un orizzonte per nulla stimolante è possibile rintracciare delle proprie passioni per poi poterle sviluppare al meglio.
Ciò che ho tratto dall’esperienza politica è stato dunque il “buttarsi” nel momento in cui si hanno passioni e competenze: ho contattato i Verdi, presentandomi, e loro mi hanno accolta subito. Li ho contattati, peraltro, quando sostanzialmente erano spariti (avevano lo 0.6% nonostante in Europa galoppassero) dallo scenario. I Verdi, grazie a una dirigenza molto lungimirante, a seguito del Congresso, a dicembre scorso hanno cambiato le alte cariche — rendendo l’appena intervistata Elena Grandi co-portavoce nazionale, N.d.R. — ridando vitalità al movimento e grazie a un modo diverso di fare politica.

Figura chiave per arrivare a questo dialogo è stata Elena Grandi, da me già intervistata qualche settimana fa. Come vi siete conosciute e cosa vuole dirci sulla sua figura?
Elena l’ho conosciuta la prima volta che sono entrata in contatto con i Verdi — lei era (e lo è ancora) assessore del Municipio 1 di Milano — a una serie di proiezioni di documentari sull’ambiente. Dopo aver parlato di quelle che erano le mie competenze, mi è stata presentata Elena con la quale, con la straripante voglia e determinazione che le è caratteristica, si è creata una fiducia di cui ero davvero orgogliosa e anche stupita, dal momento che lei è comunque a capo di un partito — non è certo usuale che tra i consiglieri di una figura simile compaia un’outsider totale senza nessuna raccomandazione. Elena, e il suo modo di fare politica, incarna ciò che vorrei passasse chiaramente da questo dialogo: oggi c’è una membrana impermeabile tra la politica, casta chiusa, e le persone comuni; mentre ciò che vorrei comunicare, e che sta accadendo con noi, è la partecipazione attiva sia del cittadino sia del giovanissimo.

Visto che però questo è un dialogo, mi piacerebbe chiederti come si possa abbattere questa distanza tra i giovani e la politica. E se sì, perché si verifichi questo problema.
Non mi sottraggo e anzi la ringrazio della domanda. Premetto che è uno dei quesiti che ho posto a Elena, e che quindi non conosco certo la risposta. Ciò detto, personalmente credo che il distacco si possa misurare non solo e non tanto per quanto concerne l’ambito politico, ma per quanto trascende la sfera privata; mi pare che la mia generazione tenda sempre più a fossilizzarsi sul mio, e a non voler uscire da quella ristrettezza. Credo anche che ci sia anche una dimensione di rivalsa, una sorta di ragionamento del tipo: “gli adulti e la politica mi hanno rovinato il futuro, ora me ne disinteresso” — inutile dire quanto trovi ciò improduttivo. Non a caso, poche settimane fa, esprimevo a Elena la mia preoccupazione nel vedere presenti a uno sciopero globale ragazzi e ragazze senza alcuna conoscenza del reale fenomeno nelle sue caratteristiche, con cartelli che esprimevano tutto e il contrario di tutto. In definitiva, porrei la risposta su una sfera più personale, privata; non so però, e gliela rilancio come domanda, come si possano coinvolgere ragazzi in attività come queste. Ovviamente con Bottega di idee vorrei mostrare questa possibilità, ma è comunque un piccolo angolo nel web — a livello di collettività, non saprei che dirle.
Grazie mille della visione, molto interessante e anche poco diffusa, ci ragionerò. Visione che, peraltro, mi spinge ancor più sul progetto, che è assolutamente reale, di creare un social network verde. Anche se questa sfida non è ben vista da tutti, non possiamo nemmeno fossilizzarci — mi viene in mente ciò che ha detto Baricco in una delle ultime tavole rotondi a cui ho partecipato, e cioè che solo i più aerodinamici, nel mondo di oggi, sopravvivono. Tutti gli slogan semplici, efficaci, fighi, sono della destra; la sinistra, invece, arranca, e ha quasi paura del semplificare il linguaggio e far apparire l’essere della brave persone una cosa figa. O combattiamo dalla stessa arena, oppure affondiamo; e del resto semplificare il linguaggio non significa svilire il contenuto — se riuscissimo a far riapparire come cool l’essere di sinistra, poi potremmo approfondire tutte le tematiche del mondo. Sia con i giovanissimi che con gli elettori, dal momento che non sono gli altri a venire da te, sarai tu a dover andare verso gli altri.

Ci avviciniamo alla conclusione del dialogo con una domanda più pratica: molto spesso sentiamo parlare di green economy, di economia circolare, e di molti interventi da adottare. Visto che cos’è lo può dire sostanzialmente chiunque, lei può dirci come si fa?
Sono cose che non si possono improvvisare. La tanto discussa plastic tax è sostanzialmente stata pensata per fare cassa, e poi tinta di verde: visto che i politici si sono accorti di una forte esigenza ambientalistica, ha deciso di cercare di raccattare altre persone in questo modo. Noi Verdi ci opponiamo però a questo tipo di interventi, che non sono né strutturali né strategiche né ad ampio raggio. Per far nascere maggiore consapevolezza, bisogna formare le persone, anche e soprattutto per evitare che queste vengano sfruttate dalla vecchie lobby economiche, che però — a mio modo di vedere, per fortuna — stanno decidendo gradualmente di proiettarsi su un mondo più green. Indubbiamente c’è una regia occulta anche alle spalle della nostra realtà, e non possiamo essere certo così ingenui da pensare che discenda tutto dalla volontà di una ragazzina; proprio per questo c’è bisogno di stare all’erta, e di far partire le grandi politiche di cui dicevi sopra anzitutto dalla formazione dei singoli individui, in ottica di una sempre maggiore consapevolezza.

L’ultima cosa che le chiedo — dalla quale cui mi piacerebbe ripartire nel Dialogo Verde futuro — è più teorica delle altre, e cioè un auspicio, qualunque esso sia, con in quale concludere questo nostro dialogo.
Gli auspici sono due. Il primo, l’aprire alle organizzazioni studentesche su questo tema, e rintracciare nelle università e nelle scuole una realtà feconda su cui poggiare. La mia visione è quella di raccordo tra la generazione dei sessantenni e la tua, e mi piacerebbe poter favorire questa comunicazione.
L’altro auspicio chiaramente è che le brave persone possano decidere di mettersi in gioco anche politicamente, di entrare come dei virus nella politica e di sanarla.

Federico

 

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