Inno alla debolezza

Lacrime d’artista

“Le lacrime sono lo sciogliersi del ghiaccio dell’anima.” — Hermann Hesse

La schiena lacera. Le gambe accavallate. Le mani tremanti, e soprattutto sole. Il cuore smarrito, e lo sguardo attentamente perso nel buio d’un cinema solo. Totalmente alieno alla situazione, guardo — si potrebbe pensare, se solo mi si vedesse — nel nulla.
Alzo appena gli occhi e lo vedo. Sguardo spento, che punta ovunque e da nessuna parte. Non un sorriso, non una lacrima. Non c’è tristezza, né alcun sentimento. Presenzia solo — in lui come in me — una ben precisa disposizione dell’animo chiamata disperazione. Lui è Yannis Drakopoulos, attore greco. Sua moglie, nel film di cui Drakopoulos è grande protagonista, è in coma. Lui, semplicemente, subisce. La vita gli piomba addosso senza un perché, senza un apparente senso. Tutta la sua esistenza, eccettuato questo grande trauma,  è apparentemente perfetta: brillante avvocato e uomo popolare, ha una casa vicino al mare insieme al figlio, entrambi sono in perfetta condizione di salute. Ma, senza lei, tutto manca. Il ricordo di lei, dei suoi baci, delle sue risate: ogni cosa gli parla di lei, ogni evento lo condanna al ricordo, ogni microscopica componente del suo essere urla, straziata, tutto il suo dolore. Dolore di chi vorrebbe essere con lei, solo lì con lei — ovunque sia, quel lì. In coma, come lei; vivo, con lei; morto o quasi, insieme a lei. Miserere, di Babis Makridis, è questo: una fotografia — scattata con chirurgica precisione — dell’animo del protagonista, avvolto da quel lugubre alone che la disperazione incarna. Questo è, dicevo, o forse questo sembra: sembra, proprio come sembra che tutto possa cambiare, quando la consorte si sveglia. Ma è proprio a quel punto, quando il desiderio viene soddisfatto, che il protagonista capisce. Capisce che la sofferenza è dentro di sé, che la disperazione che l’ha colto non l’abbandonerà di certo, che la felicità gli fa molta più paura dell’infelicità, e che il dolore che lo ha scelto, che lo ha individuato, per sempre lo accompagnerà.

A quel punto, e solo a quel punto, mi scuoto. Sento qualcosa di molto simile a lacrime salire quasi fino alle inavvicinabili pupille. Penso che nessun film mi ha mai commosso. Penso che quella storia greca, commovente, lo è davvero. Penso a quanto quella vicenda risuoni in me. Penso a quelle mani, che prima c’erano e ora no. Penso alle eco lontane, che riecheggiano come tamburi impazziti, rintocco dopo rintocco. Penso a quanto sarebbe affascinante riuscire a commuoversi osservando qualcosa di cui si conosce la tecnica. Penso a quanto sarei felice, se solo riuscissi a farmi raggiungere da lacrime che non siano di dolore. Il sacco lacrimale si riempie — non oppongo resistenza. Sento le lacrime riempire il punto lacrimale inferiore. Aspetto qualche istante. Prego che quei pulviscoli di divinità possano rigarmi il volto.

Una quindicina di giorni dopo, quella preghiera è ancora lì. Quella volta, le lacrime si estendono. Ricoprono l’occhio in tutte le sue parti. Quello scarto, quella differenza, quell’estensione, rendono Tutto il mio folle amore, ultimo capolavoro di Gabriele Salvatores, una perla rara. Una perla che, come mai prima, mi ha avvicinato alle lacrime. Una perla che unisce Willy (Claudio Santamaria), padre scappato prima del parto e assente per 16 anni, a Mario (Diego Abatantuono) — compagno di Elena (Valeria Golino) — ma soprattutto a Vincent (Giulio Pranno), figlio affetto fin dalla nascita di un forte disturbo autistico. Una perla che, come una stella cometa, parte dal cielo della regia celestiale di Salvatores, si fa rimirare dagli esseri umani in tutto il suo fulgore, e si frantuma nell’aere, lasciando sedimenti di divinità nel nostro mondo così rozzo. Una perla che si lascia osservare per soli 107 minuti, e che si chiude schiudendosi, creando quel silenzio di contemplazione che solo i grandi capolavori sono in grado di generare.
Al minuto 108, il primo successivo al termine, quelle lacrime sono ancora lì, a riempire l’occhio in tutte le sue parti. Quel film, queste lacrime, se le merita — penso.
Ma, anche quel mercoledì, quando mi giro a destra e sinistra, quell’accecante bellezza a scaldarmi le mani, non la trovo. Ci penso, solo un istante, ed ecco che le lacrime, da gocce, divengono oceano grondante tutte le sue acque.

Mi abbandono alle lacrime — mi avvolgono.
Mi faccio vincere da quella sensazione di isolamento che mi estromette da ogni contesto. Lascio che quei cristalli divini, che solo per eccesso di banalità vengono chiamate lacrime, mi segnino sulla pelle.
E, mentre quelle gocce adamantine contaminano la mia cute — riversandosi dagli occhi e rovinando, vergognose, per terra — trovo il tempo di ripensare a quella frase, talmente compiuta da poter essere solo udita, intatta nella sua perfezione:

“Le lacrime sono lo sciogliersi del ghiaccio dell’anima.”

Federico

 

 

 

2 risposte a "Inno alla debolezza"

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  1. Di fronte a questo nuovo lavoro di Federico, come chiamarlo? commento, recensione, articolo … definizioni inadatte. Mi pare più appropriato dire che è un moto dell’anima che si fa testo.
    Ciò che mi resta non è tanto il desiderio di assistere di persona ai due lavori censiti, quanto la gioia di constatare che ci sono persone capaci di re-agire, con la forza del sentimento di fronte ai fatti della vita. Questa constatazione libera il moto dell’anima di Federico dalle cause che lo provocano. Ha un valore in se.
    Hermann Hesse, amico comune, ci dice anche che ‘Il peggior nemico e corruttore dell’uomo è l’impulso radicato nell’indolenza e nel bisogno di tranquillità [ ]’. Non siamo di plastica: siamo uomini vivi.

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  2. Federico è un autore che ha un talento unico e di valore inestimabile: riesce, attraverso la “carta stampata”, a trasmettere le emozioni. E questo non è compito semplice.
    Ciò che lui dice del cinema io lo direi dei suoi articoli, che più che articoli sono sempre delle intime confessioni a cui non si può (e, oserei dire, non si deve) restare indifferenti. Le lacrime, siano esse di gioia o di tristezza, siano esse un pianto disperato o uno sfogo di qualche secondo, sono sinonimo di vita: significa che dentro di noi ribolle un’anima fervente, vera, autentica, che però troppo spesso viene imbrigliata da frivole regole morali che ci vogliono freddi, mendaci e imperturbabili.
    Se l’arte è la nostra ancora di salvezza, allora che si leggano articoli come questo, che si guardino i film che vengono consigliati, che ci si apra al mondo. Solo in questo modo recupereremo la nostra umanità, quella che sembriamo aver perso molto tempo fa.
    Basta con l’arte fatta per i soldi, viva l’arte fatta per il cuore.
    Grazie, Federico, e non avere mai vergogna della tua umanità.

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