Welcome to Toronto

Il Canada e la scuola dell’integrazione

Esistono molti paesi che, a differenza dell’Italia, considerano la diversità un pregio da esibire.

Uno su tutti, l’enorme stato che occupa quasi la metà dell’America del Nord: il Canada. 

Il Canada è uno dei paesi con il più alto tasso di immigrazione del mondo. A Toronto, capoluogo della regione dei grandi laghi, l’Ontario, circa la metà dei cittadini proviene da altri paesi, vicini e lontani. Leterogeneità culturale è recepita come una risorsa, una ricchezza che ha consentito al Canada di svettare tra i primi posti della classifica dei paesi più sviluppati di questo pianeta. Mi sono chiesta allora come un paese così evoluto affrontasse il problema dell’inserimento degli alunni stranieri all’interno del motore di ogni società: la scuola.

Sono venuta a conoscenza delle ingegnose — e soprattutto civili — usanze canadesi grazie alla visione di un documentario chiamato Scuole senza confini: l’opportunità della diversità scritto e diretto dalla giornalista Irene Zerbini. 

Le scene girate all’interno delle scuole di Toronto mostrano una totale cooperazione tra dirigenti scolastici, genitori, professori e alunni. I ruoli di tutti si amalgamano in armonia: la scuola viene  organizzata come un luogo di cultura in cui tutti collaborano per il benessere generale.

La scuola canadese accoglie a braccia aperte gli studenti da poco arrivati dagli altri paesi. Sui muri degli edifici scolastici è possibile ammirare coloratissimi cartelloni di benvenuto in diverse lingue straniere. Spesso il trasferimento da paesi culturalmente diversi causa un senso di smarrimento nei ragazzi. 

C’è chi decide di marginalizzare la propria cultura d’origine, dimenticando la lingua madre per apprenderne una nuova e rinnegando le usanze del paese di provenienza. Un totale cambio di costumi per assicurarsi di essere accettati appieno dai propri coetanei ed evitare esclusioni dolorose. 

Oppure, chi spezza inscindibilmente la propria vita in due: a scuola si comporta come uno studente canadese, in casa ritorna ad essere un ragazzino cinese, indiano o marocchino. 

In Canada, la scuola insegna l’arte dell’integrazione. Gli alunni vengono invitati a condividere le usanze dei loro paesi con gli altri bambini. E i genitori non vengono certo lasciati indietro. Sugli scaffali delle biblioteche scolastiche troviamo i dual language books, piccoli volumi illustrati che narrano deliziose storielle per bambini. Ciò che hanno di particolare è che su ogni pagina troviamo la storia narrata in due lingue diverse: l’inglese e una seconda lingua come lo spagnolo, l’hindi, l’italiano. In questo modo i genitori sono in grado di leggere con i propri figli insegnando e al contempo imparando la lingua inglese. 

La lingua nativa non deve essere accantonata o dimenticata. È stato largamente dimostrato che il bilinguismo crea una certa malleabilità cerebrale che, se ben valorizzata, porta alla creazione di individui poliedrici. 

I genitori che si offrono volontari possono col tempo diventare figure di riferimento per i nuovi arrivati. Ad esempio traducendo per i propri connazionali le consegne degli esercizi di matematica o dei problemi di fisica, supportandoli così nell’apprendimento dell’inglese. 

Chi non padroneggia l’inglese viene inserito in classi di potenziamento divise per livello. È importante specificare che nessun alunno è introdotto in classi di studenti più piccoli unicamente perché non conosce la lingua. Sarebbe un ingiusto rallentamento e per di più una segregazione che farebbe sentire inadeguati e meno capaci alunni perfettamente in grado di studiare con i propri coetanei. E per dimostrare che la perfetta integrazione è possibile, ad insegnare la lingua inglese agli studenti stranieri sono proprio professori immigrati; persone che hanno dovuto affrontare la stessa sfida dei ragazzi che hanno davanti. Questo permette un approccio maggiormente empatico, oltre che essere un esempio da seguire per tutti i ragazzi. 

In conclusione, Toronto e il Canada possono insegnarci una importante lezione: la diversità è un fiore all’occhiello, e non un fardello da portare.

Bianca

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