Un veloce passo indietro

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Festina lente

Londra è una città che corre. La proverbiale calma inglese non si applica alle auto. E, se per questo, neanche alla Tube all’ora di punta. Metà della gente che sale ha in mano un telefono nonostante non ci sia campo — me compresa. Faccio scorrere mail a cui dovrei rispondere, vedo l’anteprima di storie che mi interessano poco o nulla, rispondo a un paio di messaggi. Sembro ferma, ma ho pensieri che seguono almeno tre binari diversi a una velocità sostenuta.
La modernità è una città che corre — Londra ne è soltanto una buona metafora. La velocità è diventata un’imposizione quotidiana, un obbligo a cui non possiamo sottrarci. Nonostante sia stancante, frustrante, spesso inutilmente faticosa: per questo, molti di noi arrivano ad odiarla. Me compresa.

Poi, un giorno, sono a teatro, a vedere un balletto. All’inizio quasi scettica, un filo annoiata, piano piano mi catturano i movimenti dei danzatori. Mi sorprende la fluidità e la naturalezza con cui si librano in aria: crollano, si rialzano, snodano le braccia, le gambe, sono attorcigliati, e poi sciolti, distesi e poi compressi, in tensione e poi in totale, completo rilassamento. E, soprattutto, mi rimane impressa la loro velocità. Non faccio in tempo a innamorarmi di un certo modo di flettere la mano, di spiccare un salto, e già sono passati ad un’altra mossa. Quella di prima svanita, non ce n’è traccia. Ed è la rapidità stessa a permettere quell’incanto: in quel ritmo serrato si realizza come una calma suprema.

Mi piacerebbe essere rapida come loro. Mi piacerebbe e invece ogni volta qualcosa mi trattiene, mi impone la calma. Però quella sera, tornando verso casa, mi accorgo che i miei pensieri hanno come assorbito parte della velocità di quella danza — difficile equilibrismo tra opposti.
Di opposti, e contrasti, vive la contemporaneità. Velocità VS calma, frenesia VS riposo, correre VS fermarsi. Ma guardando i danzatori, rifletto, chi l’ha detto che la rapidità sia l’antitesi della lentezza? Io so per certo che dietro quelle due ore scarse di spettacolo ci sono mesi di lavoro, pazienza infinita e disciplina costante. Tempo — tantissimo tempo. Mentre a noi uomini di tutti giorni, ci viene richiesto di essere rapidi senza che ci venga dato l’allenamento per diventarlo. Il fatto è che la velocità che ci viene imposta è soprattutto esteriore fine a se stessa, senza costrutto. Quella a cui agogniamo invece, è la velocità interiore, il pensiero che si ramifica e si amplifica, e quella sensazione di leggerezza quando la mente vola. Ma velocità interiore ed esteriore hanno poco a che fare l’una con l’altra. Anzi, di solito la seconda è di ostacolo alla prima — non le dà spazio per allenarsi, per svilupparsi, per crescere, le impone uno schema e così la uccide.

Londra è una città che corre. Però è anche altro: basta guardare. Settimana dopo settimana, scopro gli orari migliori per andare a Oxford Street, e i vagoni in cui la metropolitana è meno affollata. Settimana dopo settimana, imparo ad adattare quanto mi circonda alla mia velocità personale, e non il contrario. Ci vuole, certo, lo sforzo di cambiare prospettiva, e rendersi conto che i ritmi imposti dall’esterno non devono per forza diventare i nostri. Fare un passo indietro, osservare, riflettere, e provare, anche solo un poco, a ripensare questa nostra complicata, affascinante modernità.

Francesca

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