L’intervista – Antonia Chiodi

Dopo Alberica Archinto e Tiziana Bergamaschi, il viaggio nel mondo del teatro e nell’Accademia dei Filodrammatici prosegue con l’intervista ad Antonia Chiodi, Direttrice della Scuola dell’Accademia, che ci conduce alla scoperta dell’istituzione tanto come funzionamento quanto come obiettivi.

Lei, come detto nella nostra introduzione, è attualmente Direttrice della Scuola dell’Accademia dei Filodrammatici. Come si è avvicinata a questo ruolo e cosa, da questo ruolo, trae ogni giorno?
Sono entrata a far parte dell’Accademia per continuare una tradizione di famiglia e mi è stato chiesto di occuparmi della Scuola.  Avendo insegnato per trent’anni nelle medie conosco dall’interno il funzionamento di una scuola ma per imparare a gestire una struttura complessa come una “scuola per attori” ho letto tanto, ho interrogato chi era più esperto di me e per avere ulteriori lumi sono andata con Donella Giacotti, che ha collaborato con me per moltissimi anni, a visitare importanti Scuole sia in Italia che all’estero per parlare con i loro insegnanti e i loro direttori.  Poi ho continuato a leggere, a chiedere, a tenermi informata sulla vita teatrale e, nel contempo, ad apportare cambiamenti (piccoli e meditati, però continui, basati anche sulle opinioni di insegnanti e allievi) nel programma scolastico. Ho anche seguito con continuità Prima del Teatro, un’iniziativa che si tiene ogni anno a San Miniato e che coinvolge insegnanti e allievi delle maggiori Scuole europee e dove ho potuto conoscere da vicino molti metodi diversi di insegnamento.

Credo di non sbagliarmi quando dico che poche persone sappiano come funzioni una scuola di teatro. Ce lo racconta in poche parole?
Partiamo dall’inizio: come in tutte le scuole ci sono una direzione, degli insegnanti e degli allievi. La cosa più importante per un buon funzionamento di una scuola è, secondo me, creare armonia tra queste componenti ed avere un obiettivo condiviso. Per quanto riguarda invece l’ammissione in Accademia, i candidati devono   superare una selezione che ha luogo ogni due anni perché il nostro corso è biennale: le selezioni durano due mesi e si svolgono in tre fasi. Chi fosse curioso di conoscerne i dettagli può consultare il sito dell’Accademia. Per i candidati ammessi ai corsi (quest’anno ci sono state 550 domande per 14 posti) il primo anno dura nove mesi; il secondo invece dura quattordici mesi, perché, dopo la conclusione delle lezioni curricolare, gli allievi lavorano con un regista esterno all’Accademia che li porterà in scena ad inaugurare col loro spettacolo la stagione del Teatro Filodrammatici.

Lei prima parlava dell’importanza di avere un obiettivo comune. Qual è quello della Scuola dell’Accademia dei Filodrammatici?
L’obiettivo comune è creare degli attori molto duttili e collaborativi, con una mentalità molto aperta, e forniti di una base tecnica veramente solida, forniti cioè di quei “fondamentali” che ciascun attore può utilizzare anche nei momenti di difficoltà.

Mi pare doveroso un riferimento alle due figure che hanno preceduto questo dialogo, conducendo i nostri lettori alla lettura di questa intervista, e cioè Alberica Archinto e Tiziana Bergamaschi. Che ruolo e che tipo di collaborazione hanno con lei e con l’Accademia?
Alberica Archinto mi aiuta nella programmazione dell’anno accademico e nella programmazione di quelli che abbiamo chiamato “Corsi di perfezionamento per professionisti”, che sono corsi cui si accede tramite bando e che hanno spaziato dalla recitazione in versi, allo studio di un particolare drammaturgo, dalla recitazione a microfono all’incontro con la macchina da presa o ad un assaggio delle attività circensi. Tiziana Bergamaschi, invece, ha sempre curato, seguito e gestito Teatro Utile, un corso di perfezionamento nato 8 anni fa, un progetto molto complesso, che è continuato nel tempo e che intende mettere sotto i riflettori, con le specificità proprie del teatro, uno dei principali problemi di oggi e cioè quello delle migrazioni. Questo progetto, a cui l’Accademia tiene particolarmente perché ritiene suo compito essere parte attiva della società in cui opera, ha avuto diverse coniugazioni nel succedersi degli anni.

Tanto da redattore di questo blog quanto da giovane (e aspirante) teatrante — sia nel campo della regia sia in quello dell’attorialità — ho sempre trovato fondamentale il confronto con chi porta avanti da più tempo la medesima professione. Dall’alto della sua non certo breve esperienza, quali consigli darebbe a un aspirante attore e a un aspirante regista?
Non abbiamo regia nella nostra scuola, ma a un aspirante regista direi ciò che dico ogni giorno agli allievi attori: presta attenzione a quanto succede intorno a te, documentati, non chiuderti mai,  frequenta il teatro, vai a delle mostre, leggi libri, viaggia… e soprattutto coltiva con una grande volontà e una ancor più grande determinazione la tua passione senza mai scoraggiarti o perdere di vista il tuo  obiettivo o il tuo bersaglio, come lo definisce Declan Donnellan. Per aiutare i nostri allievi ad avere una visione più ampia possibile, durante il loro periodo di formazione li facciamo lavorare anche con insegnanti di altre nazionalità come Maria Shamaevich del GITIS di Mosca, con il regista argentino César Brie, e con Peter Clough, attore e regista inglese, per molti anni direttore della Guildhall.   La scuola, sempre nell’ambito di un maggior respiro internazionale, è stata tra i fondatori dell’Ècole des Ècoles, una rete internazionale di cui oggi fanno parte una quindicina tra le più importanti Scuole europee

Di carne al fuoco ce n’è già tanta, ma prima di avvicinarci all’ultima domanda le chiedo quali sono stati — se ne ha avuti — i suoi modelli, i suoi riferimenti, teatrali.
Tutti quelli possibili sia quelli cercati che quelli capitati a portata di occhio e di orecchio. Se dovessi isolare due maestri, che mi hanno aiutato non solo nella mia formazione ma anche operativamente, direi Nicolaj Karpov e Peter Clough.

Bottega di idee ha come obiettivo da sempre l’avvicinare i giovani alla cultura e la cultura ai giovani, magari anche un utilizzo differente di Internet. Posto che immagino vada incontro direzione dell’Accademia, le chiederei un’inquadratura sul fenomeno e un’opinione personale in tal senso.
In generale non glielo so dire: ognuno sviluppa un proprio rapporto personale con la cultura: c’è chi se ne disinteressa totalmente, chi ci si butta, chi ne scappa e chi la ricerca in ogni sua manifestazione. Certamente, nella mia visione, è importante che i giovani si appassionino alla cultura, per avere una mente aperta e critica e quindi non troppo facilmente manovrabile e per avere una vita più appagante e più ricca.
Sull’informatica, non me ne voglia, non ho conoscenze e dunque non me la sento di esprimermi su tentativi come il vostro, anche se certamente ne apprezzo l’intento.

Federico

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