Io, lui e il vuoto

Alla scoperta del sé tra Leopardi ed Emily Dickinson

“La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno.” — Jim Morrison

“Sempre e per sempre tu, ricordati, dovunque sei, se mi cercherai, sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai”. Iniziava così, con quelle parole appena sussurrate dalla mia voce flebile, quel lungo pianto.
La musica soave e le parole strazianti di De Gregori; il vapore ad abbracciare le palpebre per farle richiudere, una sull’altra; il mio corpo nudo. Tutto era pronto. Un altro martirio — uno di quelli obbligati, inevitabilmente quotidiani — profumo bagnoschiuma e retrogusto sangue stava per scattare.

Le pupille roteano pian piano, inconsapevoli; s’alzano, placidamente; fissano quel grumo d’aria che si staglia dinanzi a loro. Le mani, senza che io le comandi, vanno in cerca del sapone. L’acqua — quel bollore che continuo a elevare sperando in un’ultima, ed estrema, ustione — batte forte sulle spalle, picchietta sul collo, si raccoglie negli incavi, si scinde all’altezza dei polmoni e si stende, inequivocabilmente biforcata, fino a raggiungere le caviglie. Lì le gocce si fanno cristalli, si riuniscono, si urtano. Dal loro scontro, piccole pietruzze bronzee ricadono tra le dita dei piedi, che, ormai descritti da quel vapore sempre meno acqueo, paiono sopraelevarsi e staccarsi da terra.
Ora, proprio adesso, l’agonia ha assunto la sua forma, pronta a dispiegarsi in tutta la sua brutalità.

Nemmeno novecento secondi dopo, è tutto finito. Ho le dita sporche di sangue — non so perché — e il corpo lacero, madido — non certo profumato.
Lascio passare qualche istante. Mi guardo intorno. Non trovo nulla.  Il vapore, dissolto; il sapone, mimetizzato; il corpo, sconfitto. Vinto lui e perduto io, con gli occhi ormai rassegnati all’assolvimento della loro funzione naturale — il pianto —, lo prego di fare in fretta. Le sue mani prendono i miei vestiti, e mentre io piango, lui si copre; qui ci ritroviamo, uniti dal sollievo di non doversi più — almeno per oggi — confrontare con quell’innaturale molteplicità che gli psicologi, con aberrante vanità, definiscono “sé”.
Mi muovo, o così pare. Con sfinente lentezza io e il mio corpo raggiungiamo il suo letto — quel posto in cui lui si stende mentre io muoio — dove, uniti da quell’angosciosa solitudine, ci facciamo cadere, certi che una morte ipso facto sarebbe di gran lunga preferibile alla più concupiscente delle vite. Mentre lui cerca una posizione dove possa stare comodo, io stendo il sanguinolento braccio alla ricerca di uno dei miei libri preferiti, che infatti è sempre lì a tiro. Non guardo nemmeno, apro una pagina a caso. I nostri occhi, finalmente concordi, si irrigidiscono, stenti a credere la portata di ciò che stanno scorgendo:

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

Per un solo istante riprendo possesso del mio corpo. Lo obbligo a leggere e rileggere. È indubbiamente vero che — come scriveva Pessoa — “Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”, ma che quelle righe che avevo appena scorto potessero appartenere a un altro essere umano come me, mi sembrava davvero impossibile.
Io ed Emily Dickinson, evidentemente, non possiamo appartenere alla stessa “segretezza polare”; lei è un essere, io forse un misero umano — questo mi sussurrai, in quell’istante ormai passato remoto. Il sangue — nel frattempo — aveva smesso di sgorgare, come se la poesia l’avesse placato.

Studio quel braccio, quasi stupito. Mi chiedo come io possa essere tanto ricco quanto disperato, tanto essere quanto umano, tanto fortunato quanto straziato, tanto stimato quanto incompreso. Mi domando come sia possibile che io — quello bravo, riconosciuto, colto, appassionato — possa essere anche lui — questo rattrappito e sofferente corpo, figlio dei suoi affetti e padre dei suoi acciacchi. Non riesco proprio a comprendere come sia possibile che io sia l’uno e l’altro contemporaneamente. Non ha senso.
Riprovo a guardare il braccio. Ora non c’è nemmeno più il sangue, ma solo una cicatrice. Provo a premere, tirare, graffiare. Niente. Mani eburnee, braccio carnicino.
Rinuncio, una volta per tutte, a capire. E, nell’attimo in cui la mente abbandona il pensiero, dal cuore, quasi beffardamente, risuona la risposta.
Tutto è chiaro, ora. Finalmente ho compreso Leopardi — “la solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo”, diceva — e, quindi, anche ciò che è davvero accaduto in quella doccia.
Solo, mi alzo di scatto dal letto. Incrocio le gambe. Chiudo gli occhi.
Tutto è uno, niente è due.
Ripenso a quella frase, tanto tragica quanto comica, di Sartre: “se ti senti solo quando sei da solo, sei in cattiva compagnia”. Sento, oggi, di aver assunto — grazie a una semplice doccia — quelle due massime quanto mai prima, e di averle sentite risuonare quanto mai dopo.

Apro gli occhi. Mi alzo dal letto. Esplodo in quel rumorosissimo silenzio che gli umani chiamano “lacrime”.
Leggo, per la milionesima volta, quella lettera.
Tutto è nube, e nulla potrà diradarla.
Da lontano sento qualcosa, ma non ha più importanza. Perché, come cantava Jim Morrison,

“La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno.”

Federico

 

Una risposta a "Io, lui e il vuoto"

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  1. Il brano è struggente perché si avverte la sincerità dell’esperienza. Non starò a ripetere che è poesia camuffata da prosa: questo è noto.
    Da ‘antitesi’ quale sono, rispondo alla tua tesi: mi hai provocato con Emily? Prendi allora questi versi di caldo, luce, sole e di tenero amore e di imminente morte: riflettiamoci come io faccio da vent’anni:

    Ampio fai questo letto
    fallo con molta venerazione
    lascia che attenda che
    l’ultimo responso sia
    eccellente e giusto
    sia il suo materasso dritto
    e il suo guanciale rotondo
    Fai che nessun giallo rumore
    del sorgere del sole
    interrompa questo istante.

    Aspetto una risposta in poesia in forma di prosa

    Piace a 1 persona

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