Così cuccò Zarathustra: l’Elvio e la Camilla

Natale, per tutti, vuol dire regali, panettoni, luci e tanto cibo. Tutte cose, inutile negarselo, scontate. Per Bottega di idee, invece, Natale vuol dire Camporella Advisor Sondrio. Oggi e il 31 dicembre, quando tutti si fermano per ridere e scherzare, Carlo vi intrattiene con Così cuccò Zarathustra: oggi, solo per voi, una nuovissima e sfavillante avventura sotto l’albero.

Una pigna cade da un ramo di abete, scosso da uno scoiattolo.
Subito, una cincia ci si appoggia sopra, in cerca di semi; ma vola via poco dopo, spaventata da una grossa figura.

L’uomo raccoglie un po’ di neve nel paiolo e rientra in casa, chiudendo fuori il freddo scuro della sera che avanza. Mette la pentola sulla stufa, e torna a lavorare al tavolo con la sua futura moglie e la sorella di lei.
Domani ci sarà il matrimonio e devono ancora ultimare i preparativi per il grosso pranzo — si mangeranno ravioli. A notte inoltrata, riposto finalmente il mattarello e richiusi tutti i fagottini, le sorelle sono libere di tornare alla loro casa. Salutano l’Elvio, gli danno l’abbraccio della buonanotte e, già eccitate per l’indomani, escono tra la neve.

La mattina dopo, dalla chiesa, si vedono uscire — felici e a braccetto — moglie e marito, attorniati dalle urla festanti di amici e parenti. I sorrisi dell’assemblea sono portati all’estremo per il sollievo dato dalla fine della lunga funzione, da una parte, e l’avvicinarsi del cibo e del vino, dall’altra.
Tutti i commensali si dirigono bramosi verso la casa degli sposi. Tra cori, musica, discorsi, baci, lacrime e bicchieri di vino passa quel pomeriggio di gioia all’insegna del grande successo dei ravioli di carne — squisiti a tal punto che l’assemblea, a cui il prete si pone ad avanguardia, propone a gran voce d’innalzare un nuovo altare a fianco a quello della madonna, in onore del santo cavallo sciancato che si è immolato per una così buona causa. Scorre, in questo modo, il tempo perso nei sogni e nei progetti di colossali affreschi a tema equino.

Finita la giornata, i novelli sposi, riescono infine a cacciare anche l’ultimo invitato, che si era raccolto sonnecchiante alla stufa. La bella Camilla, chiusasi la porta alle spalle e serrata finalmente la serratura, dirige uno sguardo inequivocabile all’Elvio. Sono finalmente sposati e soli. Era da quando si sono visti per la prima volta al cimitero, durante il funerale della cara Zia Olinda, che entrambi resistevano tenaci ai piaceri della carne. Solo in quell’occasione si fecero prendere dalla foga degli istinti, arrivando al punto di nascondersi nella fossa ancora aperta della defunta zia, ma fortunatamente un becchino li salvò dal peccato. Da quel momento cominciarono a frequentarsi, ma stando sempre attentissimi a non cedere, erano costretti a scappare quando il desiderio si faceva troppo forte.
Ma ora non vi è più pericolo di offendere il cielo.
La Camilla si butta tra le braccia del marito correndo, trascinandolo sul materasso di foglie di grano turco, gli strappa la camicia e, quasi con rabbia, si sfila la sua e proprio quando la Camilla gli sta per staccare i pantaloni; il Nino si rannicchia sul fianco lamentando dei dolori fortissimi alla pancia. Lei, incurante e infervorata, continua comunque a tentare di estorcergli quei pezzi di stoffa, ma lui si alza e scusandosi con quasi le lacrime agli occhi si dirige verso l’uscita. Attonita, rimane bloccata alla vista disastrosa dei suoi piani crollare in frantumi. Al rientrare lamentoso dell’Elvio, sempre piegato, capisce che per quella serata non vi è altra possibilità che curare il suo marito. Gli riscalda la zuppa di vipera di due giorni prima e dopo averlo imboccato lo lascia stendersi in pace, covando in sé la rabbia verso quell’ingordo che quasi si è mangiato tanti ravioli quanti tutti gli invitati messi insieme.

La mattina, la stizza è passata, e lui sembra essersi ripreso. Le fa intendere — schietto ma dolce insieme, come solo lui sapeva fare — che avrebbe voluto continuare da dove si erano dovuti dividere la sera prima, ma anche che l’avrebbe voluta portare in un bel posto.

Si incamminano, quindi, a passo svelto nel bosco. Lei, aggrappatagli a una sua spalla, sorride. Guidati dal sentiero, i due cominciano a salire sul versante di una enorme collina erbosa completamente spoglia, per metà coperta di neve. Quasi al culmine della montagnetta, il Nino accelera il passo impaziente trascinando la sua sposa, ma giunto sulla sommità si blocca in una smorfia di sorpresa — come se si aspettasse qualcosa.

Piano, si china su un piccolo abete alto poco più di una spanna che cresce al centro della cima — e, curioso e stranito, lo osserva. Ne esamina gli aghi con le mani e, inginocchiandosi, poggia la testa a terra scrutandoli dal sotto.
Certo, lei è visibilmente irritata per essere stata messa in secondo piano rispetto all’interesse botanico — non capisce perché il Nino l’abbia voluta portare lì, in mezzo al freddo della neve, quando avevano un così caldo giaciglio a casa. Con l’obiettivo di prendersi ciò che le spetta lo bracca da dietro facendolo cadere e incomincia a baciarlo. Lui si alza di soprassalto scostandola; scusandosi, afferma di avere ancora dolori alla pancia e dice che non gli sembra il caso di aggravarli prendendo freddo sulla neve, e si incammina senza indugio giù dalla collina. Lei è desolata — di nuovo il suo abbraccio d’amore si è chiuso nell’aria — a tal punto che si alza e si incammina, mesta, a raggiungerlo — lui  che ormai, quasi correndo, era giunto in fondo alla collina.

Certo lui non le può spiegare, certo non può raccontarle la verità. Circa dieci anni addietro lui e suo padre, ora defunto, salirono sulla stessa collina e si fermarono di fronte a un enorme abete; il vecchio gli spiegò come tutti i loro antenati — ma proprio tutti — fossero venuti sotto quell’albero con le loro mogli per unirsi, e dare inizio alla vita della generazione successiva.
Così aveva fatto il babbo, e così avrebbe dovuto fare lui una volta diventato grande. Se la tradizione fosse stata interrotta, le conseguenze sarebbero state disastrose.
Al piccolo Elvio sembrava strano che sotto quell’albero che aveva massimo trecento anni potesse essere passata l’intera fila degli antenati.
«Elvio è così e così sarà per sempre, quando sarai grande saprai il perché», disse fermo il padre, non lasciando possibilità di replica.
L’Elvio aveva sempre tenuto in grande considerazione le parole del suo vecchio.
Gli fu insegnato di come bisognasse stare molto attenti a non appoggiarsi alla stufa o anche come fosse pericoloso mangiare la terra o fare la cacca tra le ortiche, peggio ancora non soffiare sul passato bollente — tutte lezioni di cui provò la veridicità a spese della propria pelle e che ancora adesso risultano essere valide. Per nessuna cosa al mondo, insomma, avrebbe rotto quell’antica tradizione; del resto, pauroso lo era sempre stato — si pensi quando svenne alla vista dell’ombra di un temibile annaffiatoio.
Nino quindi, quel giorno, si aspettava di trovare il solito grande albero in cima alla collina — lo aveva pure controllato la settimana prima del matrimonio, non era possibile che fosse svanito nel nulla. E ora come avrebbe fatto? Pur schiacciandosi e tenendosi stretti, di certo non ci possono stare entrambe sotto quell’abete alto neanche uno stivale. Così, disperandosi nell’assurdità della situazione e frustrato dalla voglia inappagabile di tenere stretta sua moglie, finse per due giorni di essere ammalato, con la Camilla sempre più impaziente e suscettibile.

L’Elvio provò a risalire verso l’albero dato, pensando che magari avrebbe potuto anche avere sbagliato strada e scambiato quella collina con un’altra. Certo, pensò, deve essere stato un errore d’orientamento dovuto al fervore dell’amore. E infatti, salito in cima, un enorme sollievo: l’albero era lì, in tutta la sua grandezza e sempreverdità.
Quella volta aveva proprio sbagliato la via — niente più che una distrazione, per fortuna. L’Elvio, tornato a casa correndo facendosi strappare qualche lacrima dal vento, caricata in spalla la Camilla, e ritornato a correre su per il sentiero, tenendo sempre d’occhio le tracce nella neve che aveva lasciato appena prima, non poté sbagliarsi.
Arrivati al pendio brullo della montagnetta, l’Elvio si tolse la moglie dalle spalle, e insieme si inerpicarono fino a giungere alla cima.
Gli occhi dell’Elvio si riempirono di lacrime.

[Continua la prossima puntata…]

Carlo

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