Dialoghi cinematografici – Monica Naldi

Oggi Federico parla di cinema con Monica Naldi che — insieme a Paola Corti, sua socia nonché fondatrice di Barz and Hippo, società che gestisce tre sale cinematografiche nell’area milanese — dal 2010, ha prima salvato e poi re-inventato il Cinema Beltrade, che oggi si caratterizza per la sua grande originalità sia nella proposta sia nella gestione, come leggerete nel dialogo a cui vi lasciamo.

Il precedente dialogo cinematografico si era concluso con la mia domanda, rivolta al giovane regista ospitato, riguardante cosa fosse il cinema per lui. La risposta era stata “il motore principale della mia vita”.
Il cinema, sia come spazio fisico che come medium, è un luogo dell’anima dove tutti possono andare quando ne hanno voglia.

Motivo principale per il quale siamo qui a parlare di cinema è che tu, insieme a una tua collega, sei riuscita a risollevare le sorti di una sala prima in crisi e ora nota come Cinema Beltrade. Ci racconti com’è andata?
Questa avventura, a esser sinceri, è nata un po’ per caso. Innanzitutto, il cinema esisteva già — si chiamava CineTeatro Santa Maria Beltrade – ed era gestito dai volontari della parrocchia. Un po’ in crisi, nel 2012, i volontari ci hanno chiesto una mano per provare a tirare su le sorti del cinema. Con  questo “hanno” mi riferisco a me e Paola Corti: ci siamo conosciute nel ’97/’98 e abbiamo iniziato a collaborare di lì a poco — io sono entrata nella sua società, la Barz and Hippo, collaborando progressivamente sempre più – e oggi io e lei siamo socie di questa piccola società che conta anche qualche dipendente. Per tornare alla tentata salvezza del cinema,  dopo un anno di difficoltà abbiamo provato a fare con loro un bando CARIPLO che gli ha permesso di avere un proiettore. Compratolo, loro ci hanno chiesto di dirigere il nuovo corso. Il Beltrade, dunque, è sorto come un tentativo di evitare la chiusura della saladopo questa prima fase di collaborazione, siamo diventati i gestori a tutti gli effetti. Nel periodo iniziale ci siamo rese conto che una monosala considerata di periferia – per quanto vicina al centro – con le modalità precedenti che prevedevano proseguimenti di prime visioni non sarebbe mai sopravvissuta; così abbiamo iniziato a fare delle scommesse proponendo dei film che ci piacevano di più, che erano disponibili e che non erano parte dei grandi circuiti di distribuzione. Abbiamo iniziato, quindi, con dei documentari e film meno noti, come La leggenda di Kaspar Hauser o The Parade, chiaramente meno appetitosi per i grandi cinema, e abbiamo visto che il pubblico rispondeva. Abbiamo sperimentato sin dall’inizio: fin da subito, abbiamo provato a proiettare tutti i film in originale, mostrandone più di uno al giorno (oggi ne proiettiamo 6-7 al giorno), e a creare – così facendo – un pubblico variegato. In definitiva, è stata una scommessa sul cambiamento che ha trovato un pubblico, a cui le proposte sono piaciute, e che ha permesso di consolidare questo tipo di impostazione.

Gestire un cinema, potrai confermarlo, significa anche dover fare delle scelte, e le vostre, c’è da riconoscerlo, non sono certo scontate: tutti i film in lingua originale sottotitolati; una strutturazione senza molti comfort – se così vogliamo chiamarli – che oggi paiono indispensabili, come il POS o la prenotazione dei posti online; un continuo e costante confronto con registi, sceneggiatori e produttori prima e dopo le proiezioni. Ci spieghi il perché di queste decisioni e quale concezione ne è alle spalle?
Abbiamo sempre pensato la sala come un luogo che faccia incontrare persone che amano il cinema, proprio come noi.  Ci mettiamo al loro stesso livello e quando lo spettatore arriva cerchiamo di accoglierlo in maniera semplice, senza troppe sovrastrutture: a noi interessa che il cinema sia una casa ospitale per chi ama i film, e non che il cinema sia lussuoso; prima di tutto deve proporre film interessanti, e in seconda istanza deve farlo nella modalità migliore possibile – e cioè, secondo noi, con una buona qualità di proiezione e di suono ed esclusivamente in originale, e buio in sala dal primo all’ultimo titolo. Ci interessa, insomma, stabilire con lo spettatore un rapporto semplice e familiare: non vogliamo essere un cinema di nicchia, troppo esclusivo, né far pensare a chi entra al Beltrade che per noi siano importanti le dimensioni delle poltrone o dei cestelli dei popcorn. C’è, in conclusione, un confronto costante tra il pubblico e le persone che hanno realizzato il film perché ci piace che il pubblico possa sapere direttamente dai suoi creatori come un film è nato e quali idee ne stiano alla base, anche perché per fare critica cinematografica od ospitare un critico – magari in grado di proporre splendide interpretazioni che il regista può anche non essere in grado di fare, per carità – c’è tutto un altro mondo che in ogni caso si sviluppa al di fuori del nostro cinema, nel quale preferiamo (come appena detto) portare il pubblico a essere consapevole di ciò che è causa del film, piuttosto che esserne effetto.

Altro versante che mi viene in mente per completare la panoramica sulla gestione di un cinema è uno al quale forse, a tutto prima, non si pensa subito, e cioè il suo lato operativo. Inevitabilmente, i film proiettati in sala sono selezionati da te e da Paola: quali sono, quindi, i criteri che scegliete per proiettare un film piuttosto che un altro? E, per rendere completa la domanda, quale iter deve seguire un film indipendente per entrare in contatto con voi e secondo quali parametri accettati alcune proposte mentre altre no?
Innanzitutto devo specificare che la programmazione la fa Paola, non io: la  mia formazione è di storica dell’arte, anche se ho frequentato la scuola di cinema. Io mi occupo ad esempio di aspetti relativi alla comunicazione, che agisce su piani diversi e non solo sui social network, e di moderare le videochiamate o gli incontri dopo i film. Ciò detto, un conto è la programmazione ordinaria, un altro le serate speciali: per una programmazione ordinaria, anzitutto, c’è un vincolo di legge che è il visto censura, altrimenti il film non può rimanere in programmazione. Al Beltrade, come ti ho detto, non c’è una linea specifica ma semplicemente si cerca di mantenere un equilibrio anche fra film più grandi, più di richiamo, che possono anche permettere ai film più piccoli di rimanere  in sala a lungo. Ci sono film che tirano di più, come i film di Jodorowski o di recente alcuni film di Netflix che permettono ad altri meno conosciuti di avere una permanenza più duratura. Il pregio della multiprogrammazione è proprio che, ruotando fra mattina, pomeriggio e sera, ciascun film ha una vita in sala piuttosto lunga; la nostra non è una politica da festival, con i film tenuti per un paio di giorni e basta, ma si cerca di tenerli in sala a lungo. Cosa un pochino diversa è con i film autodistribuiti, che talvolta non hanno il visto censura: in quel caso si organizza una serata speciale e basta. Questi vengono scelti di più sulla base del progetto, della serietà che ci pare avere; chiaramente il film non dev’essere di qualità disastrosa ma non è necessario, per altro verso, che sia eccelsa — la selezione viene fatta sulla base della nostra idea di proponibilità di quel film, per la costruzione di una serata. Dopodiché, purtroppo, ci sono tanti film che noi non riusciamo nemmeno a prendere in considerazione perché riceviamo ormai troppe proposte per gli spazi e i tempi che abbiamo ed è sempre complicato anche solo pensare di rispondere a una mail.

Questo essere sommersi di mail, del resto, certifica la vittoria della scommessa avviata quasi dieci anni fa. Comunque sia, dopo tutto questo tempo, immagino ti sia formata un’idea abbastanza precisa su cosa serva a un film per essere migliore rispetto a un altro, con anche ovvie ricadute in sede di programmazione. Sbaglio?
In parte sì: proprio perché non abbiamo una linea precisa non seguiamo esclusivamente il nostro senso estetico né il criterio economico, ma la varietà. Si va dalla fiction più estrema e artificiale in senso positivo, fino al documentario, passando attraverso film piccolissimi e giganti come quello di Scorsese, e quindi non c’è davvero la possibilità di usare un metro unico per la selezione; ugualmente, distinguere tra “film peggiore” e “film migliore”è abbastanza complicato e ci sono molte variabili da considerare.

Come hai detto tu, un “film gigante” che avete proposto, senz’altro il più grande, è l’ultimo lavoro di Scorsese, il notissimo The Irishman. Notissimo, peraltro, anche per la diatriba avutasi tra i cinema, che hanno proposto di boicottare la proiezione, e Netflix, casa produttrice del titolo. Il Beltrade — lo dico per i nostri lettori — non ha preso parte a questa proposta di boicottaggio e ha continuato, e continua, a proporlo: perché?
Noi come alcune altre sale abbiamo deciso di non aderire al boicottaggio perché pensiamo che i nostri film siano più belli se visti al cinema, al di là che siano di Netflix. Se poi ci sono dei problemi rispetto a Netflix credo che vadano affrontati in una maniera più approfondita e complessa — ci dovrebbe essere un dialogo tra gli attori principali della distribuzione dell’esercizio cinematografico e Netflix tale per cui, se Netflix crea dei problemi perché non segue delle regole che invece dai cinema vengono seguite, bisogna che ne risponda. Ciò detto, il boicottaggio non ha prodotto nulla e non ci sembrava un’ideona; per questo abbiamo continuo a lasciarlo nella nostra sala.

L’ultima cosa, visto che nell’ultimo dialogo ha funzionato molto, sarà ultima questione affrontata qui e prima del Dialogo cinematografico successivo: “Il cinema è una reinterpretazione del mondo”, Gaspar Noé; “Il cinema è il come, non il cosa”, di Alfred Hitchcock; “Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente”, di Mario Monicelli. Anche alla luce di quanto hai detto in apertura sulla tua visione del cinema, come commenti queste tre illustri citazioni?
Beh sono d’accordo su tutto, salvo sulla morte della sala. Probabilmente non morirà, almeno per ora. Cambieranno e sono già cambiate le sue funzioni, il modo di utilizzarla e di fruirla. E non c’è un solo tipo di sala, esistono vari modelli, alcuni dei quali funzionano meglio, altri peggio, ma in ogni caso credo sia una risorsa per la società.

Federico

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