Proiezioni di sé

Dopo l’incendio, Io.

“Non può comprendere la passione chi non l’ha provata.” — Dante Alighieri

Nessuno siede al mio fianco. Nessuno davanti a me. Nessuno dietro di me.
Solo io, avvolto nel buio, e lei, proiettata davanti ai miei occhi.
Le sento pronunciare queste parole: “Eva Collé, 1992. Residente a Berlino. Non-binary, vergine, bisessuale. Autistica autodiagnosticata. Ufficialmente diagnosticata con disturbo borderline della personalità. Sex worker, scrittrice, musicista. Anarchica, femminista, tossicodipendente in cura. Alla ricerca non troppo convinta di un nido.”
La vedo in ogni posa e situazione. Lei, provocante ma leggiadra, intenta a farsi scattare fotografie hot dalla madre; lei, così consapevolmente artificiale, ad abitare un mondo tutto autoscatti ed esteriorità; lei, intricata e intrigante, solo uno tra i tanti oggetti di casa, mentre fuori esplodono tristi fuochi d’artificio.
E mentre — fuori da me — Searching Eva divampa con fiammate brucianti e irregolari, l’incendio si scatena dentro di me. Il documentario di Pia Hellenthal, dal primo all’ultimo frame, con potenza ustionante, mi graffia, mi lacera, mi sconquassa. Lascia il segno, morde e attacca, offensivo e incurante dei miei bisogni.
Eva, come da titolo, va cercandosi. Lei — come tanti figli della generazione Z — ama vestirsi con parole estreme e farsi abitare da contrari che tutto trovano tranne che un’eraclitea unità. Partorita dalla modernità, Eva è madre dei suoi tempi, sembra presiederli e a un tempo farsene beffe.
In 84 minuti di lacerante intensità, vengo scosso più e più volte. Sento risuonare le sue parole, porto la sua maschera nella Commedia dell’Arte che la mia vita crede di essere, provo a controllare, come un burattinaio, il suo impatto su di me. E, per la prima volta in vita mia, non ci riesco. La cute, rivoltosa al calore della sala del Cinema Beltradesi rizza d’improvviso, e si mantiene tesa, incerta, impotente. Gli umani la chiamerebbero — chissà poi perché — “pelle d’oca”.  Ciò che succede, come sempre succede quando a parlare sono loro, è molto più di quanto gli umani dicano. Quel che accade, in un solitario venerdì 13 dicembre, è una profonda sconfitta. La sconfitta di colui che, sinora, credeva di poter essere sempre il burattinaio di quanto vede, e mai la marionetta di quanto è visto. Searching Eva è dirompente perché ustionante, stupendo in quanto inevitabile, unico a causa della sua potenza deflagrante. Come una bomba che nessun artificiere può disattivare, al pari di un vetro infranto, questo documentario che tutto espone e niente illustra, lascia scorie e tagli dappertutto.
Quando anche l’ultimo titolo di coda scompare, e le luci si riaccendono, il mio è un corpo profondamente diverso da quello che aveva fatto l’ingresso in sala.
Fuori dal cinema, mentre cammino, sento la potenza della voce di quella ragazza, così distante e così vicina a me, rimbombare; percepisco, contro la mia volontà, la prepotente connessione tra me e lei; provo, inutilmente, a liberarmi di quel mostro chiamato emozione. Ma è impossibile. Del resto, purtroppo e solo in minuscola parte, “sono un essere umano. Nulla, di ciò che è umano, mi è estraneo”, come scrisse quel commediografo che tanto ho apprezzato.
Quella connessione, tra l’Io e l’umano, tra me e lei, aveva un nome ben preciso: solitudine. Eppure, quando elaboro questo pensiero non può che riecheggiare, in tutta la sua eco, un’altra frase della protagonista: “il nome poco importa, è solo un dettaglio, proprio come ogni altra definizione identitaria, di genere, razza e origine.”.
Ripercorro, con la mente, tutti i film che ho visto nella mia esistenza. Muovo freneticamente i ricordi, rimbalzo di pellicola in pellicola, alla ricerca di un impatto che possa dirsi parimenti travolgente, altrettanto scuotente, o che quantomeno possa essere accostato a quanto ho appena visto. Se trovassi, nei vent’anni di vita precedente, una sensazione anche solo analoga, potrei rendere più razionale quell’emozione, e ritenere che un certo tipo di film genera in me un certo tipo di reazione. Ciò che cerco, in sostanza, è un quietivo della afflizione che Searching Eva ha arrecato in me. Qualcosa che mi consenta di andare oltre, che mi dia la possibilità di mettere in un ordine razionale quella sensazione così fastidiosa, che releghi quell’impressione a fatto ordinario, facilmente esplicabile.
Inutile dirlo: non ci riesco. Impossibile.
Per contrasto, però, dai ricordi emerge Parasite: se in Searching Eva tutto inizia e niente finisce, in un eterno ritorno di problemi e contrasti; nel film coreano, nulla comincia davvero, eppure tutto sembra poter esplodere da un momento all’altro. In un climax di cui non si scorge né l’avvio né la conclusione, la solitudine non è quella della ragazza che si cerca senza mai trovarsi, pianificando sogni destinati a dileguarsi; è, invece, quella di figure grigie, tetre, povere, pronte a tutto pur di avvicinarsi al mondo di chi ‘è gentile perché è ricco’, come sostiene un protagonista. La bomba non esplode nella camera da letto di Eva, ma nel sottosuolo di una città occidentalissima per quanto sudcoreana, inevitabilmente divisa tra ricchi e poveri, dove la lotta di classe diventa percorso, accidentato, per la sopravvivenza, in un nucleo frammisto di realtà e follia, di risata e spavento, di eleganza e di rudezza senza pari.
Sartre diceva, penso, che “nella percezione c’è sempre il costituirsi di una forma su uno sfondo”: e mentre mi chiedo quale sia — con queste due forme — il mio sfondo, continuo a camminare, passo dopo passo, lacrima dopo lacrima, caduta dopo caduta.
Pochi minuti dopo, alzo gli occhi. Di fronte a me, tutto trova un senso; la bellezza si incarna nella forma, la sostanza non cede al contenuto. Il corpo, il cuore, si riattiva. Il sangue torna a circolare, l’ossigeno entra ed esce come sempre, tutto torna al suo posto. Ora sì, c’è qualcuno al mio fianco. Ora sì, lo sfondo è chiaro, lampante, lapalissiano. Ora che ho trovato qualcosa, penso, non ha più senso dirlo a qualcuno.
Trovata la luce, provare a descriverne lo straordinario bagliore sarebbe stato vano: del resto, e non lo dico certo io,

“Non può comprendere la passione chi non l’ha provata.”

Federico

2 risposte a "Proiezioni di sé"

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  1. Viene un dubbio: e se avesse avuto ragione Gilles Deleuze quando affermava: “Quando non abbiamo più segreti, non abbiamo niente da nascondere. Noi stessi siamo diventati un segreto, siamo noi stessi che ci nascondiamo?”
    Non è solo il residuo del film. E’ un quesito esistenziale

    "Mi piace"

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