L’isola che c’è

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Leaving on a thin line

Da più di tre anni, parlare di politica inglese equivale a parlare di Brexit. Da più di tre anni, lo spettro dell’uscita dall’Europa si è aggirato nel dibattito internazionale senza concretizzarsi mai veramente. Ci sono state contrattazioni senza fine tra UKUE e accordi bocciati da entrambe le parti. Ci sono state continue analisi politiche sul perché del Leave e del Remain. E ora, dopo le ultime elezioni, c’è un numero: 31/01/2020. La data in cui il Regno Unito dovrebbe lasciare definitivamente l’Unione Europea.

All’inizio, trasferendomi in Inghilterra, la Brexit è stato uno di quegli argomenti delicati che preferivo evitare. Da un lato per non suscitare troppe polemiche, dall’altro perché la risposta non è sempre quella che ci si aspetta. Ho sentito di famiglie di immigrati di seconda generazione che hanno votano fieri per il leave e inglesi doc che hanno sostenuto il remain. E viceversa, ovvio. Dopo qualche tempo, diventa come un grande sottinteso: sbuca di tanto in tanto nelle conversazioni e anche se non ho più timore di parlarne, la maggior parte delle volte continuo a non pensarci. Comincio a rendermi conto che la realtà è molto più complessa dello slogan martellante “Get Brexit done”.

Sarà che vivo a Londra. A camminare quotidianamente in zona 1 ci si abitua ad un’atmosfera cosmopolita. Ad avere a che fare ogni giorno con persone da ogni parte del mondo — sono così i tuoi amici, i tuoi compagni di corso, gli studenti con cui condividi l’appartamento, le persone nel tavolo accanto al tuo quando prendi un caffè — sembra incredibile che questo continuo melting pot venga considerato un problema. E no, non si tratta solo del fatto che il centro sia un’area privilegiata. Statistiche mostrano che i seggi dell’area di Londra sono andati per la maggior parte al partito laburista. E se la capitale non rappresenta la nazione intera, ne è comunque parte. Il fatto è che, come scrive lo scrittore Marco Mancassola in un articolo su Internazionale “Nei due anni trascorsi dalle scorse elezioni, l’incancrenirsi della Brexit come questione identitaria ha schiacciato la risonanza di ogni altro discorso.” Insomma, c’è molto altro di cui parlare, solo non ce ne è stato lo spazio.

Confrontarsi con la politica inglese significa avere da una parte il paese che si distinto è nelle proteste contro il cambiamento climatico, (qui è nato il movimento Extinction Rebellion), il paese in cui il dibattito sui diritti dei lavoratori e sulla qualità della vita continua ad essere vivo, in cui ogni anno si trasferiscono e vengono accolti migliaia di studenti internazionali, me compresa. Dall’altra parte c’è la crisi, una popolazione esausta delle continue esitazioni, e un partito che, di fronte alla confusione generale sulla Brexit, ha puntato tutto sulla semplificazione. Ha cancellato ogni altro fattore dal quadro generale e si è concentrato su un solo punto: get Brexit done, facciamola finita ed usciamo dall’Europa. E molte persone — qualunque sia la ragione — hanno ascoltato.

La mia speranza è che questa scelta si riveli per quella che è: troppo stretta per descrivere l’evoluzione futura delle politica. A vincere basterà un slogan, ma per governare servono visioni articolate, progetti a lungo termine e capacità di comunicare anche con i propri avversari. E una volta che lo spettro della Brexit diventerà realtà e verrà il momento di far fronte alle conseguenze, questa complessità dovrà tornare alla ribalta, in un modo o nell’altro. Io aspetto. Ho un permesso firmato dal governo per rimanere cinque anni, e starò a vedere cosa accade.

Francesca 

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