L’intervista a Giulia

Cara Giulia, ripartiamo dalla fine della tua biografia. Come riesci a far stare assieme Michelangelo, Caravaggio e Harry Potter? E in che modo influiscono a tal punto da poter essere definiti “guru”?
Lo so che può sembrare un connubio particolare, ma se si conoscono bene le storie di questi personaggi si può capire che hanno tutti un filo comune, cioè il coraggio e la resilienza; due cose che per me sono molto importanti  nella vita.
Michelangelo è noto, oltre che per le sue opere, per il suo carattere forte e per la forza di far valere le sue idee — certo, era forse troppo testardo ma sicuramente si faceva sentire, disinteressandosi del giudizio altrui e andando avanti per la sua strada.
Caravaggio invece era l’artista maledetto per eccellenza: mi affascina la sua ambiguità, la sua crudezza, la sua geniale follia. Era sregolato, andava oltre, rompeva gli schemi, spesso se ne pentiva, ma anche lui aveva la forza di perseguire la sua strada indipendentemente da tutto. Ha fatto della sua drammatica vita il proprio punto forte; è stato un assassino ma anche un grande uomo — impossibile non restare affascinati dalla sua arte così come dalla sua vita.
Harry Potter, infine, lo conosciamo tutti: è il bambino prodigio, colui che ha sconfitto la morte guardandola in faccia. Ci trovo della poesia nella sua storia, nei libri della Rowling in generale e nel coraggio con il quale ha affrontato le sue disavventure, rimanendo sempre se stesso e non sottovalutandosi mai e credo che tutti ne siano consapevoli. 

La seconda domanda tange, invece, il motivo per cui sei qui: ne hai appena accennato nella biografia, dunque è il caso di insistere. Qual è stato il percorso che ti ha avvicinato all’illustrazione? E come sei arrivata a quella che forse potremmo definire come la tua “vetta” sinora, e cioè la collaborazione con Eugenio Finardi?Provengo da una famiglia di artisti, da persone che hanno sempre vissuto nell’arte e che mi hanno trasmesso la sua bellezza e il suo significato.
Sono sempre stata la classica bambina che anziché scrivere e parlare disegnava per tramettere e far comprendere le sue emozioni. Mia madre conserva quaderni pieni di temi scolastici di quando avevo 7/8 anni in cui anziché un bel tema, magari assegnato dalle maestre per le vacanze, c’era un bel disegno. Lo facevo perché credevo già allora nella forza delle immagini, di ciò che esse possono suscitare in pochi secondi.
Per me un bel colore dice molto di più di belle parole e una bella forma trasmette il doppio di un bel discorso; a me le parole non sono mai servite, e la cosa si conferma di anno in anno. Ed è stato anche per questo che ho scelto come percorso di studi universitario architettura.
A 17 anni, mi appassiono al disegno digitale non per qualche motivo particolare ma semplicemente perché lo reputavo più moderno e intuitivo. Spesso la gente non capisce il significato di una pennellata piuttosto che di un’altra, percepisce solo ciò che arriva un po’ superficialmente, è per questo che l’arte tradizionale sta un po’ morendo o, ahimè, viene capita poco…Dunque non mi sono posta il problema di andare a studiare la pittura piuttosto che la scultura, ho iniziato e continuo da autodidatta questo percorso “moderno” con l’illustrazione, pur rimanendo innamorata del disegno a mano (che lascio solo negli sketchbook nei miei cassetti) e della pittura. Spesso però ciò che esce in digitale è stato pensato prima su una carta, in nero su bianco, magari con una bella musica in sottofondo che aiuta sempre a tirare fuori le proprie emozioni.
La collaborazione con Eugenio Finardi invece si è avuta nel 2018 grazie ai ragazzi di un’associazione culturale no-profit chiamata “Disanima Piano” che, contattandomi, mi hanno proposto di collaborare con loro a un Festival tenutosi a Mantova nel settembre del 2018. Come poter dire di no quando ti propongono di utilizzare le tue illustrazioni come quinte teatrali per un grande Festival dove ci sono grandi artisti come appunto Eugenio Finardi?

Come sai, Bottega di idee è un blog nato poco più di tre anni fa: per quanto non fosse quello l’obiettivo, senza alcuna sponsorizzazione, abbiamo raggiunto 50mila visualizzazioni e coinvolto lettori da oltre 50 Paesi in tutto il mondo. Cosa ti aspetti dall’esperienza che stai per cominciare e cosa speri di poter donare al nostro blog?
Spero tanto di riuscire a far arrivare il più possibile la mia arte ma soprattutto di riuscire a sintetizzare con una sola immagine le emozioni e sensazioni delle parole che usciranno da ogni articolo. Io la vedo non solo come una grande opportunità ma anche come una grande sfida; non sempre è facile rappresentare emozioni e sensazioni altrui, e io spero vivamente di riuscirci.

Altra piccola postilla che mi piacerebbe emergesse da questa intervista è la diffusione anche geografica del blog: con te, Bottega di idee raggiunge anche la Calabria, avendo partecipato a eventi in Piemonte e Lombardia, con membri in redazione che attualmente spaziano da Trieste a Napoli. Come speri di poter “contaminare” la tua terra, i tuoi amici, con i nostri contenuti? E come ti sembra la possibilità di poter collaborare con persone così lontane da te? Ti spaventa o ti attira?
Ovviamente questa nuova avventura mi attira molto! Sono abituata a collaborare con persone lontane da me, sia geograficamente che culturalmente (ho collaborato con persone dall’altra parte del mondo), nonostante le mie collaborazioni si concentrino molto sulla mia regione e sulla mia città perché credo molto nelle potenzialità di noi giovani meridionali.
Partendo dal presupposto che, al contrario della maggior parte delle persone, sono molto fiera di essere calabrese, spero di “contaminare” la mia terra con contenuti di spessore e di qualità dimostrando al resto d’Italia che anche al Sud esiste la cultura, la perspicacia e la sensibilità che molto spesso vengono negate da pregiudizi che, nel 2020, non dovrebbero esistere. Con questo non voglio dire che la mia terra abbia bisogno di essere “contaminata” perché, a differenza di quanto tutti pensano e nonostante le difficoltà concrete che sono presenti, anche da noi ci sono progetti e idee belle come questa, che vertono sulla forza e audacia dei giovani, che spingono sull’arte e sopratutto sulla cultura. Concludendo, spero semplicemente che il lavoro e la qualità, attraverso voi e le vostre collaborazioni, vengano riconosciuti.

In conclusione, il nostro scopo: unire giovani e cultura. Cosa ne pensi e come speri di poterti unire a questo intento?
Purtroppo o per fortuna sono una che ancora crede alla citazione “la bellezza e la cultura salveranno il mondo” andando contro l’idea che affermò Umberto Eco nel 2015 in occasione dell’Expo; nel contempo, credo anche che si stia vivendo in un’epoca troppo progressista, troppo superficiale e troppo semplicistica, che non permetta ai giovani di lasciarsi ammaliare dalla cultura.
A oggi, ciò a cui più si pensa, è l’estetica, il sapersi far guardare, il convincersi che lo studio e il suo sistema non rispecchino la nostra intelligenza e che abbiano molto più successo le persone che hanno smesso di studiare piuttosto che quello che lo hanno fatto. Ecco perché oggi più si è — permettimi il termine  — scemi e più si è felici, più si portano avanti delle convinzioni sbagliate, come quella del pensare che la cultura sia una cosa da vecchi, continuando a credere che più si ignori un determinato argomento e meno problemi si presentano nella vita.
Per questo credo, dunque, che sia molto importante il lavoro di questo blog nel cercare di unire due mondi che vengono ritenuti ossimorici, sperando di riuscire ad avvicinare più giovani possibile attraverso anche uno scambio di opinioni e confronti, e facendo sì che questo progetto si espanda sempre di più. 

Federico

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