Lettera all’amore

“L’amore non è consolazione, è luce.” — Simone Weil

Amore.
Volevo iniziare così. Solo una frase, poi una parola.
Amore, te lo dico sin da ora. Questa non sarà una lettera come tante. Non ci sarà nessun “caro” a precederti. Non ci saranno riflessioni filosofiche, o film, che si uniranno a episodi veri o finti della mia vita. Non ci sarà stile, né calcolo. Non ci sarà secondo fine, né alcuna pretesa universalità. Non sarà un diario, né un trattato. Questa lettera, Amore, non. Questa lettera è negazione. Questa lettera è contrasto, scontro, ferita.
Amore, mi dispiace se non ti piacerà. Amore, mi dispiace se non ti piacerai. Amore, mi dispiace se il fuoco brucerà in fretta, non dando al cielo il tempo necessario per accogliere le tue ceneri. Amore, te lo dico subito: non saranno né rose né cioccolatini né film romantici. Perché, Amore, e questo non c’è bisogno che te lo ricordi, per me non sei stato niente di tutto ciò: tu sei senz’altro “ciò che move il sole e l’altre stelle”, come chiosò il divino Dante; e indubbiamente è vero quanto sosteneva Jacques Prévert, quando scriveva che “Non ci sono sei o sette meraviglie nel mondo; ce n’è una sola: è l’amore.”. Ma, ecco, Amore, tu non sei solo questo.
Amore, tu sei sangue e polvere di stelle. Amore, sei eternità e istante. Amore, sei profumo e sofferenza. E, Amore, sei soprattutto indefinibile. Pascal ha scritto che quando si parla di te si finisce per innamorarsi; mentre Lao Tzu ha sostenuto  che di tutte le passioni tu sia la più forte, perché sei l’unica ad attaccare contemporaneamente cuore, testa e sensi. Con te si è scontrato uno dei più grandi compositori, uno che nemmeno è stato sconfitto dalla sua sordità, ma che ha dovuto ammettere che “L’amore vuole tutto, e ha ragione”.
Io, Amore, nemmeno ci provo. Già scriverti è atto folle e sconsiderato, figuriamoci definirti. Amore, oggi tanti consumisti ti celebrano; tanti finti innamorati si baciano; tanti umanoidi si uniscono. Amore, questa lettera potrebbe essere una celebrazione. Perché, se fossi obiettivo, riconoscerei che la vita me l’hai salvata ben più di quanto me l’abbia rovinata. Ma di fatto, quando ti ho incontrato la prima volta ho scambiato un abbraccio e due labbra nemmeno del tutto appoggiate, Amore, per quel travolgente e totalizzante sentimento che, come scandiva Gibran, è l’unico, insieme alla morte, a cambiare ogni cosa. La prima volta in cui ti ho nominato, invece, eri bello e oscuro; la prima in cui mi sono commosso insieme a te, Amore, eri lucentezza e pura eleganza. E, Amore, quando ho capito davvero chi fossi, la testa ha iniziato a dolermi, scossa e urtata da tale impatto. Di te, Amore, scrivono tutti — e purtroppo, soprattutto quelli che non sanno farlo. Su di te, Amore, putrescenti cervelli si arrovellano, prima di scoprire la loro totale inedia, figlia di quell’ignoranza maleodorante proprio perché evitabile. Ma, Amore, su di te non vengono scritte solo frasi infastidenti l’intelligenza umana. Di te — proprio perché hanno parlato tutti — è stato detto, da quel genio che era Paul Valéry, che “L’assoluto dell’amore si riconosce dall’inquietudine di chi ama”. Con quella frase, Amore, finalmente qualcuno ha riportato alla luce chi sia davvero la tua consorte: quell’inquietudine che è caratteristica dell’essere per renderlo umano, quel trasporto emotivo che inizia ma che soprattutto sfinisce, quell’oscura tenebrosità che piega l’animo umano costringendolo a una lancinante sofferenza.
Amore, vorrei avere la capacità di renderti oracolare; vorrei avere il coraggio di scandagliarti, e dissezionare chi sei — perché Amore, se c’è una certezza, è che tu sia qualcuno — fino a renderti poltiglia; vorrei avere la leggerezza di cantarti, di ridurti a poesia, di mantenere quello strano intruglio avvolto da una rete inestricabile; vorrei avere la pesantezza necessaria per vederti volare sopra me e sopra tutti, solo nel sole, come uno splendido ma ambiguo loto.
Amore, sei cominciamento d’ogni sofferenza e termine d’ogni felicità. Sei vergogna arrossita dipinta su un volto che si staglia all’orizzonte. Sei arrendevolezza, e melanconia. Amore, sei grido di rabbia frammisto a mormorii di eleganza. Amore, qualunque cosa tu sia, mai saranno abbastanza le parole per descriverti, le musiche per elevarti, i colori per ridurti. Amore, non voglio nemmeno pensare a cosa stesse pensando Shakespeare quando prescrisse — proprio come un farmaco assegnato per il proprio paziente — con la sua serafica meticolosità: “parla piano, se parli d’amore.”. E, Amore, se non voglio pensarci è perché non voglio arrendermi all’idea tanto dittatoriale per la quale il genio, proprio come l’Amore, tocchi solo qualcuno e non tutti. E, Amore, ti dirò: sebbene tu sia stato principale fautore delle mie sofferenze, malgrado tu mi abbia barricato in quel tunnel, nonostante tu mi abbia rinchiuso in quella cella, io, grazie a te, ho scoperto che ogni lacrima è cristallo, e ogni sanguinamento è porpora. Perché, Amore, credi di accecare, e invece abbagli; pensi di allucinare, e tuo malgrado abbacini; vuoi essere perdizione, e proprio lì sei scoperta. Perché, Amore, per quanto tu possa rifiutarti di asciugare le mie lacrime, io saprò sempre che non sei consolazione, ma luce.
Ed è per questo, Amore, che io ti amo.

Federico

Una risposta a "Lettera all’amore"

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  1. La prima volta che ho riflettuto sulle componenti dell’amore è stato nel 1977 quando qualcuno mi portò da Parigi una prima edizione di Fragments d’un discours amoureux di Roland Barthes. Barthes si tiene lontano dalla spiegazione di un’emozione tanto difficile da costringere nelle parole.
    Contemporaneamente Francesco Alberoni in Italia pubblicava Innamoramento e amore.
    Due saggi diversissimi ma complementari.
    Il tuo punto di vista è una ripetizione delle emozioni provate al tempo, leggendo Barthes e Alberoni.
    Quello che c’è di nuovo è il nuovo: l’attualità di una emozione vissuta dal vivo.
    L’amore non è cosa da libri, come credevo 40 anni fa. Non so ancora cosa sia ma tu la spieghi bene.

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