Arroganza d’artista

È notte, e quasi tutta Firenze dorme. Un uomo, nel suo freddo studio, scruta fuori dalla finestra con aria assorta. Piccole gocce di sudore gli corrono sulla fronte, poi giù lungo le guance, per posarsi infine sulle sue labbra o tra i peli della sua ispida e corta barba.
I suoi occhi si stringono sempre di più mentre egli cerca in tutti i modi di scorgere il fattorino, anche se è ben consapevole che fino a quando guarderà la strada, la troverà sempre vuota.
Si gira, allora, verso il lungo tavolo al centro della stanza e comincia a riordinare gli strumenti che già aveva predisposto meticolosamente. Li prende in mano uno ad uno, li strofina con l’orlo dalla lunga veste e li rimette sul tavolo, esattamente com’erano prima. Controlla poi che ci siano i fogli e l’inchiostro vicino ad essi. Si avvicina all’unico, grande armadio e afferra una sorta di grembiule — in realtà un grosso scampolo, pesante e scuro — e se lo lega sia in vita sia sulle spalle. Infine, taglia preciso un piccolo pezzo di stoffa e lo immerge in un infuso di erbe. Poco dopo, se lo porta al viso, proprio sulle labbra: qui lo lega con una cordicella di cuoio. Trae un sospiro di sollievo quando tutti i suoi rituali sono completi e sprofonda in una vecchia poltrona ad aspettare.
Tre colpi, secchi e forti, lo svegliano. Inspira bruscamente e l’odore delle erbe gli invade le narici. Si mette subito in piedi e si precipita alla porta; allunga una mano verso la maniglia, ma una voce dall’esterno lo blocca. «No!» è tutto ciò che l’uomo sente e ne rimane sorpreso, perché si accorge di avere a che fare con una donna. «Il pagamento» lei esige, provando goffamente a mascherare una voce tanto femminile. L’uomo, all’interno dello studio, sorride e accostandosi alla porta risponde: «Sul davanzale della finestra, alla tua destra». Per un momento, non sente più nessun rumore. Il suo sguardo è concentrato sulla porta, sta trattenendo il respiro e per distrarsi osserva le venature del legno. Quando sente un tintinnio alla finestra, si gira di scatto ma è troppo tardi: la borsa di monete è sparita. Con grande esitazione, batte la porta tre volte. Aspetta, ma non ricevendo risposta decide di aprire.
Il cadavere è fresco, come aveva richiesto: non è maleodorante e nemmeno troppo pesante, né disgustoso. L’uomo ispira ed espira lentamente un paio di volte, poi toglie il telo che ricopre il corpo senza vita di fronte a lui. L’aspetto del morto sul tavolo non è poi così macabro — perfettamente immobile, gli occhi e la bocca serrati — , si potrebbe quasi pensare che sia semplicemente addormentato se non fosse per il colorito verdastro della sua pelle.
L’uomo si allontana dal tavolo per afferrare un piccolo coltello, lungo e stretto. Lo porta davanti ai suoi occhi e osserva seccato un leggero tremolio delle sue mani. Il suo sguardo, così come la sua mente, in un attimo è fuori dell’angusto studio e si ritrova perso nelle pagine dei suoi innumerevoli appunti. D’un tratto, però ecco che l’uomo è concentrato di nuovo sul cadavere: gli avvicina il coltello al petto e si prepara ad incidere.
«Quale prezzo…» mormora, tra sé e sé, mentre la lama recide la carne, «quale prezzo per le mie velleità artistiche! Già vedo con chiarezza gli insulti e le dicerie sul mio nome… Oh, sono certo che si ricorderanno di me». L’uomo continua a incidere, risoluto, cominciando a notare i muscoli sotto la pelle, meravigliosi quanto misteriosi.
«In un modo o nell’altro, si ricorderanno di Leonardo da Vinci».

Mariana Rosa

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