Angoscia dell’anima

Il padre dell’Umanesimo

Ricordo ancora il giorno in cui iniziai a percepire la realtà: fu come svegliarsi da un lungo sonno. Ero intorpidito, confuso, ma conoscevo già ogni cosa. Non è stato come per i bambini, che devono imparare tutto da zero, no: io sapevo! Pian piano, dopo il primo spiraglio di luce, sentii anche le capacità intellettive affiorare in me.
Mi miniò Simone Martini e venni consegnato un giorno ad un tal Francesco Petrarca, che ancora non sapevo sarebbe entrato nella storia.
Era un uomo gentile, intelligente, ma di temperamento un po’ oscuro. Trattava noi libri come fossimo la cosa più preziosa che possedesse, e per lui era davvero così. Io ero uno dei suoi codici preferiti; quando m’apriva diceva “Ah, Virgilio!” e questo è tutto quel che so sul mio contenuto. All’inizio pensavo fosse il mio nome, a dire la verità.
Leggeva molto, soprattutto i codici latini. Ascoltandolo, capii che anche io lo ero.
Non si separava mai dai suoi manoscritti: ci portava sempre con sé, in ogni spostamento. Da Arezzo (dove nacque, nel 1304) ad Avignone, passando per Venezia, sino a raggiungere la Francia. Era un uomo molto apprezzato, ovunque andasse. Parlava un ottimo latino e voleva imparare il greco, anche se non ci riuscì. Era un intellettuale — da quanto capii — che come professione scriveva. Scriveva tanto quanto leggeva, cioè quanto più possibile. A volte era molto energico e allegro, e quelli solitamente erano i giorni in cui aveva avuto una buona idea.
La maggior parte delle volte, però, era triste, cupo in volto. 

Soffriva, poveretto, e chissà per cosa! Tutto andava per il meglio: pensate, nel 1340 gli arrivarono nello stesso giorno due proposte per un’Incoronazione Poetica: La Sorbona di Parigi e Roma lo volevano sommo poeta patrio! Accettò la proposta dell’antica capitale dell’Impero Romano, forse a causa del suo grande amore per l’antichità classica.
A mio modesto parere, in questo costante soffrire c’era lo zampino di una donna: sbirciavo tra i fogli, a volte, e per quanto cercasse di nasconderlo dietro quello che chiamava senhal, io l’ho letto, quel nome: Laura… Laura qui, Laura lì, Laura ovunque; pensavo sarebbe impazzito per amore, e del resto, a leggere quello che scriveva, lo avrebbe pensato chiunque. 

Era sempre stato un animo inquieto, seppur sempre incline all’affetto — voleva molto bene a suo fratello Gherardo, e a sua madre Eletta, che purtroppo morì troppo presto; di giorno e di notte, però, era sempre turbato. Ciononostante, e quasi incomprensibilmente, si rassereneva per un giorno o due e sembrava essere una roccia invicibile! Nemmeno il tempo di rallegrarsene, che poco dopo lo si vedeva riappoggiare le guance bagnate sulle sue carte. Aegritudo animi, la chiamava lui: angoscia dell’anima. Cercava di distrarsi andando in Francia e a Firenze, a Roma, dappertutto, ma niente. Era sempre preoccupato e turbato, e scriveva. Quando scriveva, gli tornava il sorriso — proprio come accadeva durante le sue letture, o quando invitava degli amici a casa — e si mostrava pieno di orgoglio.
Tutto peggiorò quando questa Laura morì. Fu la peste, nel 1348. Come si disperò quell’uomo: nemmeno Cristo sulla croce! Improvvisamente, però, questo temporale se ne andò com’era venuto e lui ricominciò a sentirsi torbido. Non era triste, ma pensieroso e riflessivo. In quel periodo scrisse senza freno: lettere e poesie, in latino e in fiorentino. Farneticava sui piaceri terreni e quelli celesti, invocando l’aiuto di Sant’Agostino, che era da sempre la sua guida e con il quale a volte fingeva di parlare, immaginando che cosa gli avrebbe risposto. 

Ne scrisse un’opera, se ben ricordo…il Secretum? Aveva iniziato a comporlo nel 1347, ma lo ultimò nel ’49.

In queste vita travagliata ebbe anche una figlia, e le diede il suo nome, Francesca. Amò molto anche lei, tanto da volerla compagna della sua vecchiaia. Fu molto dura vederlo appassire, mentre io invece rimanevo bello e nuovo: sapevo che lo avrei dovuto salutare un giorno, per sempre.
Quel giorno arrivò, nel 1374, poco prima del suo compleanno, la notte fra il 18 e il 19 luglio. 

Morì su di me, mentre mi leggeva e mi analizzava e mi correggeva, nel modo in cui le sue mani ormai deboli facevano da quando ne avevo memoria. Si appoggiò a me e pensai si sarebbe rialzato presto: sarà stato un colpo di sonno. Le ore passavano e lui non si muoveva.
Soffrii molto quel giorno — e per tutti quelli a venire, fino ad oggi — poiché fu colui che diede la vita a me e fu padre di molte altre opere.

Il Manoscritto Ambrosiano Virgiliano, che un tempo fu di Petrarca

Laura

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