L’intervista – Ludovico Arte

Ludovico Arte, lei è Dirigente Scolastico dell’Istituto Tecnico Statale Marco Polo di Firenze che, oltre a tante peculiarità di cui parleremo, si è reso noto anche fuori dalla propria regione per un film chiamato Marco Polo — Un Anno tra i banchi, girato da Duccio Chiarini e proiettato al Cinema Beltrade di Milano, dove ormai io e il mio blog siamo di casa. Lì, a seguito della proiezione, lei (insieme ad altri relatori, tra cui il regista stesso) ha tenuto vari interventi che mi hanno colpito molto, e dunque eccoci qui. Per iniziare, racconterebbe a me e ai miei lettori quale percorso l’ha condotto al punto in cui si trova ora?
Io sono un sociologo di formazione, e dopo una serie di altri percorsi — dottorato in ricerca e altre cose — sono diventato insegnante, prima di Diritto ed Economia e poi di Psicologia. Dopo vent’anni di insegnamento, ho fatto il concorso per diventare Dirigente Scolastico, per provare a cambiare davvero le cose; del resto oggi le norme fanno del preside una figura in grado di lasciare un segno importante. Attualmente sono all’ottavo anno di conduzione della Marco Polo di Firenze. Il Marco Polo, al mio arrivo, era una scuola in grossa difficoltà, con 615 iscritti (sotto i 600, le scuole vengono accorpate); il turistico a Firenze è una scuola importante, che aveva avuto grande successo, ma che era entrata in difficoltà. Con la passione e l’entusiasmo di chi comincia ho chiesto alla scuola di iniziare un percorso di profondo rinnovamento: nel giro di due-tre anni la scuola ha raddoppiato le iscrizioni mentre ora siamo quintiplicati, e ci troviamo ora a dover sorteggiare gli iscritti — che sono 1600, con 150 insegnanti — ma se non li stessimo facendo i sorteggi saremmo arrivati a 3000 iscritti.
Il tentativo di rinnovare la scuola, che evidentemente ha raccolto molto successo, si è mosso su quattro linee.
La prima è forte innovazione tecnologica: prima del mio arrivo, c’erano 2 LIM, pochi computer, la tecnologia era ben poco diffusa; ora ogni aula ha una lavagna multimediale e un PC. Ancora, abbiamo rinnovato il sito web e introdotto il registro elettronico e un’app per il proprio smartphone. Infine, abbiamo anche realtà virtuale. Certamente, per usare una frase che dico spesso, un cattivo insegnante non diventa un buono insegnante grazie alla tecnologia, ma lei — Federico, N.d.R. — immagina quanto ciò possa rivoluzionare l’insegnamento di materie come geografia o inglese, che certo possono beneficiare di realtà virtuali o film in lingua straniera, giusto per fare due esempi.  Seconda linea da sottolineare è l’accoglienza: ci sono psicologi, e nutrizionisti, che hanno uno sportello ogni giorno per studenti e genitori e che intercettano tante situazioni di disagio. Oltre a ciò, abbiamo molte realtà di peer education che mirano in questa direzione.

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Qui sopra, il gigantesco murales dell’ITT Marco Polo

La terza linea tange gli spazi: abbiamo il più grande murales di una scuola italiana. Abbiamo cercato di rendere più bello il volto di un istituto periferico, il quale ora ha spazi innovativi che si possono comporre e scomporre, come tavoli — montabili e smontabili — e luci colorate.
Quarta e ultima linea è quella più specificamente didattica: essendo un istituto turistico, abbiamo rafforzato attività e progetti, in particolare sulle lingue. Abbiamo scambi linguistici con USA, Cina, Australia o Erasmus per 1-4 mesi; gli studenti hanno un progetto per il quale studiano un luogo d’arte di Firenze e poi accolgono i turisti. Infine, il cinese da noi è curricolare, mentre i ragazzi il pomeriggio possono fare corsi di lingua araba, giapponese e russo: ciò che stiamo cercando di creare è una scuola multietnica, di ampio respiro, e che sia ospitale verso tutti: professori, studenti e famiglie.

Per tornare all’occasione nella quale ci siamo conosciuti, già al Beltrade emergeva la questione dell’ingresso delle telecamere nella scuola, chiaramente indispensabile per la realizzazione del film di Duccio Chiarini. Vorrebbe dirci qualcosa sul film in generale per poi vertere su questo specifico aspetto?
All’interno di questo percorso e rinnovamento della scuola, di creazione di luoghi e comunità, di una serie di riflessione sulla società, ci è parso utile raccontare oggi cosa sia la scuola, in un film dove c’è uno spaccato di cosa sia la società — italiani e stranieri, ricchi e poveri, eccetera. Siccome di scuola parlano tutti ma in realtà non molti conoscono questa realtà, ci siamo detti di provare a raccontare scuola e società portando telecamere dentro la scuola. Prima, con il regista, eravamo partiti dall’idea di raccontare l’esperienza del Marco Polo e poi ci siamo detti che sarebbe stato più interessante parlare di scuola oggi, provando a mettere la telecamera e costruire una sequenza di scene che facciano parlare la scuola stessa. Come si sa, c’è un grande dibattito e in generale grande ostilità per le telecamere, che in una realtà come quella scolastica vengono ritenute invadenti. Duccio — Chiarini, il regista, N.d.A. — e io abbiamo spiegato che la telecamera non era contro ma per la scuola. Gli insegnanti lo hanno capito; Duccio si è posto in modo giusto, ed è entrato in punta di piedi. Piano piano ha portato la telecamera, nei luoghi in cui era benvoluta; qualche insegnante ha chiesto di non essere ripreso, ma a quel punto la stragrande maggioranza della scuola ha concorso per essere ripresa. Nel film si vede di tutto: le peculiarità (come la scuola Penny Wirton, cioè una scuola di italiano per migranti con sforzi di integrazione) ma anche le difficoltà caratterizzanti l’intero sistema scolastico, come i ragazzi con il cellulare sempre in mano.
Contemporaneamente, oltre al docu-film, con Duccio Chiarini abbiamo aperto una scuola popolare di cinema, nell’idea che — proprio come avviene nel film — grazie a questo mondo, la scuola (insieme ai cittadini) possa parlare, e far parlare, di sé.

Credo sia il caso di dedicare una parentesi al vostro impegno sull’accoglienza dei migranti e su come questo possa far cambiare molto il modo in cui, dalla conoscenza diretta dei migranti , si possa davvero combattere nel modo migliore e più costruttivo il razzismo. 

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Qui sopra, la splendida facciata dell’ITT Marco Polo, ornata dalla meravigliosa e nota massima gramsciana: “Istruitevi, perché avremo bisogno della vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno del vostro entusiasmo”

Per una scuola come la nostra — che punta sull’accoglienza, con la scritta di Gramsci sulla facciata, dove tutti devono avere diritto di parola — crediamo sia importante che la nostra scuola debba prendere posizione non partitica ma culturale — per esempio, non facciamo entrare i cani antidroga nella scuola per far capire che non si combatte in questo modo la droga. Il nostro tentativo, globalmente, vuole posizionare la scuola relativamente a certe scelte a livello di società. Una volta aperto un dibattito sull’accoglienza a livello di società, ci pareva necessario che la scuola pubblica dovesse essere scuola di tutti, con incontri nelle carceri con queste questioni. Queste Penny Wirton di cui già prima parlavo sono scuole con due caratteristiche: una, l’assoluta gratuità; l’altra, più rivoluzionaria, è che non c’è una classe, ma un rapporto uno a uno: un italiano e un migrante, in un rapporto uno a uno molto centrato sull’educazione, si costruisce anche un legame. Siamo partiti, ormai da due anni, e abbiamo aperto la Penny Wirton al Marco Polo. Insegnanti della scuola e volontari esterni, due volte a settimana dalle 15 alle 17, insegnano italiano agli stranieri. C’è un rapporto di due (a volte tre) insegnanti attorno a un migrante. Si costruisce, insomma, una società che vorremmo.

“Una società che vorremmo”: ripartirei da qui. Nella società che vorremmo, ciascuno avrebbe voce ed eguali possibilità. Perché questo — almeno al Marco Polo — accadesse, lei ha ritenuto opportuno creare di certo politicamente schierata, ma che parimenti desse possibilità di esprimersi a tutti i partiti politici presenti sulla scheda elettorale, tra cui anche CasaPound, il che ha generato molto dibattito all’interno del mondo della sinistra, entro il quale credo di poter far rientrare a pieno titolo il vostro istituto. Ci racconta di questa questione?
Quella che ho messo in campo è una scuola schierata politicamente, ma con forte diritto di parola per chiunque: credo nel fare educazione, non nel togliere la parola. Se un ragazzo esprime una posizione negazionista sui campi di concentramento, devo fare un percorso di conoscenza e, provando a rispettare qualunque posizione esprima, portarlo verso la conoscenza dei fatti. Ciò detto, durante la mia presidenza ci sono state tre volte le elezioni. Durante queste occasioni, ho chiamato i rappresentanti di tutti i partiti presenti sulla scheda elettorale perché si presentassero e facessero un confronto di tutte le idee. Qualche anno fa, CasaPound non si è voluta presentare; mentre le ultime due volte che ho invitato tutti i partiti presenti nella scheda elettorale, la risposta è stata diversa. Nel momento in cui Stato e Magistratura consentono a CasaPound di schierarsi, io devo tenere da parte le mie convinzioni personali e far parlare tutti, dal momento che una scuola pubblica ha il dovere di fare esprimere tutti, ed è lo Stato — non certo altri — a consentire a certi partiti di presentarsi alle elezioni. Comunque sia, alcuni giorni prima, alcuni partiti hanno detto che si sarebbero ritirati se CasaPound si fosse presentata, e così mi visto costretto a dover ritirare il dibattito perché sarebbe mancata una componente troppo estesa dei partiti.  Questa cosa ha suscitato un grandissimo dibattito (del tipo: “con i fascisti si parla” contro “con i fascisti non si parla”) e, curiosamente, in una scuola con una frase di Gramsci sulla facciata, sono stato contestato dalle persone di sinistra — con un comunicato congiunto di CGIL, CISL e UIL — ma anche da CasaPound, per iniziative come la Penny Wirton. 

Qualcuno diceva “in direzione ostinata e contraria”, dunque direi che l’astio di tutte le parti non possa che esser di fregio… Ciò detto, muovendo verso la conclusione del dialogo, parlando con Gianni Canova emergeva quanto poco la scuola presti attenzione all’elemento cinematografico, e di quanta strada ancora si debba fare sulla convergenza di questi due insiemi. Lei cosa ne pensa?
È assolutamente vero tutto. C’è una grande distrazione del mondo della scuola sul cinema — all’estero ci sono delle scuole con indirizzo cinema specifico, da noi bisogna aspettare il DAMS che è di fatto un’Università — anche se per esempio molti insegnanti  sono appassionati di cinema e dentro la scuola fanno vedere film abbastanza spesso. Nella scuola, il cinema entra ma in modo estemporaneo; sicuramente servirebbe un lavoro più consistente, ché il cinema è parte della cultura italiana, di pittura e di immagine. Duccio Chiarini ripete sempre che “prima di poter scrivere bisogna imparare a leggere”, e questo vale per letteratura e cinematografia. Bisogna capire, insomma, come utilizzare i film in chiave didattica. Se un aiuto non arriva dall’alto, però, sono uno di quelli che pensano che il cambiamento dal basso sia possibile, e che le scuole possano cambiare profondamente anche senza l’aiuto dall’alto. Ci sono scuole che per vent’anni non cambiano in nulla e scuole che in poco tempo cambiano radicalmente. E in questo senso credo che la commistione del cinema possa essere rappresentativa.

Chiuderei questo dialogo con una citazione del Talmud: “Il mondo può essere salvato solo dal soffio della scuola”. Tramite un commento a queste parole, le chiederei un auspicio suo, da cittadino italiano, che possa fungere da chiosa di questa intervista di cui la ringrazio.
Io credo che oggi un cambiamento sia possibile, e che quando le cose cambiano, cambiano dal basso. Come dimostrano anche le Sardine — con anche tutti gli elementi problematici di un movimento del genere — c’è grande voglia di cambiare, di mettere in gioco persone giovani anagraficamente o mentalmente, di andare contro slogan e cliché per riportare al centro i contenuti e le idee, opponendosi a uno stantio andar contro l’altro. Se si ripartisse da questo, cioè dalla bellezza di chi ha vissuto sul campo certe storie, un cambiamento sarebbe possibile; se invece il discorso parte dalle stanze dei bottoni, sovente lontane dalla realtà, ciò non accade. È necessario che tutti i gangli della società si attivino per dare forza a un cambiamento di direzione nel quale spero e credo fortemente.

Federico

Una risposta a "L’intervista – Ludovico Arte"

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  1. Grazie Federico per questa testimonianza di impegno
    La scuola, di valori, di studi di vita ben orientata, va vissuta intensamente.
    Ben vengano docenti che provocano intellettualmente i ragazzi e contribuiscono a creare un mondo migliore!

    "Mi piace"

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