Un dilettante straordinario

«Che cosa ci trova di così bello nei fiori, quest’uomo?» chiese il vecchio, sbuffando di fronte al quadro. La stanza in cui si trovava era angusta, maleodorante e per di più senza luce: non esattamente l’ambiente ideale per osservare delle opere d’arte. «Giuro che se vedo un altro girasole, io…» aggiunse sussurrando, mentre suo figlio — che malauguratamente l’aveva accompagnato fino alla bottega — rideva sotto i baffi. «Voi cosa, padre?» — disse il ragazzo, fissandolo. «Non vorrete di certo recare dispiacere al vostro stimatissimo collega Theo. Sapete bene quanto egli tenga al fratello, nonostante… Beh, nonostante le particolari condizioni di quest’ultimo». Il vecchio sbuffò, ben consapevole che il figlio avesse ragione. Con la coda dell’occhio, sbirciò l’artista, che se ne stava seduto nell’angolo più buio della stanza; Theo, come sempre, era al suo fianco e sussurrava parole rassicuranti.
«Certo che», osservò poi il vecchio, con voce mesta e a malapena udibile per il figlio, «ridursi così per un fratello che altro non è se non una zavorra deve richiedere un amore sconfinato: questo è ciò che mi fa provare un gran pena». Il giovane figlio, i cui occhi si perdevano spesso nelle pennellate imprecise che le tele dinanzi a loro esibivano, annuì piano, quasi senza accorgersene. «Avete abbastanza pena da acquistare un quadro, padre? Uno qualsiasi». Il vecchio sbuffò di nuovo, e lanciò un’occhiata ai girasoli, i cui colori sgargianti parevano prendersi gioco di lui e del suo odio nei loro confronti.
Prima che potesse rispondere, una fievole voce si levò dal buio. «Non è per pena che si acquistano quadri, signori» parlò l’artista, stingendo il braccio di suo fratello, cercando disperatamente conforto «ma per rispetto». Il vecchio non lo degnò neppure di uno sguardo, limitandosi ad un falso contegno, e continuò a studiare il quadro davanti a lui con aria seccata. L’artista, dal canto suo, seguiva ogni suo minimo movimento e traeva le conclusioni più disparate. «Il rispetto» disse infine il vecchio, la sua voce severa e roca «va guadagnato. La vostra tecnica è incerta e le pennellate imprecise: temo che, nella migliore delle ipotesi, io possa definirvi un dilettante». Il vecchio, pronunciando queste parole, rimase fisso dov’era, come se i suoi piedi avessero sviluppato dalle radici nel pavimento.
Al contrario, suo figlio osservava l’artista con una preoccupazione crescente – un sentimento condiviso da Theo, che cercava al meglio di trattenere il fratello. I suoi sforzi, però, furono vani: ecco che l’artista si levò in piedi di scatto e prese a camminare — velocissimo e irrequieto, come un pazzo — su e giù per l’angusta stanza. Più volte la voce del fratello tentò di riportarlo alla realtà, ma egli non si percepiva più lì, costretto in quella stanza costringente: anzi, sentiva i muri farsi sempre più vicini, li poteva percepire mentre si attorcigliavano come serpi intorno al suo corpo, afferrandogli con veemenza il collo nel tentativo di togliergli il fiato. Il respiro dell’uomo si fece sempre più pesante e difficoltoso, tanto da spingerlo a tornare alla sua sedia, nell’angolo buio.
Theo si affrettò a soccorrerlo al meglio che poteva: afferrò saldo i polsi del fratello maggiore e, guardandolo negli occhi, prese a respirare profondamente. L’artista, dopo qualche momento di esitazione, lo imitò e in pochi minuti riuscì così a calmarsi. Il vecchio, nel frattempo, era uscito dalla stanza: aveva deciso che le vicende personali dei due fratelli non gli interessavano, neppure in nome dell’amicizia che sosteneva di avere con Theo. Suo figlio, invece, era rimasto nella piccola stanza e aveva atteso pazientemente che l’artista si sentisse meglio.
Il giovane si schiarì la gola, e in un attimo ebbe la completa attenzione dei due fratelli, in modo particolare quella del minore, che lo supplicò con gli occhi di andarsene. «Signore» — disse il giovane, cercando lo sguardo dell’artista — «mio padre è una capra. Sono sicuro che se un uomo come voi ha delle pennellate imprecise, ci deve essere una ragione. Tutto nei vostri quadri mi sembra intenzionale, e penso che siano espressione di una bellezza molto particolare. Come giustamente avete detto prima, occorre rispetto: vi chiedo di raccontarmi la storia dentro a quel quadro, quello con i girasoli. Credo di volerlo acquistare, ovviamente se lei è d’accordo. Le sembra ragionevole, signor… Signor?».
L’artista si asciugò una lacrima vagabonda con la manica della camicia, poi porse la mano al ragazzo. «Vincent» rispose, con un fil di voce «Mi chiamo Vincent Willem van Gogh».

Mariana Rosa

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