Piccole donne

Louisa May Alcott, 1868-69

Io qui voglio azzardarmi — abbastanza temerariamente, sebbene non sia la prima — a definire “femminista” il romanzo di cui ancora oggi probabilmente la maggior parte delle donne ha fatto esperienza durante l’infanzia. Il racconto dettagliato delle vite delle sorelle March, ovvero Meg, Jo, Beth e Amy, che affrontano le difficoltà della vita di ogni giorno traendo forza e ispirazione dalla madre — mentre il padre si trova a combattere al fronte la Guerra di Secessione — ha indotto le giovani lettrici (o anche, perché no, lettori) a immedesimarsi nella vita interiore delle protagoniste, identificandosi quasi sempre più con una che con le altre. 

Ogni sorella, infatti, veicola l’icona di una femminilità a sé: lo spirito coraggioso e creativo di Jo, unito a un carattere impulsivo e talvolta autodistruttivo; la calma e la dolce gentilezza di Beth, tendente all’eccessiva timidezza e a stare sempre un po’ in ombra rispetto alle altre sorelle; le sofisticatezza e la vanità sfrontata della piccola Amy, che formano un carattere talvolta a rischio di sfociare in cattiveria ed egoismo, se non incanalato nella giusta direzione; il senso di responsabilità e l’elegante semplicità della primogenita Meg, che ama pur sempre concedersi qualche frivolezza. Fra tutte quante spicca Jo — eroina che Alcott delinea a sua immagine — senza dubbio la più brillante e originale fra le altre, soprattutto considerando la sua diversità rispetto al modello femminile vigente all’epoca, che l’autrice però non cerca mai di esaltare come la migliore o la più realizzata delle sorelle. 

Ciò che si coglie dalla descrizione accurata di ogni personaggio è invece la meravigliosa unicità individuale che contraddistingue una dall’altra, senza gare e senza premi per chi riesce a costruire al meglio la propria identità. Quello che ogni sorella farà della propria vita non verrà mai fatto apparire dall’autrice come la scelta giusta, bensì come il proprio peculiare modo di svilupparsi e muoversi nel mondo. La presenza maschile non ruba mai la scena alle protagoniste, ma anzi le sostiene con rispetto e genuina curiosità per la loro unità di sorellanza, e il loro costante impegno per contribuire al cambiamento positivo della società. Il personaggio maschile più sviluppato è il vicino di casa Laurie, che si affeziona particolarmente a Jo, con cui insieme forma una coppia in cui i ruoli di genere sembrano quasi invertirsi: il carattere timido e dolce di Laurie controbilancia quello impetuoso ed energico di Jo, mentre fra i due si stabilisce un rapporto amichevole di parità sostanziale, poiché privo di quella che oggi si chiama “mascolinità tossica”, contrapposta all’autolimitazione femminile.

In molti negano che Piccole donne si possa considerare un’opera pre-femminista, per via degli sviluppi convenzionali verso la vita adulta delle protagoniste, oltre che per la ridondante presenza della morale religiosa impartita dall’educazione materna. Certamente se si legge con gli occhi di adesso un classico della letteratura, si troveranno sempre incomprensibili, o persino fastidiose, certe caratteristiche; d’altra parte ciò che rende immortale un classico è la sua essenza, fatta di lungimiranza e profondità, che non muore mai e non dipende dalla cornice culturale inevitabilmente ancorata ad essa. 

Peraltro il recentissimo film della Gerwig ha voluto suggerire la possibilità — assai probabile — che la decisione di terminare il libro facendo sposare persino la ribelle e indipendente Jo, fosse dettata dalle pressanti richieste editoriali, non potendo ammettere che anche una sola delle eroine rimesse “zitella”. La stessa Alcott, che come Jo era la seconda di quattro sorelle, dimostrava con la sua stessa vita di non guardare al matrimonio come a un elemento imprescindibile nella vita di una donna: ricevette fin da bambina un’educazione di livello maschile, essendosene occupato personalmente il padre (il filosofo trascendentale Amos Alcott), che le fece poi incontrare personalità di spicco del mondo intellettuale, fra cui diverse donne esempi di emancipazione femminile; avendo poi ereditato dalla madre Abigail, attivista del movimento suffragista e di quello abolizionista, lo stesso spirito e le stesse battaglie, non si poteva dire affatto una persona adattatasi alle convenzioni della sua epoca.

Il matrimonio in ogni caso risulta leggermente forzato solo per il personaggio di Jo, mentre per Amy e Meg non è altro che la scelta consapevole di due donne, sia pur con criteri diversi, piuttosto che l’annullamento delle proprie aspirazioni. Il sogno di Jo infatti – quello di diventare una scrittrice affermata, che infine si realizza a prescindere dalla sua scelta di sposarsi, con uomo di cui peraltro è innamorata — viene messo sullo stesso piano del semplice desiderio di diventare una moglie e una madre felice, nel caso di Meg, come di quello di Amy di vivere negli agi della vita benestante che non aveva mai avuto. Va spesso ricordato, a questo proposito, che il femminismo insegna a difendere nient’altro che la libertà, e mai l’oggetto della scelta di una donna. 

Per quanto riguarda la forte impronta della morale educativa, che passa soprattutto attraverso le parole della madre, a mio parere non si può dire che costituisca un limite alla formazione del carattere autentico di ciascuna ragazza, ma al contrario si può dire che la rafforzi. Al di là del linguaggio religioso, è più importante, ancora una volta, cogliere l’essenza del pensiero educativo della Alcott centrato sul rispetto per l’essere umano, sia esso femminile o maschile. Le ragazze della famiglia March vengono cresciute infatti come esseri umani, prima che come donne; la madre ha a cuore la loro intima realizzazione, raggiungibile attraverso uno sforzo costante di automiglioramento, ben consapevole che una vita di agi e spensieratezza sia solo apparentemente la condizione ideale di vita per una donna. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, è il motto dell’educazione materna che fa sì che ognuna di loro si senta libera di affermare la propria personalità: grazie a un’educazione lontana dagli stereotipi, tutte e quattro crescono riuscendo sempre a chiedere e ottenere il proprio spazio per realizzarsi pienamente, ognuna secondo la propria natura.
È questo il più grande insegnamento che
Piccole donne mi ha saputo trasmettere: abbraccia il tuo essere interamente e fiorisci per quel che sei.

Valeria

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