L’intervista – Michela Foppoli

Michela Foppoli, infermiera professionale, è qui per portarci la sua esperienza. In questi giorni convulsi, di fatica e grande lavoro, la sua vita come quella di tutti i suoi colleghi è stata sconvolta dall’emergenza Coronavirus. Ma andiamo con calma, e cominciamo dall’inizio. Quando hai iniziato a fare l’infermiera e quale percorso ti ha condotta sin qui?
Sono infermiera professionale dal 1985, lavoro in ambito ospedaliero da sempre e da trent’anni più specificamente in ambito pneumologico, che riguarda prettamente questa  nuova emergenza. Lavoro all’ospedale E. Morelli di Sondalo, nato nel 1940 come struttura sanatoriale  per la cura della tubercolosi, rimasto attivo fino al 1973 per poi essere trasformato nell’attuale presidio ospedaliero facente parte dell’ASST Valtellina e Alto Lario. Alla luce dell’improvvisa emergenza sanitaria relativa al Coronavirus si è deciso a livello politico di orientare a Sondalo i ricoveri dei pazienti affetti da COVID19 di tutta la ASST, con una decisione dal mio punto di vista molto saggia. L’emergenza vera e propria nella nostra provincia è iniziata una settimana fa durante la quale abbiamo visto uno stravolgimento totale dell’intero ospedale: si sono chiusi praticamente tutti i reparti chirurgici, sono raddoppiati i posti in terapia intensiva e contemporaneamente è stato trasformato tutto il padiglione pneumologico dove lavoro in ricoveri per pazienti con sintomatologia riferita al Coronavirus. Come infermiera professionale, da questo punto di vista, sono in prima linea e ovviamente è un’emergenza che riguarda infermieri e medici ma anche moltissimi operatori, che stiamo giorno dopo giorno vivendo sulla nostra pelle.

Come forse intuirai, ho pensato a te perché, in un momento in cui (giustamente, per carità) leggiamo continuamente interviste a infettivologi e primari, mi pare sia invece un po’ dimenticato dall’opinione pubblica il grande sconvolgimento che la vita di moltissimi infermieri abbia subito. Com’è cambiata la tua vita da quando questa emergenza esiste?
Il primo momento è stato scioccante ma poi abbiamo reagito molto in fretta, anche perché è nel DNA dell’infermiere l’emergenza, in tutto quello che facciamo: siamo abituati, per esempio, all’emergenza di un rientro perché abbiamo un collega malato, o al lavorare il doppio per consentire a tutti di andare in ferie, a lavorare durante le feste, e così via. Non possiamo però negare che stiamo vivendo un’emergenza sconcertante, mai vista; neanche per chi come me lavora da tanti anni.
La prima difficoltà è stata quella di imparare a gestire correttamente i mezzi di protezione individuale (camici, sovracamici, mascherine, occhiali, cuffie…) per salvaguardare in primis la nostra salute e poi per contenere in quell’area il virus. Prestare assistenza al paziente infetto è stancante, sia fisicamente che emotivamente. Bisogna mantenere l’attenzione in ogni manovra effettuata, durante tutto il turno di lavoro non è possibile bere, mangiare e andare in bagno. Respirare con una mascherina ininterrottamente per 6/8 ore non è semplice. Bisogna organizzarsi bene se non si vuole arrivare sfiniti e ora lo stiamo imparando. Ora stiamo cercando di capire come gestire la turnistica e come cambiarla, e questo cambierà anche la nostra vita.
Chi ha una famiglia, poi, è anche preoccupato di infettare i propri cari; chi può, come me, ha già detto a tutti (parenti, mariti, figli, amici…) di non raggiungerlo a casa, il che chiaramente porta a un isolamento duplice. Per noi è molto chiara la responsabilità delle nostre azioni verso la comunità e il nostro appello a chi è confinato in casa è quello di rispettare le norme che in continuazione vengono fornite dal Ministero della salute, in particolar modo l’importanza di uscire di casa solo il minimo indispensabile perché il Coronavirus è altamente contagioso e l’alto numero di ricoveri rappresenta la nostra maggior criticità gestionale. Le criticità più importanti per noi devono ancora arrivare, e ci hanno già avvisato che settimana prossima vi sarà un grande afflusso, e quindi ci stiamo armando di coraggio anche perché non neghiamo di essere preoccupati, anche siamo consapevoli di essere a rischio infettivo molto più alto rispetto al resto della società e quindi ci stiamo preparando anche emotivamente a questo.

Non certo solo per gli infermieri tutto è cambiato da quando il Coronavirus esiste, anzi: ospedali al collasso, posti in terapia intensiva sempre meno liberi, gestione diversa dei pazienti rispetto al passato… Cosa puoi dirci su questo?
Posso parlarti della mia professione riguardo all’emergenza per quanto riguarda l’ospedale in cui lavoro, perché ospedali come Lodi o Cremona, coinvolti in questa emergenza da quasi un mese, si trovano da tempo in una situazione di sovraffollamento e quindi di stanchezza decisamente più importante della nostra. Ciò che si sta verificando però è il rapido afflusso di pazienti affetti da Covid-19 che oramai ha saturato il padiglione pneumologico dove lavoro. Nel frattempo, tra un turno e l’altro ci stiamo organizzando per fornire all’utenza le cure e l’assistenza migliore possibile anche in questa emergenza. Ho la fortuna di lavorare in un ambiente altamente professionale e collaborativo tra tutte le figure professionali ma i  turni sono pressanti e non abbiamo tempo di organizzare riunioni di reparto, così abbiamo attivato una chat di gruppo tra coordinatore, infermieri, medici, oss per scambiarci proposte e attivare modalità di lavoro. Stiamo affrontando una grande quantità di problemi, da quelli strutturali, organizzativi e di gestione di una malattia provocata da un agente virale sconosciuto. Comunque sia, nel nostro ambiente lavorativo ho visto una risposta collettiva di grande coraggio. Nessuno si sta tirando indietro e anzi c’è chi si prodiga troppo, rischiando poi di non avere resistenza nel tempo, perché il problema sarà quello di resistere. Abbiamo visto che è un’emergenza globale, che si risolverà solo tra qualche mese e solo con la collaborazione di tutti, il cui problema principale è la grande virulenza. I problemi sono enormi e numerosi. Stiamo cercando di adeguare per quanto possibile gli spazi di degenza che non sono stati creati per ospitare pazienti da tenere in isolamento, stiamo creando dei percorsi più idonei per la gestione in sicurezza del trasporto da pronto soccorso e verso i servizi di diagnostica, e contemporaneamente cerchiamo di formarci in tutta fretta per gestire al meglio il grosso problema del mantenimento dell’infezione per la salvaguardia dell’ambiente esterno e della nostra salute. Ovviamente mi riferisco in questo caso a tutti gli operatori che sono in contatto con i pazienti. Un’altra criticità importante riguarda l’improvvisa  mescolanza di personale medico e infermieristico proveniente da esperienze lavorative completamente diverse.

Altro punto di vista fondamentale, come ovvio, è quello dei pazienti, che non ricevono certo un trattamento “normale”, tra mascherine, distanze e quarantena per i familiari. La tua esperienza cosa ti porta a dire su questo specifico punto?
Tutti i problemi che hai appena elencato stanno ovviamente cambiando l’approccio assistenziale anche perché sia i pazienti che il personale si trovano in una condizione di grande sofferenza emotiva. I malati devono essere isolati fisicamente anche dai loro parenti, proprio nel momento in cui avrebbero estremo bisogno della loro presenza. Le uniche persone che vedono siamo noi — e noi siamo completamente rivestiti di quelle tute paurose che si vedono solo nei film e che lasciano scoperti solo gli occhi, e nessuna permanenza deve essere prolungata in camera, perché tutto deve essere ridotto all’essenziale. Il loro pensiero va sempre alla famiglia che deve stare in quarantena; sono preoccupati per se stessi ma anche per il possibile contagio di chi amano, e questa paura è così palpabile che quando usciamo dalla camera la sentiamo pesante, molto più pesante del nostro respiro dentro la mascherina.

Sin dai primi giorni di questa emergenza, potenti di ogni partito e colore hanno fatto un grande plauso “alla migliore sanità del mondo” — la nostra —, dimentichi di quanto l’abbiano ignorata nel passato. Visto che non sei infermiera certo da oggi, anche tu hai trovato molta ipocrisia in queste dichiarazioni?
Assolutamente sì. Inizierò dicendo che un’altra delle preoccupazioni, infermieristiche e mediche, è quello della criticità nella gestione delle emergenze. Un ospedale, in generale, dovrebbe essere in grado di gestire un’emergenza, qualunque essa sia, e indubbiamente in questi decenni c’è stata una progressiva svalutazione e un progressivo risparmio sulle risorse, sia nel personale sia nelle strutture ospedaliere, e ora ne paghiamo il prezzo. Speriamo che questa lezione serva per il futuro, ma nel frattempo noi infermieri dobbiamo preoccuparci del conteggio di camici, mascherine, e di tutte le risorse che ci servono, e questo non è giustificabile. Noi possiamo metterci tutta la buona volontà nell’organizzazione, ma se dall’alto ci obbligano a conteggiare materiale di uso comune, questo risparmio limita fortemente la qualità assistenziale che dobbiamo e vogliamo fornire in ogni condizione, anche emergenziale. Gli infermieri stanno dimostrando il loro valore professionale e umano a cui sono formati e sono orgogliosa di farne parte, stiamo lavorando senza sosta  ma quando ci fermiamo arriva un po’ di paura anche per noi, per i nostri familiari, amici e colleghi. Per questo non posso fare altro che ringraziare te e Bottega di idee per aver dato voce a questa nostra realtà che spesso viene considerata durante le emergenze ma che poi viene regolarmente dimenticata.

Ci mancherebbe altro, mi sembrava prezioso e ti ringrazio io del contributo. Come conclusione, mi piacerebbe che commentassi una frase di Madre Teresa di Calcutta (“nel nostro servizio non contano i risultati, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo”) che mi sembra legata anche alla tua realtà.
Una bella frase, profonda e profondamente umana. Devo dire però che il risultato è fondamentale ed è l’obiettivo di ogni professione. Il lavoro degli infermieri è, da sempre, considerato principalmente come una missione (termine che a me piace molto) e indubbiamente lo è per molti di noi. “Metterci il cuore”, dunque, è sempre importante, ma è altrettanto necessario abbinarlo alla professionalità. Per finire con un auspicio, l’emergenza Coronavirus ha messo in luce il valore sociale della nostra professione che però ora deve essere presa in carico dalla politica e dalle istituzioni.

Federico

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