Sulla via dell’abbandono

Visioni dall’aldilà

“Per definizione, la passione è eccesso.” — Milan Kundera

Buio attorno.
Buio intorno.
Buio fuori.
Buio dentro.
Buio ovunque.

Di colpo, le caviglie scattano.
Le gambe hanno un leggero sussulto.
La vibrazione, urticante, preme sulle ginocchia.
L’elettricità, devastante, sale. Avvolge il bacino prima di stringerlo, abbraccia i fianchi prima di percuoterli, attornia la vita prima di brutalizzarla.
La scossa si concentra ad altezza ombelicale e, da colpo, diventa colica. Il crampo dura poco — subito dopo, è spasmo. Quella scuotente sensazione — sempre più forte, sempre più caotica, sempre più bruciante — non si ferma.
Il dolore è inevitabile. La morsa colpisce dritto il cuore — colpi di un tamburo elettrico, battuti da un Dio sadico, percussionista di una vita senza ritmo. Quel muscolo grande quanto un pugno sembra volare, in quegli istanti.
Il dolore, misterioso eppure nitido, procede. Il tormento, limpido ancorché oscuro, si stende — si stende orizzontalmente, come i tagli; diagonalmente, come il sangue; verticalmente, come le cicatrici. Lo strazio è nelle braccia, tesissime. Lo strazio è nelle palpebre, serrate. Lo strazio è sul volto, abbrutito.

Buio attorno.
Buio intorno.
Buio fuori.
Buio dentro.
Buio ovunque.

Di colpo, quel martirio è solo un vago ricordo. Il corpo non sente più. Tutto gira, in un universo d’un bianco etereo.
Quando apro gli occhi, di scatto, non me ne accorgo subito — deve passare qualche secondo, prima che mi senta mancare. Manca l’aria. Mancano le forze. Manca la luce.
La vita, ecco cosa manca. Non voglio farlo, eppure mollo la presa. Istantaneamente, boccheggio. Le pupille, come impazzite, sembrano implodere. Le dita, fino a poco prima premute sul mio collo, percorrono la direzione opposta — esplodono. Il collo urla, lamentando la mancanza totale di rispetto nei suoi confronti.
Quando — ore dopo — riesco a uscire dal letto, sono impressionato. Sul collo, qualche leggero segno di quella primigenia aggressività. Sulle mani, un tremore ancestrale fa vibrare delle dita spaurite, frastornate da quella violenza. La mente ancora vaga, rea di aver acconsentito a tutto questo.
Tocca di nuovo a quel divino percussionista dare il via a quel giorno nato morto.

Satana mi tese la mano, mi consegnò carta e penna, ordinandomi di scrivere — non disse cosa, ma specificò: scrivi qualcosa di lontano, qualcosa che non ti tangerà mai. Agli ordini non si può far altro di obbedire; così, scrissi — e scrissi di felicità.

La felicità è un oggetto sconosciuto.
Una sensazione effimera, surreale. Qualcosa di inedito, sempre diverso. Pagina dopo pagina, istante dopo istante, sensazione dopo sensazione.

È urticante.
Sfibrante.
Allucinante.
Straniante.

Vuoto e pieno, finito e indeterminato, fulmineo e sempiterno.
Bisogno innato eppure — o forse proprio per questo — geneticamente erroneo; estinzione dell’umano sotto i colpi del cielo stellato — sofferenza manifesta, manifestata da divinità eteree, soffocate e soffocanti, figlie e madri di quel Satana che voi umanoidi chiamate Amore.

Dopo “Amore”, appoggio la penna. Dovevo scrivere di felicità, penso, e sono finito a scrivere d’amore. Poco male, mi dico. Del resto, se Paul Valéry ha detto che “una poesia non è mai finita, solo abbandonata” — provo a convincermi — un motivo ci sarà. Quando mi alzo dalla sedia, sento la mente ribellarsi. Si guarda indietro, e mi convince a voltarmi. Prende il mio corpo e si appoggia al vetro della finestra. Le pupille scorgono l’orizzonte; la mente, come Pindaro, vola. Vola all’indietro, proiettandosi nel passato. Si siede sul nulla, e contempla quell’eterea visione. Quella cosa, mi dico, non può essere una serie tv. Non può esserlo davvero. Quel regista non può essere stato davvero un tossicodipendente. Quegli attori non possono veramente essere per lo più esordienti, o con pochi e irrilevanti titoli alle spalle. Dalla protagonista, Rue, tossicodipendente (ir)recuperata, interpretata da una Zendaya semplicemente monumentale; alla sua compagna — transgender — di amore e dolore, Jules, sorretta da una Hunter Schafer maestosa; fino a quelli che si dovrebbero considerare personaggi “secondari” (come Nate Jacobs, palestrato fuori e friabile dentro, ma anche Cassie, Maddy e Kat, amiche d’infanzia di Rue): quella cosa, mi ripeto, non può essere una serie tv.
In quelle otto puntate, dove disturbi di ogni tipo — dal sesso variamente distorto alle droghe, passando per l’hikikomori, fino all’autolesionismo — si bilanciano in un quadro di granitica bellezza, una storia troppo vera per essere finta prende corpo, mossa dalle sfuggenti mani di un Sam Levinson — regista e sceneggiatore — a tratti visionario, e comunque mai banale.

Nessuno fino a oggi, mi dico, aveva mai parlato così di ciò che la quasi totalità degli adolescenti vive. È una serie che allontana bigottismi di sorta, che repelle ai genitori più ciechi, che indigna i giovani più schizzinosi. È un grido di dolore lanciato da chi ha avuto la forza di uscirne, un monito nei confronti di una società che troppo ignora e sempre svilisce i turbamenti d’animo dei giovani — e non solo. È la trasposizione visiva del mondo giovanile — quel mondo che, come scriveva Locke, altro non è se non “l’abbozzo rudimentale di un dio infantile, che lo abbandonò a metà dell’opera, vergognandosi della sua esecuzione”.
Nessuno fino a oggi — mi sussurro, tornando a unire benignamente mente e corpo, e stanziandomi definitivamente in camera mia — del resto, avrebbe pensato possibile svegliarsi dopo un incubo, mani al collo e cuore chissà dove, in uno splendente inferno chiamato vita, desiderando quell’ottenebrante paradiso che comunemente si dice “morte”.

Quando mi ridesto, ho gli occhi puntati su un testo evidenziato — stavo studiando, evidentemente. Penso a quell’onirica visione appena avuta — visione di soffocamenti troppo forti per essere veri, e di serie tv troppo geniali per essere reali — e mi chiedo quale sia il senso.
Mi appoggio bene sulla sedia, e apro una pagina qualsiasi del primo libro a portata di mano.
È solo allora, con quella superba frase trovata per caso, che capisco tutto.
Capisco il perché quel risveglio, capisco il senso di quella serie — e capisco subito, all’istante, senza possibilità di sbagliarmi, che quella frase non la dimenticherò mai.
Chiudo il libro e ripenso a quelle parole. Voglio ricordarmi di quell’istante per sempre, penso.
Solo allora, sussurro:

“Per definizione, la passione è eccesso.”

Federico

Una risposta a "Sulla via dell’abbandono"

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  1. Ottimo esercizio di stile, come sempre ma capisco la ragione della scelta: siamo a casa, segregati ed impauriti.
    Non conosco la serie: so che i giudizi sono alterni e quindi non riesco a farmi un’idea. In ogni caso con la penna sei proprio bravo: rendi attraente anche ciò che di per se stesso non lo sarebbe, almeno per l’idea che mi sono fatto.

    Piace a 1 persona

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