L’uomo che ha tutto

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Il corriere è uno nuovo, non l’ho mai visto da queste parti. Fa un lieve passo indietro quando apro la porta. Non sta guardando me, ha gli occhi puntati verso il corridoio, poi li volta verso il salotto, e infine, di nuovo, verso di me. Mi fa firmare velocemente, senza neanche rivolgermi una parola. Quella scortesia non mi infastidisce; come sempre gli offro un caffè, lui rifiuta, dice che ha fretta, al che gli porgo un caffè d’asporto in un bicchiere da Starbucks — mi piacciono parecchio, quei bicchieri. Anche se sono di carta. E neanche la carta è poi così ecologica, se prodotta in massa. Lui si meraviglia ma lo nasconde per non offendere il cliente, biascica un “grazie” e si affretta a scomparire. Apro il pacco del giorno: contiene una spugna a forma di ananas dipinta di azzurro. La metto tra il portamonete a forma di aragosta e la bottiglia di vetro disegnata come fosse un albero di pino. Mi chiedo cosa ci sia dietro a questo camuffare oggetti inanimati come membri del mondo naturale: forse attribuiamo loro una parvenza di vita in cerca di una scusa per poterci affezionare. Quanto a me, non ho bisogno di simili finzioni. Ci sono oggetti che non significano niente per me, come la suddetta spugna-ananas-blu. Ma non ho problemi ad ammettere che non potrei mai separarmi dal mio stupendo attaccapanni con tre pappagalli, ognuno di tre colori diversi, uno celeste, un altro magenta, l’ultimo di un giallo incantevole, tendente all’arancione.

Il giorno dopo ritorna uno dei soliti corrieri. Sembra persino di buonumore e ha tempo di fermarsi per un tè. Chiacchieriamo un po’ e poi si scopre che avrebbe un favore da chiedermi — devo sapere che ha perduto uno dei suoi pacchi, un vinile estremamente raro che non riesce a rimpiazzare in nessun modo, ma se non lo rimpiazza lo licenziano, insomma non è che per caso, insomma, si dice che io sia proprio l’uomo che ha tutto… Lo interrompo con un cenno della mano. Non ha che da chiederlo. Lo faccio aspettare in cucina perché nella stanza della musica non ci sarebbe abbastanza spazio per due persone. Mi inoltro verso l’ala destra di casa mia, facendomi strada tra le torri dei giornali e periodici ancora avvolti nella confezione. Devo decidermi a dare una sistemata. Finalmente, arranco tra i dischi e disseppellisco la sezione anni 70, da mesi rimasta incastrata sotto uno stereo rotto. Quando la alzo, si leva un odore sgradevole che scopro essere emanato da alcuni piatti sporchi rimasti lì da non so quanto. Non va bene. Bisogna mantenere un limite di decenza. Comunque, l’oggetto del desiderio eccolo lì, perfettamente integro. Va solo spolverato.

Non è la prima volta che mi chiedono simili favori. Di solito acconsento, a meno che non chiedano qualcosa di cui davvero non posso fare a meno. Quasi una settimana fa è arrivato uno disposto a pagare parecchio per la mia palla da bowling con la faccia di Jeff Bridges — ho rifiutato, ovviamente: Il valore affettivo non si può comprare. Lui se ne è andato decisamente contrariato, dicendo che dovevo farmi curare. Curare da cosa? Io non sono null’altro che l’estremo di uno spettro, e a meno che accumulare non sia un crimine, io non faccio nulla di male. Ma accumulare non è un crimine. Lo vedo nelle vetrine dei negozi, o meglio lo vedevo, quando ancora uscivo di casa, e ora lo noto nei mille negozi online che visito ogni giorno. L’eccesso è la norma, ergo io sono normale. Mi chiamano l’uomo che ha tutto. Io preferirei, e gliel’ho detto, l’uomo che è tutto. Perché nella frammentazione generale l’essenza si è persa, l’anima si è smarrita e dunque non resta che affidarsi alla concretezza. Ogni oggetto che compro è la tessera di un puzzle che sono impegnato a comporre da anni.
La cosa è cominciata lentamente — costretto dal lavoro a rimanere bloccato di fronte a un computer, solo in un appartamento troppo grande, per gioco, mi sono messo a ordinare cose che non mi servivano. Era una scommessa assurda con me stesso, vedere fino a dove riuscivo ad arrivare, vedere quando mi starei stancato di ammassare inutilità. Poi l’illuminazione: non erano inutilità. Ogni oggetto conteneva un frammento del suo inventore, la scheggia di un tentativo di comprendere il mondo. E così la mia sfida si è radicata fino a diventare uno stile di vita. Avere tutto ciò che esiste al mondo come unico modo vero per esistere nel mondo.

Sento in lontananza il suono del campanello. Deve essere l’apparecchio per friggere senza olio che ho ordinato giusto ieri.

Francesca

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