Speranze dall’Altissimo

“Di fronte alle avversità, lo stolto indietreggia, il saggio si rallegra” — Nichiren Daishonin

C’era una volta un pianeta piccolo piccolo.
Su questo pianeta, chiamato Terra, abitavano piccoli lillipuziani che si sentivano autorizzati a disporre a proprio piacimento di terre, animali, piante. Edificavano su terre vergini, sopprimevano i più poveri tra loro, perpetrando i loro orrori in ogni angolo di quella Terra inviolata ma non incolpevole. Fra loro, nel corso del tempo, si videro individui di ogni tipo: profeti e assassini, dittatori e geni, ricchi e poveri, liberi e schiavi. Tutti, nessuno escluso, mossi da una volontà cieca ma non sciocca, insaziabile ma non bulimica, irrazionale ma non illogica.
Sapete, all’interno del mondo di cui vi sto parlando, questi piccoli individui si accapigliavano per questo o quel rappresentante, senza nemmeno sapere chi amministrasse il potere, quello vero; mettevano all’angolo quei pochi che, tra loro, avevano il coraggio di denunciare la verità; e, come se non bastasse, strattonati dalla più volgare indifferenza,  insultavano i più deboli, minimizzavano le sofferenze  altrui — spesso brutali — per esaltare le proprie, non di rado irrisorie. Questi miseri terrestri, pensate, quando si trovarono dinanzi il più saggio fra tutti loro, la più lucente di tutte le stelle, il più illuminante di tutti i soli, lo derisero, lo insultarono, non andarono alle sue lezioni e non lessero i suoi libri. Ci volle la morte, e soprattutto il futuro, a consegnarlo alla storia. Quell’uomo, come nessuno prima e nessuno dopo, aveva descritto la condizione umana. Aveva parlato di esseri corporei, corrosi da una lacerazione interazione insostenibile, segnati da una ferita inguaribile, orientati da una storia pulsante e incomprensibile. Aveva indicato la via della salvezza nella scelta dell’abbandono, il trionfo dell’uomo nella sua assoluta negazione, la più ricca eternità nel più raro digiuno. Quell’uomo, come nessuno prima e nessuno dopo, era riuscito a staccarsi dal suo sistema per descriverlo, a osservare le proprie catene riuscendo a liberarsene, a tracciare la via pur senza riuscire a intraprenderla. Molto tempo dopo, in un secolo che chiamavano ventunesimo, il più saggio di tutti i viventi descrisse perfettamente la più barbara tra tutte le comunità: “Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”.
Parole forti, certo, ma non dure; semplicemente, vere. Parole che descrivevano perfettamente la condizione di quell’assembramento di individui. Parole destinate a rimanere per sempre, proprio come quelle di uno dei più geniali tra i loro artisti, che un giorno disse: “L’uomo passa la prima metà della sua vita a rovinarsi la salute e la seconda metà alla ricerca di guarire”. Parole eterne, sempre vere in quello strano luogo chiamato Terra. Parole che riecheggiarono quando, in quell’anno ormai passato, su quel pianeta si diffuse un nuovo nemico — nemico così forte da essere confuso con una guerra, nemico così invisibile da essere in grado di attecchire ovunque, nemico così prepotente da essere capace di rinchiudere milioni di persone nelle loro case, costringendole a un violento confronto con le loro interiorità e le loro paure.
Questo nemico, figlio adottivo di quella intatta ma non incolpevole madre che era la Terra stessa, da buon figlio, si prese cura di lei: ridusse le violenze all’aria fatte da quei roboanti oggettoni chiamate “macchine”, limitò come mai prima quel morbo soffocante chiamato “inquinamento”, e costrinse ciascun abitante di quel pianeta a rivalutare le proprie priorità, a fare i conti con le proprie interiorità, a comprendere cosa potesse considerare bene e cosa additasse come male.
E ora, ora che quell’anno nefasto che loro indicavano come 2020 è da tempo alle spalle, posso rivelarvi una cosa: quello che, all’epoca, sembrò loro un nemico, si rivelò essere un prezioso alleato. Certo, aveva lasciato centinaia di migliaia di morti alle sue spalle; certo, aveva distrutto la vita di giovani e vecchi, uomini e donne, bambini e adulti; certo, aveva limitato le libertà di milioni di persone. Ma, credetemi, anni e anni dopo, posso dirvi con assoluta certezza che nulla come quel nemico aveva consentito alla Terra di tornare a respirare, nulla come quel nemico aveva riavvicinato gli uomini ai veri valori della loro vita, nulla come quel nemico aveva fatto capire l’importanza di un bacio, di un abbraccio, di una stretta di mano.
Ora che quel tempo è passato, posso sussurrarvi — con le parole di uno degli scrittori che gli umani maggiormente sopravvalutarono — che “La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi”. Perché sì, è bene che lo sappiate: io sono malato. Molto, molto, malato. Soffro di una cosa che mi spezza in due, che mi smembra, e che mi fa credere alternativamente di essere un vecchio, vissuto dalla vita e pronto a compiere la sua ultima ascesa; o di essere un giovane, talmente dilaniato dall’esistenza da volerla terminare. E quando, da malato quale sono, mi resi conto che, quantomeno, la mia malattia era consapevole, sul mio volto si distese un gran sorriso. Un sorriso comparabile solo a quello avuto martedì 7 aprile 2020, nella Giornata Mondiale della Salute, quando vidi migliaia di esseri, tutti impauriti, chiusi nelle loro case, chi a piangere morti e chi a ringraziare di essere ancora vivi. Quel giorno sorrisi largamente perché, per la prima volta, quegli esseri ritrovarono la loro interiorità, riscoprirono la loro dimensione, si unirono nella sofferenza, e su quella base, anni e anni dopo, impararono che la normalità è un canone, il benessere un privilegio e l’aiuto reciproco il più importante fra tutti i valori. Quel giorno sorrisi, perché gli uomini, grazie a quella indimenticabile sofferenza, capirono il vero valore di quella frase che un grande educatore, molto tempo fa, pronunciò:

“Non fare nulla per gli altri è la rovina di noi stessi”.

Federico

 

2 risposte a "Speranze dall’Altissimo"

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  1. Molto intenso, bello!
    Grazie Federico per questi pensieri così sanificanti.
    Non so se essere ottimista come te quando dici “come nulla come quel nemico aveva riavvicinato gli uomini ai veri valori della loro vita, nulla come quel nemico aveva fatto capire l’importanza di un bacio, di un abbraccio, di una stretta di mano”. Forse l’età mi ha reso più disincantato. Ma è bello che qualcuno ci creda

    Piace a 1 persona

    1. Purtroppo per te sono il primo a non crederci; credo nell’importanza di diffondere questa tipologia di messaggio, questo sì — ma il termine “speranze” del titolo vuol essere esplicativo dei miei reali pensieri
      Grazie delle tue parole, comunque!

      "Mi piace"

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