L’intervista – Antonio Caldarella

Antonio Caldarella è medico anestesista a Milano. Presentatoci grazie alla gentilezza della già intervista Elena Grandi, che ci par giusto menzionare, oltre all’attività medica ha un ruolo molto attivo anche a livello sindacale. Ma andiamo con ordine. Qual è stato il percorso che l’ha portata sin qui e attraverso quali tappe?
Nel 1988 mi sono trasferito a Milano da Palermo, città natale dove mi ero specializzato in Anestesia e Rianimazione. Dopo aver sostenuto alcuni concorsi ho iniziato l’ attività di anestesista, con una supplenza all’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Dopo questa esperienza, deciso a rimanere a Milano, ho ricominciato a svolgere la mia attività in una
compagnia di navigazione — cosa che facevo anche a Palermo. Nel frattempo è arrivato un incarico temporaneo all’Ospedale Sacco, e poi altre supplenze in altri ospedali sino ad arrivare, con rapporto di lavoro a tempo indeterminato, al San Raffaele, dove ho lavorato, per sette anni, nella Terapia Intensiva per malattie infettive presso il centro San Luigi, con pazienti sieropositivi per HIV – Aids. Da parecchi anni lavoro presso il Presidio Macedonio Melloni, come anestesista precipuamente ostetrico. Come diceva lei (Federico, NdR) mi sono sempre occupato sin da subito di sindacato e negli anni sono diventato rappresentante sindacale della AAROI, che è l’associazione che riunisce gli anestesisti e i rianimatori ospedalieri. Attualmente sono consigliere regionale della AAROI e rappresentante sindacale aziendale dell’azienda Fatebenefratelli-Sacco. Ultima cosa che le dico: a inizio anni ’90 ho conseguito la specializzazione in Agopuntura, e successivamente ho attivato ambulatori istituzionali negli ospedali pubblici in cui ho prestato servizio.

Quando ci siamo sentiti per fissare l’intervista mi ha detto che avrebbe preferito registrarla oggi (venerdì 10 aprile, NdR) perché nei due giorni successivi avrebbe avuto due turni da 12 ore l’uno. Mi viene quindi subito da chiederle: com’è cambiata la sua routine da quando si è palesata questa pandemia globale?
Il Macedonio Melloni è l’unico presidio ospedaliero di Milano che è Covid free, cioè non sono stati dedicati reparti a degenze per malati che hanno contratto il Coronavirus.
Abbiamo continuato a occuparci delle attività in campo ostetrico-ginecologico, per le quali il presidio è specializzato, con attività di chirurgia benigna e oncologica. Siamo peraltro stati incaricati di drenare tutte le attività provenienti dagli altri presidi dell’azienda ospedaliera (Sacco, Buzzi e Fatebenefratelli) e che non potevano — in questo momento di emergenza Co-vid — svolgere, dedicando l’attività principale agli interventi su pazienti con neoplasie a carico dell’apparato riproduttivo, compresa mammella. Da noi per ora esercitano anche chirurghi provenienti dagli altri presidi ospedalieri dell’azienda. Diverse colleghe nel corso del tempo, sono state trasferite in altre strutture per occuparsi del Co-vid; così in Melloni oggi siamo rimasti soltanto in cinque, per svolgere una attività abbastanza impegnativa, con copertura delle 24 ore del servizio di guardia oltre all’attività anestesiologica e chirurgica, per interventi d’urgenza, oncologici e ostetrici. Da questo pomeriggio sono state state attivate presso il Melloni delle stanze di isolamento Co-vid per eventuali pazienti che risultino positivi o contagiati, in relazione anche all’obbligo dettato dalla Regione Lombardia di effettuare tamponi a tutte le donne gravide che afferiscono ai presidi ospedalieri. Il coinvolgimento è stato finora parzialmente indiretto, abbiamo avuto a che fare con un certo numero di pazienti Co-vid, cioè che avevano una sintomatologia infettiva rapportabile al Co-vid, e che noi trattavamo temporaneamente in attesa di un trasferimento presso altri presidi. Per me lo stravolgimento è meno forte rispetto ad altri colleghi, essendomi occupato per 7 anni di pazienti sieropositivi; anche se non me ne occupo più da 20 anni, infatti, mi è rimasta un’abitudine nell’utilizzare una serie di accortezze utili per evitare eventuali contaminazioni. Per quanto riguarda invece l’attività lavorativa, anche come sindacalista, all’interno del presidio Covid free il mio lavoro è stato incentrato soprattutto alla messa in opera di strumenti adeguati alla salute delle utenti e alla sicurezza dei dipendenti, di fronte a ciò che stiamo affrontando. Sin da metà febbraio, leggendo le notizie provenienti dal resto del mondo, avevo intuito a cosa potessimo andare incontro, e probabilmente per la mia passata esperienza nel settore infettivologico ne ho risentito un po’ meno, e questa pandemia non è mi è certo arrivata come una sorpresa. Per quanto concerne poi l’attività lavorativa, paradossalmente, quando vi è una turnistica di emergenza, facendo molti turni notturni o diurni di 12 ore, addirittura si può arrivare a lavorare un totale di meno ore, anche se con un carico immenso di stress determinato da alti livelli di attenzione specifica. Specifico meglio che lavorando 12 ore giornaliere ciò determinerà, in conseguenza dei riposi, un minore carico di ore nelle complessive 48 ore, andando “sotto” rispetto alla media di 15 ore da tenere in due giorni o ancora peggio nei week end con 12 ore + 12. Anche per noi, ci tengo a dirlo, lo stress è tanto, a ogni contatto, provato o supposto, con un paziente Co-vid o sospetto Co-vid bisogna attuare certe disposizioni, indossando determinate strumentazioni — il che è stressante, specie in una struttura Covid free, per cui si passa da reparti nei quali si è abbastanza certi di non trovare pazienti positivi, ad altri dove l’attenzione deve essere decuplicata. Questo rende tutto addirittura più stressante rispetto ai reparti Co-vid, perché nei Covid free non sai mai chi hai di fronte. Chiuderei dicendo che la sorpresa e la conseguente difficoltà a rispondere a questa emergenza, è stata più della componente gestionale della sanità, che dell’operatore in sé, il quale ultimo si è velocemente adeguato a quanto avveniva, la grave carenza è stata nella mancanza di disposizioni e di dispositivi di protezione. Da parte degli operatori c’è stata anche grande abilità nell’adattarsi a compiti ai quali non erano formati, con una risposta, a mio modo di vedere, eccellente.

Approfitto volentieri del suo ruolo sindacale per domandarle che posizione ha nel dibattito cui stiamo assistendo tra il mondo “scientifico” e quello relativo alla filiera produttiva. Potendo vedere entrambe le parti, cosa si sente di dire su questo binomio che da una parte ci porta a dire che non potremmo avere una “data certa” di ripresa delle attività e dall’altra a osservare come se 8.8 milioni di italiani perdessero il lavoro, certo non starebbero bene?
Anche questo dibattito si gioca da un po’ di tempo. La data pasquale, per fare un esempio, è data che virologi ed epidemiologi dicevano dall’inizio di marzo: si è fatto finta che non fosse stato detto, da parte della politica, di non saperlo, ma a leggere gli articoli risulta chiaro. Del resto, le epidemie, come statistica, sono ormai studiate da vari decenni. È chiaro che in qualche maniera l’attività produttiva deve riprendere, altrimenti ci ritroviamo milioni di persone vive senza lavoro al posto che persone morte con il lavoro. È ovvio che vada trovato un punto di equilibrio, che potrebbe essere quello che in questi giorni sta venendo fuori in maniera piuttosto precisa: individuare le categorie che possono riprendere le attività effettuando nei loro confronti dei controlli di qualche tipo: un “tamponamento” a tappeto mi sembra ipotesi campata in aria, evidentemente inattuabile; si potrebbe fare ricorso a nuove indagini sierologiche tenendo però conto che c’è margine di errore, e che il tampone ha un margine di errore del 36%: su 100 tamponi effettuati, si possono avere 36 falsi negativi o falsi positivi. Si potrebbe lanciare l’idea di sottoporre le popolazioni di lavoratori che necessariamente e progressivamente devono riprendere l’attività a qualche test sierologico. Come dobbiamo prevedere di aiutare chi può riprendere a lavorare, dobbiamo certo prevedere di aiutare chi non è nelle condizioni di farlo. Bisogna reinventarsi nuove forme per eseguire il medesimo lavoro, in modo da svolgerlo in sicurezza.

Sia lei che l’infermiera intervistata il mese scorso mi avete confermato come l’emergenza sia stata più di organizzazione sanitaria che di virus in sé. Posto che non si fa la storia con i “se” e con i “ma”, come sarebbe stato possibile creare un’organizzazione tale da reggere l’impatto del Co-vid 19? 
La nostra organizzazione non è pronta a reggere di fronte a situazioni che si definiscono emergenziali ma che emergenziali non sarebbero, se ci fosse un altro tipo di organizzazione. Quando si dice “è poco più di un’influenza” si sbaglia, perché la mortalità dell’influenza ce l’ha nell’arco di 12 mesi mentre il Coronavirus ha avuto un tasso di mortalità ben superiore nell’arco un mese e mezzo. Se avessimo avuto un’organizzazione differente, non avremmo avuto tutti questi problemi — anche Regione Lombardia ha avuto molto ruolo in questo. La risposta suggerita dall’istituzione è stata l’ospedale, e questo ha comportato che Pronto Soccorso e ospedali fossero infestati dai pazienti, diventando a loro volta dei focolai. Bisogna andare a ripensare tutta l’organizzazione sanitaria italiana, e quella lombarda in particolare, portando a una ridistribuzione dell’assistenza sanitaria, uscendo da un vecchio paradigma che vede nell’ospedale il connettore. Io personalmente sono a favore della chiusura dei piccoli ospedali polispecialistici, ma a patto di andare a ridistribuire la presenza territoriale, e per farlo è necessario ripensare l’intero sistema. Sicuramente, bisogna distribuire più ricorse economiche sul territorio, alla sanità — c’è stato un salasso continuo che ha comportato a sua volta una riduzione della professione medica e della professione infermieristica, e che non viene messo in dubbio in questo ultimo mese. Nessuno, per esempio, ha parlato di allargare l’accesso alle specialità mediche dopo la laurea, perché rimane sempre il vecchio paradigma che non ci sono i soldi per formare i medici.
Allo scoppio dell’epidemia, per dire, avevamo 5000 posti in terapia intensiva contro i 28000 tedeschi. Ci sono stati errori clamorosi da parte di tutto il mondo occidentale: non è stato mandato nessuno in Cina per studiare le caratteristiche di questa epidemia, per menzionarne solo uno. C’è una mancanza scientifica nel cercare di spiegare quello che avviene negli altri Paesi, associato a una mancanza strutturale di organizzazione della sanità, e il combinato disposto non può che essere questa pandemia. Noi eravamo strutturati per affrontare, anche a livelli di eccellenza, il vivere comune, la situazione “perfetta”, ma non siamo affatto pronti per affrontare l’imprevedibile — che poi, come già detto, imprevedibile non era. In Germania — come in tutti i paesi del Nord Europa, essendo di struttura luterana — sono molto più pragmatici e quindi cercano di abituarsi, di prevedere ciò che potrebbe avvenire, e di organizzarsi, capendo anche ciò che costa di meno — da un punto di vista economico, spenderanno di meno rispetto a noi perché hanno speso di più in precedenza. Lei (Federico, NdR) pensi al fatto che un ventilatore prima dell’epidemia costava 20 mila euro, mentre il prezzo attuale è di 350 mila euro, e immagini quanto possa costare creare un reparto di terapia intensiva oggi e quanto sarebbe costato prima.

Mi piacerebbe che questa intervista — della quale la ringrazio molto — si chiudesse con un suo auspicio personale, anche non necessariamente legato a questa situazione pandemica.
Credo che un momento di ottimismo possa esserci dato dai dati scientifici: anche il Co-vid, al pari di HIV ed ebola, diventerà minimale. Le pandemie non sono certo cosa recente: si sono sempre ripetute nella storia dell’umanità. Sicuramente cambieranno gli stili di vita, visto che questo virus non muore al suo presentarsi, come avveniva in virus dal più alto tasso di mortalità. Il problema è come evolveranno le attività lavorative e cosa accadrà dopo che l’emergenza sarà passata. Si modificheranno le abitudini e ciò che osserveremo, insomma. Da un punto di vista clinico, anche all’HIV non è stato trovato il vaccino, ma è stata fatta diventare una malattia cronica; si troveranno sicuramente dei sistemi, dei metodi, che debelleranno il virus in maniera quasi completa, come avvenuto con la poliomelite o con il vaiolo. Se i dati scientifici e la fiducia nella scienza ci possono far sorridere, personalmente auspico che che ci sia una modifica nell’affrontare certe tematiche e nel dare attenzione alle giuste priorità: non è certo casuale che la pandemia abbia colpito più fortemente Italia e Spagna, cioè i due paesi in Europa che meno hanno investito sulla sanità.

Federico

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