Oceano di silenzio

“Un oceano di silenzio scorre lento, senza centro né principio.” — Franco Battiato

Spari nella notte.
Alzo la testa e guardo oltre.

“Quando il sole si uccide | oltre le onde | puoi sentire piangere e gridare | anche il vento ed il mare”, aveva scritto il più grande di tutti. Quella frase, letteralmente, mi ossessionava.
All’epoca, sapete, avevo quasi tredici anni — 4693 giorni. Dinanzi a me, l’oceano. Dietro me, dorati granelli di sabbia permeavano una superficie divina e, proprio per questo, scomoda. Sulla spalla sinistra, appena appoggiato, un violino.
Sposto leggermente il mio corpo, pregandolo di orientarsi non più verso l’oceano, ma di dargli a vedere — all’oceano — solo il mio profilo. Stranamente, il corpo esegue. Impugno l’archetto, lo accomodo sulle corde. Inspiro. Espiro. Stacco la mano, sollevo leggermente l’archetto. Sto per cominciare. Inspiro. Espiro. Do una veloce occhiata all’oceano, giusto per controllare sia ancora lì. Inspiro. Espiro. E il suono, puntuale, arriva. Un fragoroso, incommensurabile, indescrivibile fulmine squarcia un cielo fumoso. Come contrappasso a tanta bellezza, sento un rumore macchinico provenire di fronte a me. Getto uno sguardo all’orizzonte. Una luce tersa bagna una notte scura, avvolgendomi nella più disperata ombra.

Spari nella notte.
Alzo la testa e guardo oltre.

Sono sdraiato nel mio letto. Sono le 17:17 del 20 aprile 2021. Nelle mie cuffie Utopia, di Björk. Alzo gli occhi. Guardo la sua frase sul muro — l’ho scritta ieri sera, per il mio settimo compleanno. “Questa è mia madre: l’oceano”. Mi rannicchio nel letto e urlo: «Papààà». Sento dei passi provenire dall’altra stanza. La porta, timidamente, fa spazio a una figura femminile. Capelli ramati, occhi indaco, figura snella. Indossa un ampio vestito rosso. «Il tuo papà non c’è, lo sai. Ne abbiamo parlato ieri, ricordi?», mi domanda. Alzo meglio lo sguardo verso di lei, tutto accigliato. Vedo che ha una leggera ferita in corrispondenza del polso sinistro — sembra un graffio, uno di quelli che ti fanno i gatti quando tu li fai arrabbiare, ma lei è lontana e potrei sbagliarmi. Le chiedo se può venire più vicino, se posso abbracciarla. Lei distende un ampio sorriso, eppure scorgo nei suoi occhi una patina di insuperabile tristezza. Prima di compiere quei pochi passi che la distanziano dal mio letto, appoggia sul comodino un oggetto dalla forma curiosa, con quattro corde abbracciate da quelle che sembrano due, ampie, parentesi graffe. Le chiedo come si chiami. «Violino», mi sussurra.

Spari nella notte.
Alzo la testa e guardo oltre.

Guardo lo schermo bianco davanti a me. Lascio che mi domini. Non ho idea di cosa dovrei scrivere. So solo che ho poco tempo, e che questo mostro chiamato “tesi” prima o poi dovrà essere concluso. Prima dell’indice, sotto al titolo, appongo due frasi di filosofi che in realtà non amo, ma che sono perfette per ciò che ho in mente di scrivere. “Sono andato per tracciare i contorni di un’isola e invece ho scoperto i confini dell’oceano”, di Ludwig Wittgenstein e “Il minimo movimento è importante per tutta la natura. L’intero oceano è influenzato da un sassolino”, a firma Blaise Pascal. L’idea di fondo è quella di legare l’interdipendenza che lega tutti gli esseri senzienti, pervasi dall’eterno ciclo del saṃsāra, al loro costante errare — nel duplice senso di viaggiare e di sbagliare. Mentre controllo foglietti sparsi e piccoli appunti, penso che manca un elemento fondamentale: la musica. Senza musica — non so per voi, ma per me di certo — scrivere è impossibile. Premo “Ctrl” e “T” contemporaneamente, digito “yo” e schiaccio il tasto “Invio”. È in quel momento, all’ingresso su YouTube, che inizia il mio rito. Chiudo gli occhi, muovo un po’ l’indice destro sul touchpad, e poi premo sullo stesso. Dai video consigliati — ascolto solo classica — si apre “Chopin — Nocturne C in sharp minor”. Ciò che vedo è un cielo fumoso, delle onde calme, e una luce che orna lo scenario, provenendo da destra. Pochi secondi dopo, dei piccoli piedini si appoggiano flebilmente sulla sabbia. Una figura femminile dal vestito lungo si mette in piena luce, e la sua graziosa ombra si lancia verso l’oceano. Appoggia il violino sulla spalla sinistra e l’archetto sulle corde. È in quel preciso momento che inizio a scrivere.

Spari nella notte.
Alzo la testa e guardo oltre.

“Sono carini”, penso; “in fondo, ho scritto molto di peggio”, mi consolo. E poi quell’artificio ricorrente, quei due versi a fare da spartiacque, quello, mi dico, potrebbe funzionare. Chissà cosa penseranno, chissà se capiranno il nesso, chissà se vedranno la sinuosità del violino, chissà se sentiranno l’oceano scorrere nelle loro vene. Chissà. Gli esseri sarebbero interessanti, se solo non fossero umani — e mentre questo pensiero mi attraversa, l’occhio mi cade poco più in là. A lato del tavolo, sopra al cassettone, scruto quegli oggetti che così bene raccontano della mia vita. A destra dello specchio, una rosa blu regalatami da Federico. Ovviamente rose blu non esistono in natura, ma sin dall’antichità simboleggiano l’amore irraggiungibile, oltre alla saggezza; così lui, prima che ci mettessimo insieme, era riuscito a procurarsene una — come l’abbia resa blu, solo lui lo sa — e ad annettere a quella una poesia, che mi aveva dedicato, composta in una notte piovosa dell’inverno di qualche anno fa. A sinistra dello specchio, una confezione di paracetamolo aperta, con qualche pastiglia sparsa a lato. La scorsa notte, prima di scrivere l’ultimo capitolo del mio ultimo libro, ne ho ingerite un po’ troppe. Volevo farla finita, ma ora — mi ripeto, con grande convinzione — è tutto diverso. Ora ho capito che, come diceva il Mahatma, “una goccia strappata dall’oceano perisce inutilmente. Se rimane parte dell’oceano, ne condivide la gloria di sorreggere una flotta di poderose navi”. Ieri, poco prima della quasi overdose da paracetamolo, avevo letto il Dialogo di Plotino e di Porfirio, e come intuirete non è che mi abbia convinto granché; ma questa frase gandhiana, beh, è ben diversa. Qui c’è il senso profondo dello “restiamo uniti” che i politici starnazzavano qualche anno fa, in epoca di quarantena. Qui si trova trascritto, in poco più di una frase, tutto ciò che desideravo da tempo: qualcosa che mi spingesse, qualcosa che mi desse forza, qualcosa che mi piacesse davvero.
Mi alzo. Faccio un passo, forse due.
Mi guardo allo specchio, quasi nuda. Dovrei piacermi, immagino, ma in fondo c’è Federico.
Il mio sguardo è spento, gli occhi rassegnati.

Spari nella notte.
Alzo la testa e guardo oltre.

Quando riapro gli occhi, mi rendo conto di che razza di notte abbia vissuto. Notte di ragazze e bambini, notte di farmaci e violini. Notte di trasalimenti e risvegli. Notte di versi ripetuti e insignificanti. Notte infinita e distesa, notte eterna e incompresa.
Abbasso gli occhi e sospiro. Sento l’aria uscire, poco a poco, dalle labbra. Sposto lo sguardo alla mia destra; mi sembra che una figura attraversi la stanza e chiuda la porta — forse un’altra visione, chissà.
In fondo, non sono stato certo io a dire che

“Un oceano di silenzio scorre lento, senza centro né principio.”

Federico

Una risposta a "Oceano di silenzio"

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  1. Tanti flash. Tante immagini difficili da capire per Altro. Sono però quel fascio di sensazioni che fanno di te, te. Questa eruzione di piccoli ricordi o di grandi speranze o deludenti certezze o sogni segretati dal tuo io profondo, un po’ alla volta diminuiranno. I colori saranno meno vividi e il profumo meno intenso. Come un mazzo di fiori lasciato troppo a lungo nel sole. Cosa diventerai? Ho l’impressione che questa difficile introspezione sia il segno di un volo che sta per spiccare. Ma sei ancora in attesa di capire.
    Hai la straordinaria possibilità di aver tempo per sperare. Attento: tra un po’ finirà. Evita -se posso dirlo- di diventare, come me, un albatros: avevo voglia di volare ma le ali troppo grandi me l’hanno impedito.

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