Sulle macerie dell’antichità

Come nacque l’opera che fondò la politica

Un altro giorno confinato. Un altro giorno lontano dalla sua città del cuore, Firenze. Vi era nato e cresciuto ed era lì che avevo dato lustro alle sue qualità. Era sempre stato un ragazzo sveglio e prima ancora un bambino brillante. Non era nobile, nemmeno molto ricco; eppure il suo grande talento gli consentì di diventare prima segretario della cancelleria Fiorentina e poi braccio destro di Soderini, a capo della Repubblica. Furono anni movimentati, ma sicuramente intensi. Li ricordava con malinconia seduto su quella sedia vecchia, in quella casa del contado che aveva frequentato molto poco prima di allora. Oggi invece era priva di qualsiasi segreto.
Un po’ di conforto lo riceveva dal suo Francesco, tanto caro in giovinezza e così pusillanime in questa età adulta. L’amico Vettori era diventato ambasciatore di Firenze presso il Pontefice e si era guadagnato un’esistenza tranquilla, che non aveva nessuna intenzione di sconvolgere. Cercò infatti più volte di ottenere sempre più miseri favori o qualche riguardo, ma l’amico sempre rifiutava, con giustificazioni poco credibili. Lo comprese, era un uomo pratico e non poteva negare che forse al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Chi giocherebbe una partita così rischiosa da perdere?
I Medici erano tornati a Firenze, quei tiranni, e avevano distrutto tutto ciò che la Repubblica era e tutto ciò che aveva costruito. Lo cacciarono dalla posizione tanto sudata e, dopo averlo accusato di congiura contro la città che aveva sempre servito con una devozione religiosa, lo torturarono, senza ottenere nulla. Venne esiliato, anzi relegato, per un periodo di molti mesi nel contado, all’Albergaccio. Così definì quell’alloggio tanto sgradevole.
Si occupava delle dispute fra i contadini, di quanta legna spettava ad ognuno e altre minuzie inutili. Cercava solo un modo per fare passare quelle lunghissime giornate il più velocemente possibile.
Si sentiva molto solo, abbandonato anche dagli antichi amici. Scriveva molte lettere, ma non riceveva spesso risposta; e se la riceveva arrivava dopo settimane intere. Si abbassò persino al gioco in locanda, in quei giorni maledetti.
I piaceri che riceveva da ogni attività erano inconsistenti. C’era un solo momento della giornata che gli permetteva ancora di credere che la vita valesse la pena d’essere vissuta: la sera.
Quando il sole calava, iniziava una vera cerimonia: si cambiava i vestiti sporchi di polvere dopo la giornata e si vestiva da gran signore; sceglieva gli abiti più belli per entrare nel suo studio, che in quel momento, illuminato solo dalle fioche candele, diventava una corte antica. In compagnia dei suoi libri, molti lasciatigli da suo padre, tornava indietro di 1500 anni. Non poteva certo presentarsi trasandato davanti ai suoi grandi maestri: Cicerone, Orazio, Tito Livio…
Aveva avuto poco da fanciullo, ma aveva ben studiato; e ne era immensamente grato. Non gli serviva altro, in questa vita.
Mentre le lettere rimanevano senza risposta, le domande che poneva agli antichi erano sempre risolte. Non era solo quando li interrogava, quando era in loro compagnia.
Fu proprio in quello studio che maturò la sua idea più geniale. Essa nacque da quelle domande e dalle risposte ricevute.
Unì quell’immenso sapere immortale, che ancora viveva dopo che i suoi autori erano morti da un millennio, alla propria esperienza, a ciò che videro i suoi occhi.
Pensò al 1502 quando incontrò il Principe che aveva sempre immaginato: Cesare Borgia. Uomo di meravigliosa prestanza militare, dall’ingegno inesauribile, che non poteva essere preso alla sprovvista. Disposto a tutto per la gloria e il potere, sfruttava ogni sfaccettatura del carattere umano. Un principe non dev’essere buono, né cattivo: deve sembrarlo; e deve sapere quando sembrare una cosa e quando sembrare un’altra. Per la prima volta ammise esplicitamente a sé stesso che bisogna svestirsi di ogni morale per essere il migliore; non esiste bene e male, esiste solo ciò che conviene ed è fatto con intelligenza. Maestro degli inganni, deve farsi strada fra le reti di bugie del mestiere politico, e diventare ingannatore degli ingannatori.
Pensò con gran nostalgia a quel momento in cui ebbe il grande onore di vedere l’uomo a cui poi avrebbe dedicato ideologicamente la sua opera, nata dalle macerie dell’antico.
Davanti a quella candela vibrante prese il calamaio e scrisse, trascinato dalla potenza delle sue idee e degli esempi passati, così forti da vivere nei secoli.
Scrisse anche un’ennesima lettera, la cui risposta però non tardò: a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1513, Niccolò Machiavelli annunciò con grande emozione l’inizio della stesura della sua opera suprema: Il Principe.

Laura

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑