Resistenza virtuale

“La realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente.” — Albert Einstein

Quando qui dentro mi contorco nel letto, è perché là fuori il mondo si contorce su se stesso. Quando, sotto le coperte, cerco riparo dal gelo primigenio, ho la certezza che fuori dalla porta, a pochi metri da me, stiano consumandosi scontri armati, che non si lasciano sciogliere nemmeno da quel bollore putrescente che la nostra Terra, stanca di tante incurie, sta lasciando per strada. Quando, all’interno del mio animo, sento ardere la necessità di pacificarmi con me stesso, acquisisco la certezza che tutto il mondo preferisca eseguire ipocriti lavacri dinanzi a questa o quella figura religiosa o amicale rispetto al compiere un vero, e approfondito, esame di coscienza.
Sono le 23:59 del 25 aprile 1945, e ho appena compiuto cinque anni. Mi giro e rigiro nel letto, senza tregua. Mi alzo e, in punta di piedi, mi dirigo verso il salotto, certo di udire suoni di scontro provenire dall’esterno. Invece, attonito, faccio i conti col silenzio. Ancora sbigottito, torno sui miei passi e sveglio mia madre. Le chiedo come mai ci fosse tutto quel silenzio. Lei, ancora un po’ intontita dall’imprevisto risveglio, tra uno sbadiglio e l’altro, trova il tempo di elargire un ampio sorriso e di fornirmi parole rassicuranti: “È tutto finito”, mi dice. “La guerra è finita, Fabrizio”, sussurra con tono trionfale, prima di chiudere il discorso dicendomi: “Però ne parliamo domani, adesso è tardi”. Sempre più stupito — le guerre non finiscono, perlomeno non da quando sono vivo io — mi rimetto nel letto e provo a prendere sonno.

Sono le 11:11 del 25 aprile 2020. Chino sul foglio, cerco la dovuta concentrazione. Dopodomani, lunedì 27 aprile, devo restituire il tema che la professoressa ci ha assegnato: dopo averci spiegato la Seconda Guerra Mondiale e la Liberazione, ci ha mandato un file con tre possibili ambiti di saggio breve — storico-politico, sperando che scegliessimo quello e che parlassimo didascalicamente di date ed eventi appena spiegata; artistico-letterario, una gigantesca trappola piena di tesi che alla prof non piacevano; socio-economico, uno sproloquio di numeri e inglesismi coi quali non volevo avere nulla a che fare. Chiaramente ho scelto il secondo, che titolava: “Realtà Virtuale? Tra Eliot e Bill Gates”. Disponevo di una decina di frasi, e — ovviamente — ho scartato tutte le frasi che andassero oltre il XX secolo, scartando i vari Gates e compagnia cantante. La tesi era relativamente semplice: la realtà non esiste. Quel che era complicato era dimostrarlo. Per carità, bellissime le frasi di Lewis Carroll (“L’immaginazione è l’unica arma nella guerra contro la realtà”) e ancor di più quella di T. S. Eliot (“Tra l’idea e la realtà cade l’ombra”), ma dimostrare che — come diceva Edgar Allan Poe — “Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno in un sogno”, non era esattamente facilissimo. Ciononostante, portai a casa un buon tema — venne valutato 7.5 — e un ambivalente commento della prof: “Molto originale l’integrazione della Resistenza in queste tematiche; peccato per l’incompletezza nel riportare le frasi: usarne 3 su 10 è davvero troppo poco!”. Disinteressandomi completamente di ciò che seguiva al punto e virgola, mi ringalluzzii non poco per ciò che lo precedeva — temevo che non apprezzasse, che mi desse insufficiente perché “sei andato fuori tema” (la qual cosa non era certo rara), e invece mi ha addirittura lodato. Certo, trasporre la liberazione d’Italia in una riflessione sulla possibilità o meno di dichiarare reale qualcosa, legando il suo esito a un mutamento a livello di immaginario collettivo e dichiarare che “proprio così, seguendo — e in certo modo precorrendo — il modello dell’Arrendersi o perire! pertiniano, i cittadini dell’Italia del ’45, riuscirono a invertire la tendenza rispetto agli albori del conflitto; e se oggi, in epoca di quarantena, ciascun cittadino — mondiale, non solo italiano — rammentasse quella massima e quello spirito di collettività, problemi oggi dimenticati ma in realtà onnipresenti — tra cui spicca il riscaldamento globale — potrebbero trovare una loro pacificazione” non è certo rilettura scontata di quel che fu, ma non potevo esser certo che il collegamento fosse apprezzato.

Sono le 03:33 del 3 luglio 1971. Sto rantolando e vomitando — solo Dio sa cosa. Sento Pam gridare dall’altra stanza. Mi chiede se voglia chiamare un medico. In qualche modo, trovo la forza di rifiutare. “Il tempo di un bagno caldo e passa tutto”, le dico per farla stare calma. E, in fondo, è vero. Voi tutti ancora non sapete come mi sia spento, ma non è così importante. Vi invito a dimenticare che io sia prima nato e poi morto — perché è evidente: sono solo passato. Ciò che vorrei ricordaste, ora e sempre, non è certo la sciocchezza dei 27 anni, la felice — non triste, felice — coabitazione con i miei fratelli diversi Brian, Jimi e Janis, o altre sciocchezze; no, quel che vorrei è che una delle tante frasi che ho lasciato a tutti voi venga tradotta e diffusa in ogni angolo del pianeta: “Datemi un sogno in cui vivere perché la realtà mi sta uccidendo”. In quelle dodici parole, signori, c’è la spiegazione di quei 10069 giorni in cui sono stato ospitato da questa crudele padrona che vi ostinate a chiamare “Madre Terra”.

“Va bene, esperimento finito”, mi dico. Un giovane bimbo che vive la guerra, un adolescente senza alcuna collocazione temporale dal cervello tanto raffinato quanto disordinato e Jim Morrison: “per confonderli”, penso, “credo proprio che basti”.
Sapete, lo spaesamento è una tecnica narrativa molto precisa. Se il lettore non capisce il collegamento legge una storia a episodi singoli, che — come insegna un qualunque
Black Mirror — tendono ad aumentare l’attenzione dell’uditorio; se invece lo coglie, apprezza il testo nella sua profondità, si sente richiamato nell’interno del proprio animo, quasi strattonato dalle parole che sta leggendo, e tende a esaltare lo scritto, una volta terminato. Ma, al di là di questa spiegazione un po’ provinciale e in fondo appena accennata, c’è un elemento — uno solo, dei tanti che non vi svelerò — che non voglio occultarvi: lo straniamento — mio prima che vostro — mi serve per non perdere nella partita a scacchi con me stesso, per provare a reggere il confronto con i miei angoli bui, con quei lati di me che nemmeno immaginate, e che io solo erigo a veri mostri della mia interiorità — mostri così famelici che farsi straziare dalla loro veemenza è l’unica possibilità.
E, in questa giornata così importante e così dimenticata, portare una luce — spero — nuova su prospettive purtroppo non così vecchie, anche e soprattutto quando questa luce assume ora le forme di un lento fuoco e ora la schizofrenia di abbaglianti neon, credo sia importante per provare insieme a rivalutare passato e presente, per cercare di garantirsi un futuro migliore, e possibilmente privo delle atrocità così caratterizzanti la nostra — in fondo volgare — specie: l’essere umano.
Perché, come disse uno dei massimi esempi di vera umanità, 

“Niente, come tornare in un luogo rimasto immutato, ci fa scoprire quanto siamo cambiati”.

Federico

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