Apparizioni dall’Olimpo

“La vita è una luce ammiccante nel buio.” — Hayao Miyazaki

“Son morto in un esperimento sbagliato | Proprio come gli idioti che muoion d’amore | E qualcuno dirà che c’è un modo migliore”, aveva scritto il più grande di tutti. Quella frase, letteralmente, mi ossessionava.
E, sapete, l’ossessione è una cosa ben precisa. Wikipedia, la Bibbia contemporanea, recita così: “L’ossessione o pensiero ossessivo è un fenomeno psicopatologico che consiste in un’idea fissa o in una rappresentazione mentale accompagnata da un vissuto ansiogeno e che il soggetto non può controllare pur avendone coscienza”. Per una volta, penso, quella Bibbia ha fatto centro: quella frase, in me, era proprio così — un’idea fissa, una rappresentazione mentale, incontrollabile per quanto a me nota. Quella frase, a un tempo, ridicolizzava e sublimava tutta la mia sofferenza, mi lacerava — come ogni riferimento inappuntabile, del resto. Mi lacerava perché altri aveva capito meglio di me, come forse avrebbe detto Sartre.
E, sapete, lacerare è un verbo molto specifico — etimologicamente, “fare in pezzi” — e, in questo caso, perfetto. Perfetto per descrivere il cuore, assolutamente spezzato; la mente, definitivamente squarciata; il corpo, irrevocabilmente frantumato.
Le vene pulsavano, i pensieri mi stritolavano, la realtà mi opprimeva — e non sono stato certo io a dire che, quando la realtà si fa assassina, è meglio sognare piuttosto che vivere. Ed è proprio in sogno che la mia vita cambiò direzione e prese corpo.

“Le vent se lèveil faut tenter de vivre” — così sussurrava quella che il più grande di tutti definiva signorina Fantasia. 
Aprii leggermente gli occhi, nel buio. Come sempre, la prima cosa che feci, fu darmi delle coordinate — così, mossi leggermente il braccio sinistro dimodoché il polso guadagnasse spazio rispetto alla manica della felpa che indossavo; fatto questo, buttai una rapida occhiata all’orologio e rimasi esterrefatto, colpito da quella tripletta statisticamente davvero improbabile: le 23:23:23. Decisamente sbigottito, tentai per qualche istante di riprendere sonno. Dovettero passare 187 secondi — li contai per provare a calmarmi, dal momento che ero ancora inquietato — prima che mi rendessi conto di quanto appisolarmi nuovamente non fosse un’opzione contemplabile. Un po’ scosso, dopo qualche istante, riuscii ad alzarmi.
“Chissà che significa quella frase, e chissà poi perché in francese — il francese manco lo so!”, pensai. Cercai di non pensarci ma, proprio come avvenne poco prima, mi bastò poco tempo per realizzare che mai ce l’avrei fatta — anche perché ero sicuro di averla già sentita, quella dannata frase. Così accesi quell’arnese che i giovani chiamavano “pc”, inveii contro di lui com’ero uso fare quando proprio ero costretto a fruirne, e, dopo qualche minuto passato a sbagliare parole su parole (mica lo sapevo come si scrivesse, quella maledetta frase) trovai la mia risposta: “si alza il vento, bisogna tentare di vivere” — in effetti avrei potuto arrivarci da solo, ma il mio cervello non era più quello di una volta. Eppure, prima dell’ultimo desiderato sospiro, fu proprio il mio cervello a regalarmi un ultimo, meraviglioso, sogno.
E — ma ho la sensazione di avervelo già detto — fu proprio in sogno che la mia vita cambiò direzione e prese corpo.

Ora che, dopo l’ennesima partita a scacchi, la morte finalmente mi ha trovato, di quel sogno — perlomeno credo — è giusto che vi parli. Quel sogno, è necessario che ve lo dica, era inusualmente ben stanziato e curiosamente reiterato: si ripeté per undici notti, ogni volta variando qualche componente ma presentando non pochi tratti comuni, che mi fecero capire come la storia fosse unica. In ogni caso, il sogno aveva radici giapponesi, colori e forme apollinee e dionisiache a un tempo, e undici diverse versioni — ma stranamente una (la prima) mi era oscura, quasi come non l’avessi mai vista. Comunque sia, delle altre dieci ricordo tutto, ed è di queste che vi parlerò. Le prime due di cui ho memoria non mi entusiasmarono molto — mi limitai ad apprezzarne la colorazione, le forme, varie frasi isolate, e delle storie comunque appassionanti — ma dalla terza capii che quelle visite notturne, così inusualmente intrise di bellezza e immaginazione, mi avrebbero cambiato la vita. Il terzo sogno, infatti, mise al centro un gigante buono, due bambine tenerissime e una storia commovente — il tutto tratteggiato da una superba linea di contorno, quasi come se i personaggi fossero mossi da una mano più grande, superba, demiurgica. La quarta versione di quell’unica storia fu quella di una ragazzina che sapeva volare — ragazzina con la quale empatizzai subito, nel sogno — e che sfruttava quest’abilità per rendere più felici le persone, volando da una casa all’altra per ricevere e dare oggetti, con un do ut des che poco aveva a che fare con quella forma di schiavismo legalizzato che oggi chiamano rider. Della quinta (mi perdonerete, ma è stata troppo bella perché voglia privarmi di più di una frase) vi riporto un’unica massima, pronunciata dal suo personaggio principale: “meglio porco che fascista” — e il fatto che l’abbia sognata la notte prima del 25 aprile non potei che prenderlo come un segno divino. La sesta versione, per certi versi, fu quella che più mi segnò: un fantastico — in tutte le possibili accezioni della parola — intrico di lupi, divinità, principesse e animali parlanti, che culminava in un finale onirico, di una bellezza immarcescibile. Ora, è necessaria una piccola specificazione: i primi sei furono attrazioni momentanee, costanti nell’elevare l’attrazione fino a farla diventare, gradatamente, innamoramento — ed è proprio per questo che ve ne ho parlato con una lunga carrellata. L’enumerazione, però, deve necessariamente fermarsi: le ultime quattro notti, quei sogni, non furono attrazioni, ma vere e proprie folgorazioni. La poetica rintracciabile alle spalle di quelle visioni — di cui inspiegabilmente potevo godere — mi commosse, facendo collassare i meccanismi che sino ad allora mi avevano retto. Non è possibile — ve lo dico subito — parlarvene, descriverne forma e contenuto, ma solo tentare di definirne qualche elemento, in un flusso di coscienza eterno — flusso di coscienza in cui entrarono castelli maghi bambine aerei lacrime risate pianti amori mondi paralleli citazioni favole visioni sogni, senza congiunzioni, senza pause, senza punteggiatura, senza respiro.

Al termine dell’ultima versione, aprii gli occhi. Guardai l’orologio e rimasi stupito — vidi le 23:23:23. Dopo aver provato vanamente a riaddormentarmi ed essermi rialzato, accesi — con le ultime forze di cui disponevo — il pc (così si chiamava, pare) e cercai la frase che mi aveva svegliato, e che signorina Fantasia aveva disposto fosse elemento cardine di quell’unico sogno lungo undici notti: “Le vent se lèveil faut tenter de vivre”. Dopo qualche errore nella ricerca, lessi la traduzione — si alza il vento, bisogna tentare di vivere — e mi detti dello stupido perché, anche se il francese non lo sapevo, avrei certamente potuto intuirne il significato. Ciononostante, quel pensiero non durò molto. Passarono circa quattro minuti — così mi dissero quelli che dall’alto mi guardavano, sebbene il più strano di tutti sostenesse di aver contato 187 secondi.
Sentii il cuore gridare, disperato. Il corpo renitente cedette un’ultima volta e, ucciso, crollò. Gli occhi, inconsapevoli, si chiusero.
Poi successe qualcosa.
Dell’oro, prima; del nero, poi; il bianco, infine.

Occhi serafici mi guardano. Un uomo distinto, dal sorriso appena accennato, sussurra:

“La vita è una luce ammiccante nel buio.”

Federico

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