Lettera alla poesia

Cara poesia, l’anno scorso la mia lettera era piaciuta a tanti, aveva ispirato qualcuno, e addirittura commosso qualcun altro.
Sai, cara poesia, 365 giorni fa (il testo lo pubblicai il 4 di maggio, proprio il giorno in cui sto scrivendo questo prosieguo) mi ero straordinariamente impegnato nel processo di diffusione legato a quel testo. Avevo mandato il link — tu che sei molto più vecchia di me forse non lo sai: quando un qualunque testo esce su quella piattaforma democratica e inquietante chiamata Internet, la “stanza” (così potremmo chiamare il blog) che ospita il testo, gestita solo in parte da esseri umani, crea automaticamente un indirizzo al quale tutti possono ritrovare il medesimo testo: il link, appunto — a buona parte dei miei contatti sull’applicazione di messaggistica più diffusa e nota al mondo, WhatsApp, chiedendo loro che opinioni avessero in merito al testo. E allora, eccole: chi aveva gradito la fine, chi aveva tratto dall’alternanza tra i due fili narrativi una fonte di ispirazione, e chi — e lì mi sorpresi sinceramente — aveva trovato commovente la storia del biglietto del parchimetro, e su quella scorta aveva molto sentito il pathos stante alle spalle della lettera.
Come certo sai — visto che ai filosofi dedico spesso qualche tentativo poetico —, mia amata poesia, sono uno studente osservante filosofia (la più alta, la più onorevole, tra tutte le fedi) da molto tempo, anche se per tutti solo da due anni. Come certo sai — visto che a lei ho dedicato migliaia di lacrime, centinaia di notti insonni, e decine di testi —, mia odiata poesia, sono un animo corroso dall’amore, logorato da ogni sentimento, e bramo la liberazione da tutti i mali. Ma nonostante — o forse proprio per — questo, cara poesia, se proprio sono costretto a vivere, che sia una vita d’arte. Che, cara poesia, tu possa eternamente incantarmi e incatenarmi; che, cara poesia, tu possa sempiternamente diffonderti, infatuando anime vicine e lontane; che, cara poesia, tu possa non morire mai, perché la tua vita è sogno, e quel sogno è la mia realtà.
Sai, cara poesia, l’anno scorso la mia lettera mi aveva convinto solo in parte, e non solo stilisticamente; quel 4 di maggio, infatti, è iniziata una tensione che, 365 giorni dopo, ha raggiunto il suo apice: la tensione tra chi, specialmente nel tuo genere ma non solo, opera nell’unico interesse della poesia e chi, di contro, cerca di accrescere la propria popolarità, svilendoti sempre per i propri beceri fini. Una tensione resa insopportabile da quel democratico e inquietante mostro — o forse dovrei dire mostro sacro — chiamato Internet, mostro con il quale io, come tutti, convivo da troppo tempo. Un mostro che va costantemente alimentato: con le stories su Instagram, con i broadcast di WhatsApp, con i post su Facebook. Un mostro che fagocita e ingolla ogni sorta di cibo traendo forza da quell’ignoranza congenita che gli impedisce di discernere il bello dal brutto, il sacro dal profano, il vero dal falso. Un mostro dal potenziale infinito, che sarebbe probabilmente meraviglioso, se solo non fosse mosso dagli esseri umani — quegli stessi esseri umani così tremendamente attirati dall’immagine e dal suo potere di agentività, quegli stessi esseri umani così originariamente avvinti dall’apparenza e dalle sue demoniache forme, quegli stessi esseri umani così scioccamente estasiati dal successo, senza capire che, come qualcuno molto più grande di noi disse qualche tempo fa, “tutti, in futuro, saranno famosi per quindici minuti”.
Un mostro, cara poesia, al quale devo molto: senza quell’Internet che per tanti motivi odio, non avrei potuto esprimermi come ho fatto in questi anni, non avrei potuto inventare quella “stanza” di cui sopra ti dicevo, e che da anni accoglie persone più o meno famose, più o meno giovani, tutte unite da un unico interesse: la diffusione di ideali, di valori, di cultura. Ma sai, cara poesia, nell’epoca in cui viviamo, diffondere è un verbo enigmatico e bivalente: solo poche — e sempre più di rado — persone vanno a cercare poesie, testi e musiche. Solo poche persone, cara poesia, e sempre di più di rado: questa è l’epoca in cui tutto arriva, e quindi niente si cerca.
Ed è per questo, mia amata poesia, che oggi ho deciso di trasgredire alle regole in cui il sistema ci vuole ingabbiare. Oggi, mia odiata poesia, questo sarà quasi un testo privato — potrei scommetterci — perché verrà diffuso nel senso più pieno della parola — il verbo è diffondere, non estendere — che, ovviamente, è anche quello più sconveniente: un rapido cenno sulle uniche piattaforme di questa nostra Bottega, e nulla più. 
Sai, cara poesia, è questa tensione tra l’essere e il dover essere, tra il paesaggio eterogeneo ma uniforme che dovrebbe descriverti e quello omogeneo ma multiforme che oggi ti illustra; è su questa onda in costante, e graduale, accrescimento, che vorrei salutarti. Non ha importanza — e ti prego di credermi, mia cara poesia — quante persone scorreranno queste righe, né se verrà derisa la mossa di ribellione che ne sta alle spalle. Non ha importanza, cara poesia, perché io e te rimarremo per sempre legati, io come figlio abietto e tu come madre magnanima.
Ancora oggi, mia amata poesia, non so descriverti — e infatti continuo a scriverti.
E ancora oggi, come sempre, penso che il modo migliore per congedarmi sia dedicarti un brevissimo testo di un grandissimo poeta, nel quale — credo — è splendidamente inciso, quasi come fosse un epitaffio, tutto il tuo splendore:

“Vedete, io l’amavo.
Era amore
a prima vista,
a ultima vista,
a eterna vista”.

Federico

2 risposte a "Lettera alla poesia"

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  1. Bell’atto di amore alla poesia e sia pure indirettamente alla tecnologia che consente la diffusione!
    A cosa servirebbe una poesia recitata a se stessi? Sarebbe come specchiarsi come fanno i gatti che, convinti che ci sia qualcosa là dietro: cercano il gattino dietro lo specchio.
    Qualcosa con lo specchio la poesia ha comunque a che fare. Non chiedermi di parlarti di Lacan…. non mi piace e non mi interessa!
    Preferisco Narciso, che specchiandosi finisce per innamorarsi di se stesso e viene attratto, come racconta Pausania, a farla finita lì, con un tuffo esiziale. Oppure Dioniso, che tutto preso a specchiarsi non si accorse dei mostri che lo stavano assalendo come racconta Nonno di Panopoli nelle Dionisiache.
    Se c’è un pericolo con questi amori è proprio questo: di finire per amare se stessi.
    Non dico che sia il tuo caso, Federico, ma il pericolo c’è sempre.
    Scusa Federico, cosa c’è dietro il tuo specchio?

    Piace a 1 persona

    1. Non è uno specchiarsi — anche se capisco possa sembrar così — ma un voler sottolineare come la poesia non debba essere confusa con un continuo accumulamento di condivisioni e like. Dietro al mio specchio non so ancora cosa ci sia — è molto difficile anche solo guardarlo, lo specchio — ma personalmente sono allergico ai gatti 😉

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