L’intervista – Walter Siti

Walter Siti, Premio Strega 2013 con il suo Resistere non serve a niente, candidato al Nastro d’argento come miglior sceneggiatura con il suo Euforia (di cui è co-sceneggiatore), è un nome che certo non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Prima cosa che le chiederei, dunque, è quale percorso l’abbia portata a essere lo scrittore che noi tutti conosciamo.
Io facevo il critico letterario, insegnavo all’Università Letteratura Contemporanea — mi occupavo di autori del Novecento, sostanzialmente — e mi occupavo di critica letteraria. Ho capito però, a 35 anni, che rischiavo il soffocamento e che non sarei riuscito a continuare a occuparmi di letteratura altrui senza scrivere qualcosa di mio. Così, ho provato a scrivere tutto ciò che mi ossessionava — davo alla scrittura anche un forte valore terapeutico, buttando su carta i miei pensieri così da liberarmene. La cosa mi ha portato via 12 anni perché non ero certo, dal momento che dovevo passare da uno stile saggistico a uno diverso, letterario; ho riscritto il primo libro 7-8 volte, non avevo nemmeno il computer, e quindi dovevo ogni volta ribattere qualcosa come 500 pagine; alla fine, a 47 anni, ho pubblicato Scuola di nudo uscito con Einaudi. Anche lì, ebbi molte difficoltà: in molti mi ammonirono, dicendo che dopo un libro simile non avrei più avuto carriera universitaria, che avrebbe potuto infastidire molti, e che forse sarebbe stato più opportuno pubblicarne brevi racconti.  Io provai invece a fare all in, spedii il tutto alla Einaudi con la quale avevo già pubblicato qualcosa di critica e mi dissi che se l’avessero rifiutato non avrei provato con altre casi editrici, e che l’avrei lasciato per sempre in un cassetto. Einaudi disse sì e così, nel ’94, pubblicai Scuola di nudo. Da lì la cosa un po’ è partita, e sempre sulla scorta dell’autofinzione, è nato il secondo libro — Un dolore normale — nel ’99 e lì ho pensato alla possibilità di una trilogia, con la quale ho continuato fino al 2006 scrivendo Troppi paradisi. In qualche modo, mi sono convinto che la mia strada fosse più la scrittura della critica — sebbene nel frattempo stessi lavorando a questa ponderosa opera su Pasolini, una raccolta di 20 mila pagine per la Meridiani Mondadori. Finito il lavoro su Pasolini, non ho più fatto critica se non in alcuni momenti episodici, come le poesie che commentavo su Repubblica. Così facendo, è aumentata la produzione e diminuito il numero di anni tra un libro e l’altro, per cui poi sono usciti con una periodicità più o meno triennale.

Mi  diceva come Scuola di nudo fosse scoraggiato da molti, e a me non può che tornare in mente la polemica — o il dibattito, non saprei che nome usare — che ha seguito la sua pubblicazione di Bruciare tutto, libro in cui parla di un prete pedofilo senza esplicitamente condannare i suoi atti. Cosa si sente di dirci su questo?
Più che un dibattito, la riprovazione è nata soprattutto da una recensione pubblicata su Repubblica — e ripresa poi da altri giornali, anche se la polemica fu con Repubblica soprattutto per il fatto che all’epoca io ero loro collaboratore — non tanto sul fatto che avessi raccontato di pedofilia in quanto tale, ma sul fatto che avessi scritto di un prete pedofilo senza condannarlo esplicitamente, e questo era quanto risultava scandaloso: la mancanza di una condanna preventiva di una pulsione erotica. Era come se avessi infranto una legge non scritta che dice che se devi parlare di un pedofilo prima devi dire che è una cosa schifosa e che debba essere messo in galera; io però non sono abituato a lavorare così — penso per esempio uno dei due personaggi del mio ultimo libro, uscito il 10 marzo, che è un ragazzo che ha ucciso la madre 20 anni fa, su cui probabilmente molti sosterrebbero la necessità di sottolineare come un personaggio simile debba marcire in galera il resto dei suoi giorni — e non ce la faccio a operare in quel modo: se provo a mettermi nella testa del personaggio non posso non accettarli anche dentro di me, perché altrimenti non riesco a volergli abbastanza bene per starci insieme quei 2-3 anni nei quali scrivo il romanzo.

Io e lei ci siamo conosciuti a Writers, uno degli ultimi eventi prima del lockdown tenutosi ai Frigoriferi Milanesi. In quella sede, lei aveva rimarcato più volte — in contrasto con Michele Mari, che era lì presente — come ultimamente sia molto attento a ciò che fa tendenza, dai vari influencer in giù. Che cosa, del mondo dei giovani e dei social media, le interessa e quali possibilità vede in questa forma di comunicazione?
L’interesse per i social network mi è nato da poco, mentre all’epoca (all’altezza di Troppi paradisi) ero interessato invece al trash televisivo, e mi interessava il mondo della televisione perché mi colpiva la possibilità — che poi i social media hanno ereditato — di fare una copia della realtà che però è totalmente irreale, e quindi di deprivare la realtà di tutti i suoi spessori, di tutti i tabù che emergono, creando una copia a un tempo perbenista e spettacolarizzata; mi sembrava che fosse una tendenza verso la quale la società andava, esagerando i sentimenti e rendendoli merce. Questa cosa, effettivamente, mi ha sempre molto interessato perché è quanto riempie la testa della maggioranza delle persone e mi riuscirebbe difficile parlare della società se non facessi così. Io stesso, probabilmente, ne subisco il fascino e spesso vengo attratto dall’evasione dalla mediocrità del quotidiano — che, ammetto, è una delle cose che più soffro. Adesso che ho 73 anni, ho  iniziato a interessarmi maggiormente di Instagram Tik Tok, dove mi sembra che molti giovani riversino la loro energia. Per esempio, il fatto che in questo periodo molti giovani passino il pomeriggio a giocare a Fortnite o su Tik Tok un po’ mi interessa, per capire quale sia la loro necessità di stare su cose che sono palesemente delle finzioni. Per adesso non sono giunto a conclusioni, ma sono in una fase di studio: senza postare niente, mi sono iscritto a Instagram e mi sono messo a seguire tutta una serie di influencer per capire chi li segue e perché e se c’è un filo emotivo che io posso capire, anche se per ora sono ancora nella fase dello stupore.

Qualche mese fa ho avuto la possibilità di intervistare psicologi e psicoanalisti in un mese a tema dedicato al disagio. In una di queste interviste, uno di questi mi parlava di un uso che aveva la sua scuola di pensiero di far scrivere ai propri pazienti i loro disagi,  per un valore terapeutico in quel frangente interessante. Lei stesso mi ha detto che a 35 anni non riusciva a limitarsi a una restituzione, e quindi mi viene da chiederle: per lei questo percorso è  stato più creativo o terapeutico?
All’inizio è stato molto terapeutico, tant’è che nei dodici anni che ho dedicato alla prima stesura stavo davvero seguendo una cura psicoanalitica che per motivi vari — tra cui un mio trasferimento a Modena (primo stavo a Pisa) con il mio psicoanalista invece a Lucca — non è continuata, anche se non avevamo ottenuto i risultati che mi sembrava logico ottenere. Dopo un paio d’anni pubblicai il libro e lo psicoanalista mi disse con una lettera che “la nostra analisi finisce adesso”, come se avesse trovato lì dentro il non detto in analisi. Io prima della pubblicazione gli chiesi di darmi le cose che aveva scritto su di me (e lui ovviamente si era rifiutato) ma credo che in fondo non mi sarebbero servite: le cose che nascono in analisi come tutte le cose della vita sono informi, mentre con la scrittura acquisiscono una forma, e questo ti spinge anche a deformare le cose perché ci sono corrispondenze interne che è la forma stessa a esigere, e che di quando in quando tradisce la verità dei fatti per aderire invece a una coerenza interna, appunto formale. Da questo punto di vista è ingannevole la cosa, nel senso che è una terapia ma una terapia un po’ finta, e così ho abbandonato questo stile in favore di un dialogo con la forma.

Come le ho accennato privatamente, la sua intervista si inserisce in un mese dedicato interamente alla scrittura e particolarmente alla poesia. Visto che lei fa prosa, che cosa si sente di dire su un confronto fra prosa e poesia?
Io ho esordito facendo versi, tant’è vero che la mia prima cosa “letteraria” non è stata Scuola di nudo ma una serie di versi usciti nell’Almanacco dello specchio — allora si chiamava così, non so se ci sia ancora —  per la Mondadori, con dei miei testi preceduti da introduzioni di Franco Fortini. In realtà, paradossalmente, il primo romanzo è nato proprio dai versi, e ricordo che Alfonso Berardinelli lesse i miei versi, dicendomi come li trovasse un po’ compressi, e di come secondo lui abbisognassero di un po’ di prosa che li spiegasse. Io ero partito pensando di fare delle didascalie dei versi, solo che poi la prosa ha nuovamente acquisito spazio, gonfiandosi e tenendo al suo interno vari versi, abitudine che poi è diventata addirittura la forma — nel senso che tecnicamente Un dolore normale è un polimetro, sull’esempio altissimo e lontanissimo della Vita Nova: ci sono una trentina di poesie d’amore e poi una prosa a spiegarla. Poi mi sono pian piano convinto che c’è una sorta di incompatibilità, tant’è vero che sono pochissimi a fare egualmente bene le due — mi vengono in mente Goethe, Puskin, e quasi nessun altro. Mi sono accorto di come i poeti debbano avere la pazienza e la capacità per stare in silenzio per essere parlati, mentre io da questo punto di vista sono impaziente, che devo andare a scavare. Fortini diceva che il poeta è un re mentre il narratore è un servo che si deve guadagnare la sua dignità lavorando. Io alla fine ho deciso che la poesia non era roba mia, e quindi ho messo sempre meno versi nella mia prosa, salvo qualche volta in cui ancora la cito, come in La natura innocente, il mio ultimo lavoro: quando l’analisi sul rapporto con mia madre diventa troppo difficile da sopportare, passo ai versi, però adesso li uso molto poco perché credo di non essere molto amato dalla musa della Poesia e che quel che possa fare sia soltanto in prosa.

Concluderei questa intervista, di cui la ringrazio molto, con un auspicio legato a questo momento da una parte e una riflessione sul ruolo che la scrittura e l’arte possano giocare in questo momento di difficoltà.
L’auspicio, semplicemente, è che non ci si trovi di fronte a un disastro economico terrificante. Sulla seconda domanda, io temo che in questo momento di emergenza si dia più fiato a una cosa che già non mi piaceva prima, cioè all’idea che in momenti di crisi non importi la qualità della letteratura ma la buona volontà di suscitare nuovi pensieri trascurando gli aspetti formali — cosa che, devo dire, non mi piace. L’altro giorno, spostando la riflessione sulla musica, c’era un cantante molto famoso che, in riferimento al fatto che suonando da casa la qualità non fosse elevatissima, diceva che basta dare coraggio alle persone: se la letteratura diventa semplicemente un soccorso per le persone in difficoltà, secondo me si perde il suo valore vero, cioè il farci scoprire le cose che non sappiamo ancora; se invece, si ritiene di sapere già qual è il messaggio, e si usa la letteratura come un altoparlante, secondo me non va affatto bene.

Federico

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