L’intervista – Massimo Malara

Caro Massimo, io e te un po’ già ci conosciamo e ci siamo sentiti telefonicamente prima dell’intervista. Vuoi, però, presentarti, e raccontare ai nostri lettori cosa fai per Emergency — sei volontario da 11 anni — e come mai ti sei avvicinato a questa associazione? Qual è stato, insomma, il percorso che ti ha condotto sin qui?
Undici anni fa vivevo già a Milano — io non sono di qui — e lavoravo a pieno ritmo, come tutti quelli che si sono appena laureati e che cercano di soffermarsi sul lavoro. La mia vita era dedicata 20 ore al giorno al lavoro; dopo poco, ho iniziato a investire diversamente il mio tempo, così ho contattato un paio di associazioni che seguivo da un po’ di tempo e dopo poco sono entrato in Emergency, divenendo prima coordinatore di un gruppo territoriale — anche solo nella città di Milano, per lavorare meglio sul territorio, Emergency ci divide in vari gruppi —, poi sono diventato coordinatore d’area per Milano e nel tempo sono stato relatore in vari contesti (non quello delle scuole, anche per questione di tempistiche) avendo sempre come base i due mandati dei volontari di Emergency, cioè la raccolta fondi e la diffusione di una cultura di pace. Abbiamo fatto un volontariato completamente diverso dalla norma (non solo banchetti per strada e raccolta firme, ma anche eventi ad hoc dedicati al tema, o anche soltanto organizzando eventi di tutt’altra natura i cui ricavati  poi venivano devoluti appunti alla nostra raccolta fondi) e anche in questo periodo di pandemia, che naturalmente ha molto cambiato il nostro tipo di servizio, abbiamo cercato di innovare con quest’ultimo progetto che si chiama Nessuno escluso, grazie al quale operiamo direttamente sul sociale, identificando le nuove difficoltà e trovando le nuove fasce di povertà che i canali istituzionali hanno maggior difficoltà a rintracciare. Così, ci siamo attivati in tantissime direzioni, portando pasti pronti a persone talmente fragili da non riuscire a cucinare da sole, e, da ieri — cioè il 14 maggio, N.d.R. —, partiamo con la consegna di pacchi contenenti generi alimentari di prima necessità, pacchi per l’igiene della persona e per l’igiene della casa, non con donazioni una tantum ma prendendo in carica le famiglie, con consegne ricorrenti: una volta a settimana per gli alimentari, una volta al mese per l’igiene della casa, una volta ogni due mesi per l’igiene personale. Tutto questo impianto l’abbiamo architettato in poco tempo grazie a moltissime donazioni ricevute. Questo progetto, chiaramente, è a lungo termine perché si parla di una visibilità di 6-8 mesi — per ora a Roma e Milano, poi valuteremo di estenderlo anche ad altre realtà.  

Ripartirei, se sei d’accordo, dal finire della tua risposta, che mi dà l’opportunità di premere su un tasto sul quale comunque avrei voluto insistere, e cioè su come e quanto la pandemia abbia modificato il vostro lavoro. Che tipo di servizio fornivate prima e in che modo avete cercato e cercherete ora di essere d’aiuto, a fronte di questa nuova emergenza globale?
Ci sono due tipi di volontariato: chi fa un volontariato stile “ambulanza” — ma anche chi fa ripetizione ai bambini — fa un tipo di volontariato a contatto diretto con la persona che beneficia del tuo volontariato e chi fa un volontariato a contatto indiretto, perché aiutiamo pazienti in ospedali che probabilmente non incontreremo mai — certamente, questo comporta alcune cose, per alcuni positive e per altri negative. Per me, per esempio, sarebbe pesante dover empatizzare con così tante persone in difficoltà; mentre per altri è pesante la tipologia di volontariato che faccio io, perché non c’è un riscontro diretto. Col Co-vid succede che noi volontari ci troviamo immediatamente, ma anche in maniera abbastanza naturale, a dovere cambiare attività: non solo un contatto diretto con i beneficiari ma anche un apporto molto localizzato, ché la prima cosa che abbiamo fatto è stata portare le spese alimentari alle persone fragili — over 65, positivi al Co-vid e immunodepressi. Ci sono state dettate delle regole per minimizzare il rischio di contagio, e così due mesi e mezzo fa abbiamo avviato questa attività nuova, secondo il principio di spostarsi il meno possibile.
Tre mesi fa, la cosa più difficile a questo mondo era ottenere mascherine; così, abbiamo avviato una rete di sarti e persone disponibili che cucissero una mascherina di cotone — che certo non sono dispositivi di protezione ufficiali, ma che se abbinate a una debita distanza funzionano abbastanza. In questo modo, ne abbiamo prodotte migliaia e migliaia e ancor oggi — l’intervista viene registrata il 15 maggio, N.d.R. — ne stiamo distribuendo alla popolazione. 

Qualche giorno fa — di nuovo, ci si riferisce alle prime settimane del mese di maggio, N.d.R. —, c’è stata una strage in Canada, costata la vita a 22 persone. Il primo ministro Justin Trudeau, in risposta alla strage, ha annunciato l’imminente entrata in vigore di una legge che vieta l’importazione, il trasporto e l’uso di circa 1500 modelli armi d’assalto in circolazione, abolendo parte consistente delle grandi armi di fuoco del suo paese — non tutte, ma una parte consistente. Cito un suo virgolettato: “questi strumenti sono stati concepiti con un unico fine: uccidere il più grande numero di persone possibile con il minor numero di colpi possibile. Per questo, non saranno più accettate di noi. Eccomi dunque alla domanda: per quella che è la tua esperienza, ma parlo in generale, come è possibile diffondere una cultura di pace? Quali sono i giusti ingredienti per diffondere questi ideali?
Domanda bellissima e difficilissima. In questo momento nessuno chiede più queste cose, perché ora tutti sentono sulla pelle questa emergenza e del resto si disinteressano. Ciò detto, provo a rispondere: se prima percepivo dell’interesse attorno al tema, adesso giorno per giorno mi è chiaro come la gente non lo percepisca più e quanto, contemporaneamente, sia un ambito di capitale importanza; peraltro, non solo per la sicurezza di tutti ma per la qualità della vita di tutti, perché quei soldi spesi per F35 e armi sono sottratti a tutta una serie di esigenze che sarebbero fattori migliorativo delle esistenze di ciascuno. Noi giornalmente poniamo le persone di fronte a quelle che sono le conseguenze di queste scelte — banalmente, raccontare perché Emergency sia dovuta andare in certi Paesi a fare determinati progetti, cosa che in parte stiamo facendo qui, è già fare cultura di pace. È già far capire come le scelte che compiamo si ripercuotano nella nostra società. Io faccio sempre questo esempio: cultura di pace è raccolta fondi. La raccolta fondi, di certo, la si fa molto meglio con un’iniziativa che con una bancarella per strada — ogni iniziativa la facciamo a budget zero — e sono fondi virtuosi, che finiscono direttamente nelle casse per i nostri progetti. A me, insomma, affascina da sempre il modo di realizzare la cultura di pace con le iniziative — l’ultima cosa fatta col gruppo territoriale prima del Co-vid è stata un concerto: 200 persone venute per sentire della musica, prima del concerto, hanno sentito 15 minuti consecutivi di un mio discorso sulla pace, e la cosa è chiaramente impossibile da ottenere con delle bancarelle per strada. Le persone hanno bisogno di qualcuno che le riconduca a un certo tipo di ragionamento, altrimenti le preoccupazioni ordinarie e quotidiane della vita tendono a uniformarti — in questo caso penso anche ai social che magari diffondono notizie che fanno sensazione ma che non informano davvero. Tu saprai benissimo che in Afghanistan c’è una guerra da diciotto anni, ma se lo chiedi alla maggior parte della popolazione italiana non è una cosa che si sa, né tantomeno si sa che sia implicato un contingente italiano.

Anche questo mi interessa molto: c’è una fortissima dispercezione di massa relativamente a un certo tipo di situazioni. Basti pensare — il che a livello cronachistico ha un suo senso ben preciso, ma occorre comunque interrogarsi su questo — che fa molta più notizia un incidente che uccida tre italiani su suolo francese che una guerra civile che tolga la vita a migliaia di persone in Africa. Dal momento che, purtroppo, funziona così (e io penso che difficilmente a livello di comunicazione dei grandi media la cosa possa cambiare), come si può avvicinare alla realtà la percezione dei cittadini?
Se avessi una risposta esatta a questa domanda, risolverei gran parte dei problemi della società. Ciò detto, nella mia piccolezza e nella mia umiltà, ho una teoria: se tu guardi il livello della dialettica oggi è quello della mia opinione contro la tua, e credo che la cosa fondamentale sia uscire da questa dialettica stantia, che fa pensare che gli unici problemi siano quelli locali. Esempio ancora più semplice di quello che hai fatto tu: ti ricorderai sicuramente che qualche mese fa c’è stato un incidente stradale a Milano, di un autobus contro un veicolo, che è stato ripreso dappertutto e il commento di tutti (se vuoi anche giustificato) era, in riferimento alla vittima, “uno esce di casa e non ci torna più”, ma mai nessuno l’aveva detto in riferimento a un bambino afghano, a un bambino yemenita, che tuttoggi vive questa situazione minuto dopo minuto con i propri genitori: tu a Kabul saluti tuo padre e non sai se lo rivedrai la sera; basta moltiplicare questa condizione per milioni di persone, per vedere di che tipo di impatto ti stia parlando, e questo non fa mai scandalizzare nessuno. Mentre l’incidente stradale è una sfortuna e non ci puoi fare niente, è un problema che non gestisce l’uomo, la persona singola, la guerra lo è: è una decisione che qualcuno subisce ma che qualcun altro prende, nella placida indifferenza dei cittadini. Siamo sicuri che tutta la popolazione sia d’accordo nel fatto che un contingente italiano sia implicato nella guerra in Afghanistan, per esempio? Pensa ai siriani: certa gente ha iniziato a capire queste cose con i profughi siriani. Vista la banalità e la vuotezza dell’immaginario collettivo, i profughi venivano pensati come gente che abita in un altro mondo, pieno di barbarie e inciviltà; arrivati i siriani, ci si è accorti di come avessero maggiori competenze rispetto a molti occidentali, a fronte di vite molto più assimilabili che credessimo.

Spaziamo un po’: in 11 anni di volontariato, qual è stato l’intervento che più ti ha scosso emotivamente e quale la soddisfazione più grande?
Proprio per quel discorso del riscontro indiretto, la cosa che più mi ha colpito è stata un racconto. Faccio una piccola parentesi per spiegarlo: ho avuto la fortuna di andare in un ospedale in Sudan, di vederlo, di assistere a un intervento in sala operatoria. Ciononostante, la cosa che mi ha colpito di più è stato un racconto: mi era stato detto, infatti, che una paziente in Afghanistan fosse morta di paura. Inizialmente, avevo pensato che fosse un modo per dire “si è presa uno spavento”, e invece l’espressione era letterale: un’esplosione le aveva causato una sorta di impazzimento del cuore — perdona il lessico non medico, ma tant’è. Questo mi ha davvero segnato, e ancora me la ricordo. La cosa più bella, invece, non te la so dire — forse vedere l’ospedale di cui ho parlato tanto spesso nei miei discorsi pubblici di cui ti ho  parlato poco fa, ma in generale non la trovo: io metto molta passione in questo volontariato, che considero un impegno della mia vita e che per me ha un’importanza forse anche superiore al lavoro. E se fai volontariato con questo approccio, ogni giorno sei felice di quello che hai fatto, ed è questo che mi rende molto contento e che mi dà la forza per continuare a fare ancora questo servizio. 

Mi avvicino alla conclusione. Oggi è il 15 maggio 2020, mentre il 15 maggio di 26 anni fa, nel 1994, nasceva Emergency. Cosa ha rappresentato, cosa rappresenta e cosa rappresenterà Emergency (e lo stesso ti chiedo per il suo fondatore, Gino Strada)?
Sinceramente, se fossi un miliardario, non farei volontariato: busserei alla porta di Emergency e chiederei quanto serve per finanziare i loro progetti. Fare il volontario di Emergency per me rappresenta un modo per sopperire alla mancanza di un conto in banca miliardario, grazie al quale mi sento di contribuire a questo progetto meraviglioso, che insegna molto banalmente a fare quello che serve: aiutare le persone più deboli — nulla di eroico, è un principio semplice — per riuscire a essere utile e per aiutare, insieme ad altri volontari, a cambiare la percezione della gente della realtà. Grazie al volontariato che faccio, peraltro, anche io ho una percezione molto migliore della realtà attorno a me, proprio perché ho modo giorno per giorno di fare spunti di riflessione completamente diversi da quelli usuali.
Gino Strada, che ho la fortuna e l’onore di conoscere personalmente, si arrabbia molto quando lo chiamo “Dottor Strada”, ma davvero non riesco a chiamarlo — come fanno tutti, peraltro — “Gino”: non so come dire… gli riconosco molta più importanza di un “tu”. Ha certo un carattere duro, se vogliamo, ma è sicuramente uno che ha la capacità incredibile di vedere con anticipo, a vedere davvero vent’anni avanti. Una volta, e stiamo parlando del 2014, non si parlava di ondata migratoria come ne si parla adesso; parlando con me, lui mi disse: “dovremmo avere i soldi per fare una nave e portarli qui noi”. Lui, prima delle ONG, prima che i politici ci pensassero, vedeva oltre, con una visione sul lungo periodo davvero impressionante. Ma anche nelle cose pratiche, e con questo finisco, lo è: quando eravamo in Sierra Leone per affrontare l’ebola, e stavamo progettando la costruzione di un nuovo ospedale, mi è stato raccontato che lui era lì, girava per il cantiere, e riusciva a identificare le criticità che nessuno aveva visto in maniera quasi istantanea — quando un paziente affetto da ebola usciva, tutto ciò che avevo toccato, per prassi, andava bruciato, e lui si accorse che questi forni dove si bruciavano le cose era troppo piccolo per un materasso, e diede ordine di allargarlo. Dalle piccole alle grandi cose, insomma, Gino Strada ha la capacità di vedere avanti.

In ultima istanza, vorrei chiederti un auspicio personale, anche che non sia necessariamente legato a quanto abbiamo detto. Una speranza, insomma, quale che sia.
Spero che le persone capiscano, col passare del tempo, magari anche a causa di quanto passato adesso, che l’unica forma di benessere possibile è quella di un benessere comune. Se non ci mettiamo in testa che il benessere debba essere di tutti, difficilmente riusciremo a stare bene.
Se riusciamo a capire questo, forse in futuro ce la caveremo e riusciremo a condurre vite più serene in un mondo più giusto ed eguale.

Federico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑