Nell’antichità esisteva la razza?

Il razzismo — inteso come diversità etnica che pone su piani diversi i singoli — è sempre esistito? Sì, e sin dall’antichità, ma ha avuto molte forme diverse; ha subito molti cambiamenti ed evoluzioni, finché nel XX secolo il concetto stesso di razza è stato abolito e definito inesistente.
La parola “razza” deriva dall’antico francese “haraz“, che significa “allevamento di cavalli”, dimostrandoci come effettivamente tale termine nasca in riferimento al mondo animale; diversi allevamenti produrranno cavalli di qualità diverse, con diverse caratteristiche, il tutto a seconda di dove e di come essi vengono allevati. 

Gli antichi credevano a un concetto di base simile, ovvero che le etnie si diversificassero per cause climatiche e geografiche: i popoli che vivevano in climi temperati e in terre fertili, erano più deboli, sia nel fisico che nella mente; erano moralmente corrotti ed erano cattivi soldati.
Chi, invece, cresceva — come i Germani o i Galli o i Britanni — in climi rigidi e in terre difficili sviluppava un carattere possente, incorruttibile e feroce, nonché un fisico forte e resistente.
Lo storico latino Tacito nella Germania (una delle sue principali opere) sostiene infatti che i romani non possano vincere contro i barbari a causa della loro decadenza morale e fisica: si erano infatti avvicinati troppo ai comportamenti “orientali”. L’Oriente, rappresentato principalmente dell’Egitto e dall’Anatolia, era considerato infatti un luogo sfarzoso, pieno di ricchezze e di conseguenza di deboli, essendo dotato di climi caldi e terre produttive. 

Per i romani, però, non era importante tanto l’etnia di appartenenza, ma la propria natura giuridica: un individuo era considerato romano quando aveva la cittadinanza e straniero quando non la possedeva. Già nel I secolo a.C. essa fu concessa a tutta l’Italia (che all’epoca era composta da diverse popolazioni etniche) e nel 212 d.C. con la Constitutio Antoniniana a tutto l’Impero. Roma infatti ebbe numerosi imperatori stranieri: Traiano fu spagnolo, addirittura ci fu un Filippo soprannominato “l’arabo” proprio perché proveniva dall’Arabia e la dinastia dei Severi era nord africana; ci furono decine di imperatori provenienti dalla Dalmazia e dall’Illiria (gli odierni paesi balcanici) e uno anche dalla Tracia, l’odierna Bulgaria.
Ciò che identificava gli individui come stranieri non aveva nulla a che vedere né con l’aspetto fisico né con la diversa cultura, bensì riguardava un fattore giuridico: la cittadinanza.

In Grecia la situazione era stata però ben diversa, prima della dominazione romana. I greci stessi erano divisi al loro interno: si era cittadini non della Grecia, ma della propria poleis (città-stato). Si poteva essere ateniesi, spartani, tebani… l’essere greci non era un fattore riconosciuto giuridicamente, quanto più culturalmente. I greci si sentivano appartenere ad una stessa cultura di riferimento: esistevano giochi panellenici (le Olimpiadi, ma non solo), lo stile artistico era simile, la lingua aveva uno stesso ceppo d’origine, ma soprattutto tutti avevano la stessa mitologia di riferimento, quella citata nei poemi omerici, fondamento culturale dell’intero occidente.
Per i greci il mondo era diviso in barbari e non-barbari, cioè in coloro che appartenevano alla cultura ellenica e quelli che non vi appartenevano, perché avevano dei diversi, miti diversi e di conseguenza una storia diversa.
In realtà è interessante osservare come fra le diverse zone della Grecia vi fossero riti, culti, credenze e leggi diverse, per cui risulterebbe molto difficile capire davvero quale fosse il confine fra greco e non greco. Probabilmente ciò è legato al fatto che all’epoca esistessero solo piccole comunità che potevano comunicare poco fra loro e di conseguenza declinavano in modo diversi gli stessi punti di riferimento, che però erano ben chiari a tutti. Chi non li conosceva o non li seguiva era un barbaro.
La parola stessa “barbaro” significa “colui che balbetta”, “colui che non sa parlare il greco”; nel caso della grecità dunque, essa non era legata a fattori giuridici o fisiognomici, ma a fattori culturali: chi conosceva la lingua greca e la cultura greca era greco.
Questo però non fece venir meno il campanilismo spiccato delle comunità elleniche: la Guerra del Peloponneso, durata vent’anni, ce lo dimostra, visto che a scontrarsi così aspramente furono Sparta e Atene. Quando Filippo II, padre di Alessandro Magno e re di Macedonia, cercò di sottomettere la Grecia, essa lo accusò di essere un usurpatore straniero, nonostante il figlio fosse educato da Aristotele e i macedoni condividessero coi greci molti aspetti culturali; difatti quando la Macedonia divenne Impero esportò la cultura greca fino in Iran e in Egitto, dove tutt’oggi troviamo papiri scritti in lingua greca antica.

Durante il medioevo ci si basò invece sui testi biblici, non sulle credenze antiche e quindi si prese come riferimento ciò che era scritto nell’Antico Testamento. Gli ebrei credevano che i popoli derivassero tutti dai 3 figli di Noè: Sem, Cam e Jafet, da cui sarebbero derivati i Semiti (abitanti dell’Asia), i Camiti (abitanti dell’Africa) e gli Jafeti (abitanti d’Europa).
I Camiti, per la tradizione biblica, avrebbero avuto la pelle nera a causa di una maledizione. Cam infatti, quando un giorno Noè si ubriacò e svenne nudo, non lo coprì nè voltò lo sguardo e anzi andò a raccontare l’accaduto ai fratelli. Questo gesti estremamente irrispettosi costarono a Cam una punizione: la pelle nera, che avrebbe trasmesso anche ai suoi discendenti.
Successivamente, un filosofo arabo (Al-Jahiz) tentò di mettere fine a queste assurde credenze ripescando invece antichi criteri, che risultarono comunque molto più razionali: i Camidi avevano la pelle nera a causa del clima secco ed estremamente assolato, non certo perché puniti da Dio.

Come è evidente, i modelli razziali sono cambiati costantemente e a seconda del popolo e della cultura; essi sono incostanti ed incoerenti. Tali caratteristiche sono state sufficienti per convincere molti dell’inesistenza di Dio: come posso credere in qualcosa che pretende di essere dogmatico, ma nel mondo è declinato in centinaia di modi diversi? La razza dunque, come la religione, è un prodotto culturale e soggettivo, che quindi non può avere alcun valore scientifico.
Essere “colorblinded” (ovvero non riconoscere differenze fra le persone) può sembrare la via più corretta da percorrere, ma in realtà è una scelta pericolosa quanto il razzismo o il sessismo o qualsiasi altra forma di discriminazione. È bene riconoscere le diversità che tingono questo mondo di colori e lo sottraggono alla noiosa scala di grigi che molti sostengono di vedere.
È molto importante, e interessante, conoscere quanti più usi e costumi possibili su quanti più popoli possibili — e del resto è così che hanno fatto gli storici antichi negli ultimi anni!
Per parlare ancora dei miei amati romani, fino a pochi decenni fa, quando si trattava di una popolazione sottomessa a Roma, ci si concentrava soltanto sugli elementi romanizzati di tale civiltà, perdendo di vista tutte le componenti che conservavano la loro antica natura “barbara”. Oggi, invece, si ha assunto un punto di vista inclusivo e, con grande sorpresa di tutti, queste popolazioni in molti casi si sono rivelate molto meno barbare del previsto.

Solo attraverso la conoscenza della diversità si sarà in grado di accettarla e addirittura amarla.

Laura

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