Appunti per una società antirazzista

English version here*

Per cominciare

Avete mai sentito parlate di “White privilege”? Tradotto, privilegio bianco. Privilegio derivato dall’avere la pelle bianca.
Qualcuno lo confonde con una vita fortunata, priva di qualunque difficoltà, e dunque se ne ritiene alieno. Invece è estremamente più profondo, e allo stesso tempo più semplice. Come scrive Virginie Despentes nella sua stupenda “Lettera ai miei amici bianchi che non vedono il problema”, “privilegio è avere la scelta di riflettere su queste cose o infischiarsene”.
Puoi scegliere di ignorare alcune notizie, puoi optare per l’indifferenza e l’incoscienza, sapendo che la tua dimenticanza non ti farà mai del male.
Che cosa è successo? Un uomo nero è stato ucciso dalla polizia. Ho detto uno. In realtà sono tanti. I nomi si accumulano e si sovrappongono.
C’è George Floyd, che ha fatto esplodere il tutto, soffocato con un ginocchio sul collo per quasi nove minuti. E ancora Breonna Taylor, uccisa nella sua stessa casa con otto colpi di pistola — gli agenti avevano un mandato d’ingresso senza dover avvertire, purtroppo per la casa sbagliata.
E Tamir Rice, un ragazzino di dodici anni – la sua pistola giocattolo era stata scambiata per vera. Ci sono Ayana Stanley-Jones, Elijah McCain, Sandra Bland, Atatiana Jefferson, Botham Jean, Philando Castile, Trayvon Martin… La lista continua. Ci sono troppi nomi.
E la domanda è la seguente: quanti di questi nomi sarebbero stati ricordati, se non fosse stato per George Floyd e coloro che si sono mossi a suo favore?
Nei giorni seguenti alla sua morte, persone di tutto il mondo sono andate in piazza a protestare, come altre volte, e, come altre volte, si è pensato che la questione si sarebbe chiusa presto, che, tempo un mese, nessuno ci avrebbe pensato più. Invece ancora oggi, un mese dopo l’uccisione di Floyd, 25 maggio 2020, le proteste continuano senza perdere slancio, anzi, pare, acquisendolo giorno dopo giorno. Nonostante tutti i fattori che remavano loro contro, come l’ostacolo oggettivo della pandemia, le voci che si sono sollevate a sfavore, una copertura stampa che si è rivelata ambigua nei confronti delle loro rivendicazioni. Questa mobilitazione planetaria non era stata prevista, il fatto che si comincino ad ottenere risultati non era stato previsto, e soprattutto non era stato previsto che l’indignazione per la morte di un singolo diventasse un momento di riflessione — e di azione — sulla discriminazione razziale di un intero sistema.
Avete mai sentito parlare di razzismo sistemico?
Si tratta di quel principio per cui il razzismo è parte integrante del tessuto di una società e quindi inevitabilmente creerà discriminazioni a livello economico, politico, giudiziario, sanitario, scolastico, eccetera. Queste discriminazioni a loro volta porteranno a un dislivello sociale, quindi maggiore povertà, minore accesso all’educazione, quindi minore possibilità di difendersi dalle stesse discriminazioni. Un circolo vizioso.
Quando si vive immersi in un ambiente imbevuto di razzismo sistemico, si finisce quasi inevitabilmente per essere vittime o complici. Inoltre, il problema dei sistemi oppressivi è che hanno la tendenza a perpetuarsi tramite le stesse violenze che condannano in chi protesta. Come ha dichiarato la deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez: “Se invochiamo la fine dei disordini ma non denunciamo la brutalità della polizia, non pretendiamo l’assistenza sanitaria come diritto umano, non chiediamo la fine delle discriminazioni nel settore immobiliare, allora non facciamo che accettare che questa silenziosa oppressione continui”.
Ciò che rende queste proteste tanto rivoluzionarie — e altrettanto pericolose per chi è contrario — è la lucidissima consapevolezza del razzismo sistemico.
Chi protesta sa che, in una società basata su un bias, l’ignoranza non corrisponde all’innocenza. Chi protesta sa che, in una società fondata sulla discriminazione, non basta dire “non sono razzista”. Come se la consapevolezza sull’argomento fosse un interruttore della luce, o è spento o è acceso. Invece esistono vari gradi di razzismo.
C’è quello esibito (overt racism) del Ku Klux Klan — tra parentesi, un’associazione che, pur avendo esibito comportamenti violenti in numerose manifestazioni, non è stata ancora bollata come “terroristica”, come è successo ad alcuni membri delle recenti proteste.
C’è quello insidioso (covert racism) di chi si vanta “io non vedo nessun colore”, quando vedere il colore è importante per vedere la fatica e l’oppressione. C’è quello pernicioso di una certa alta borghesia, come descritta dallo stupendo Get out di Jordan Peele. Una borghesia che si vanta di aver votato Obama per due mandati e professa paternalisticamente il proprio amore per culture diverse, e poi procede a feticizzare quelle culture, fino a dichiarare “Ormai il nero va di moda”. Questo genere di discriminazione implicita non è meno dannosa. Anzi, crea il terreno per le forme più evidenti.
Insomma, come diceva Angela Davis, non basta non essere razzisti, bisogna essere attivamente antirazzisti. E bisogna anche portare proposte concrete per rivoluzionare il sistema. Tra i tanti slogan che sono circolati in questi giorni, uno dei più frequenti è stato “Defund the police”, togliere i fondi alla polizia. L’idea si inserisce in un progetto complesso di redistribuzione dei fondi in attività che aiutino a prevenire la violenza e a stabilizzare le comunità nere, per esempio centri di aiuto per la salute mentale, servizi sanitari più disponibili, scuole più inclusive, eccetera. Al posto che punire crimini compiuti, creare ambienti che favoriscano la legalità. Idee che circolano da decenni, tra l’altro, e che attivisti come Angela Davis hanno passato la vita a portare avanti. Sembra radicale? Lo è. Ma è esattamente questo il punto: in una società che ha radici razziste, bisogna agire strutturalmente per poter cambiare davvero qualcosa.

Per finire, voglio tornare al concetto di privilegio bianco.
Privilegio è il permesso di dimenticare, ma è anche, paradossalmente, la possibilità di raccontare sapendo che la tua storia sarà più ascoltata. In un sistema oppressivo, gli oppressori hanno più voce degli oppressi.
Negli articoli precedenti ho parlato di narrazioni. Ho parlato dell’importanza di includere le storie che di solito non vengono raccontata. Ma perché queste storie ricevano la dignità che meritano occorre lasciare loro lo spazio necessario. Mi rivolgo qui a me stessa, e a tutti i miei lettori che sono stati investiti dal privilegio innato di essere bianchi. 

Cominciamo a resistere alla tentazione colonialista di mettersi a spiegare le lotte delle comunità nere, e misurare le loro rivendicazioni secondo il nostro metro. Troppe volte la storia è stata riscritta, cancellando eventi cruciali e mascherando l’oppressione sotto ritratti positivi.
Cominciamo ad ammettere, per una volta, di non saperne abbastanza, perché per quanto l’educazione sull’argomento sia necessaria e doverosa, non potrà mai rendere il peso di una disuguaglianza durata secoli. Cominciamo ad ascoltare, leggere, essere pronti a mettere in discussione le nostre idee di società. Cominciamo a riconoscere pienamente il nostro privilegio per poterlo pienamente abbattere.
Cominciamo, tenendo a mente che tutto ciò è necessario ma non sufficiente, cominciamo, tenendo a mente che è solo l’inizio.

Francesca

* Post Scriptum del redattore: nella versione inglese sono rintracciabili le fonti, in ambo le lingue, utilizzate dalla nostra autrice.

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