Ode al corpo

Mi risulta veramente difficile scrivere a proposito del corpo. Nonostante la necessità di parlarne e fare in modo che se ne discuta il più possibile – o comunque allargando gli orizzonti oltre il nostro sistema razionalizzante e psicologizzante – la narrazione fatica ad abbracciarne completamente il senso. La causa? Probabilmente un’antica lotta ancora irrisolta tra verbo e corpo, tra saggezza della mente e saggezza della carne. Pervasa da una visione della realtà che si sposta sempre di più verso le pratiche olistiche e appassionata a pressoché ogni forma ed espressione artistica, tenterò invece di fare reagire questi due compartimenti, apparentemente antagonisti, entrando nel mio corpo con la forza del pensiero, coraggiosa abbastanza da riuscire a testimoniare il viaggio. Sarà il corpo stesso a guarirmi, a rinnovarmi, ogni qualvolta la psiche — o il pregiudizio, o la violenza di pensiero — andranno ad offendermi, a profanare la mia carne laddove è viva, pulsante, sincera.

È il buio intorno. A tratti — e per un attimo soltanto — squarci improvvisi di realtà, caotiche visioni ed esistenze che si incrociano prendono piede nel piccolo fazzoletto di visuale che mi è concesso in questo mondo. Come lampi appaiono, fluttuano, qualche decimo di secondo nella mia coscienza e si dissolvono. Lascio vagare questa lontano da lidi inquinati e sovraffollati; gli occhi chiusi in atto di resa quasi solenne permettono al mio microscopico io di venire risucchiato all’interno. Ancor prima entrare a contatto la pelle, mi imbatto nei centimetri di realtà intorno al mio corpo: territorio di scambio tra dentro e fuori, involucro vibrante, irradiazione, universo mosso dalle meccaniche delle mie passioni. Un infinito istante dopo, l’impatto con l’epidermide risulta spaventoso. L’io, ancora elettrizzato da questa tempesta che si muove intorno a sé, scopre che la pelle, toccata da così vicino, non è per niente simile a quanto cogliamo dall’esterno, con i nostri occhi che risucchiano immagini e il nostro cervello che mette insieme, dimentica, sintetizza. Una grande forza di volontà porta questo anomalo viaggiatore oltre. 

È buio intorno. Dentro, interno ed esterno si sono mescolati, come se la nostra pelle, rovesciandosi, avesse rinchiuso nello spazio abitato prima dal corpo l’infinità dell’universo. Viceversa, gli organi, gli umori, i fluidi, le particelle di me aleggiano ora nello spazio indefinito che prima assimilavamo al concetto di realtà circostante. L’io permea questa immensità. Scopre che c’è vita, che c’è scelta dietro ad ogni movimento, scopre che nulla è casuale e che tutto è inserito in un gioco mozzafiato di equilibri e di colori, dove ogni parte ha senso di esistere e nulla è sconveniente, o vietato. Ci sono le guerre, le distanze, i viaggi, le relazioni, i contatti. Ogni microscopica parte contiene miliardi di informazioni che, vivendo, assorbiamo avidamente: ogni tocco, ogni parola, ogni litigio, ogni emozione trova qui un suo luogo di realizzazione affinché nulla si perda, affinché tutto il circostante trovi senso di esistere dentro di me. Se il mondo esterno sbiadisse inesorabilmente, tutto continuerebbe a vivere qui. La vita stessa ripone il suo ancestrale segreto in ogni cellula che mi compone, i sentieri che l’uomo percorre da millenni trovano la loro mappatura nelle insenature del mio corpo.

L’io scivola lungo tutto il corpo intelligente: si insinua nei piccoli meandri e negli scorci che si creano — nulla è immobile — a volte si ritrae, inorridito, a volte indugia. Gonfia di pensiero questo petto che racconta qualcosa di più del cuore che spinge e risucchia sangue in continuazione, più delle ghiandole del seno, della morbidezza dei tessuti. Scritto con la penna del corpo, vi albergano qui i baci ricevuti, le angosce che ancora lo scuotono. Nei pressi dell’ombelico si ode l’urlo dell’affamata, la golosa di vita che scaccia la paura che risposa in un angolo, vicina. Nei genitali, impressi gli incancellabili segni di tutti gli amanti desiderati, avuti, rinnegati. Lungo le gambe e fin alle punte dei piedi risuonano ancora i passi di danza, le braccia si scoprono anelli per cingere il mondo, per unire “mio” e “tuo”. Nella fronte si gonfia un sospiro di liberazione. 

Tutto è buio. L’io viene sbalzato al di fuori.

Forse ha visto troppo.

Nel buio, nel silenzio immobile, si ode impercettibilmente pulsare la vita. Il mio piede, dapprima apparentemente assopito, con sempre maggior foga vibra. La vibrazione scorre lungo tutto il corpo, raggiungendo ogni particella, risvegliandola dall’interno, e mi trascina nuovamente nell’estatica danza del corpo che vive, pulsa ed è sincero. 

Tutto è luce.

Selene Tognoli

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