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Musica forte e luci psichedeliche. “Un Invisibile alla fragola”, dice Giada al ragazzo dietro al bancone. Aggiungo precipitosamente: “anche per me”. So che è uno dei cocktail più forti.
La serata promette bene. Quando finalmente arriva il momento, incuranti del freddo pungente della notte, usciamo, recuperiamo la bottiglia e iniziamo a bere a canna. Sto bene, mi sento felice. “Io resto qua”, farfuglio. Osservo Giada  — mi dà le spalle. Sullo sfondo, un’ambulanza parcheggiata. “Che vuoi che sia qualche drink”, penso mentre bevo l’ultimo sorso della bottiglia.

“Cosa vuol dire per te bere?”. Guardo le mani incrociate e appoggiate sulla scrivania. Mi sto ancora chiedendo cosa ci faccia in questo studio. Se non fosse che non avevo mai visto i miei così preoccupati per me, a quest’ora sarei in camera a studiare per quell’interrogazione di recupero di domani. “La ragazza ha avuto un netto calo di rendimento, deve recuperare diverse materie. La vediamo distratta, a volte molto agitata, altre volte sul punto di addormentarsi. Va tutto bene?”. Ci mancava anche questa. È vero che studio meno di prima, ma in qualche modo me la sono sempre cavata. E poi, se per le prime due ore di lezione sono attenta e partecipe, mentre dopo mi viene sonno, è solo perché la botta non tiene abbastanza — d’altra parte non mi fido a portare una bottiglietta a scuola, ho paura che qualcuno mi scopra.
Comunque, l’alcol.
Sinceramente non so da dove iniziare a raccontare, ma non me ne frega nemmeno, tanto mica ho intenzione di dirle tutto.
Ripeto: non-so-da-dove-iniziare. Forse dovrei dire cosa fosse, per me, bere. pratica sociale, modo per rilassarsi. Ma anche, e soprattutto, molto altro. È (o forse  dovrei  dire “era”)   quella cosa che ti permette di farti sentire a tuo agio in tutte le situazioni, di togliere quel freno che ti porta a non dire mai quello che pensi e ad avere di continuo la consapevolezza di essere lo scarto del gruppo, quella sbagliata, il residuato, un’insignificanza indifferente agli occhi degli altri. L’incapacità di riuscire ad essere me stessa è stata a lungo una sofferenza così frustrante da farmi rinchiudere in una fortezza interiore, da cui solo grazie all’alcol sono riuscita ad evadere. Un bicchiere di vodka e quel peso opprimente che prima ti stritolava il petto lentamente inizia ad alleggerirsi. Un secondo bicchiere e ti senti già più sciolta, inizi a sorridere leggermente, a parlare piano. Un terzo bicchiere e ti accorgi che sei capace di fare discorsi, il malumore ha lasciato posto a un dolce piacere e a una crescente adrenalina. Un quarto, quinto, un sesto bicchiere e voli. Sei diventata improvvisamente brillante, gli altri ti ascoltano mentre parli, ti senti importante, grande, e finalmente sei libera, svincolata da tutto il disagio e la sofferenza.
Il mondo scorre veloce davanti ai tuoi occhi, forme indistinte si sovrappongono, i colori esplodono, l’aria è inebriante e, in questa sfocata fotografia, uno sgabello assume improvvisamente una bellezza particolare. È divertente perdere il controllo.
Ma perché iniziare a bere? In un primo momento perché vuoi sentirti più grande, trasgredire, essere all’altezza degli altri. Poi scopri che ti fa anche stare bene: da una parte anestetizza il dolore e dall’altra ti carica, ti libera. E ne vuoi sempre di più: continui a bere e continui a stare meglio, a volte vomiti, altre volte hai bisogno di mangiare come un ossesso, e dopo riprendi, tanto sai che puoi gestirti e controllare il numero dei bicchieri. Non è lui che comanda, sono io che me ne servo. Fai lo stesso ragionamento tutti i fine settimana, all’inizio punti solo a farti salire il prima possibile la botta, senza badare troppo a quali e a quanti drink bere. Poi impari a conoscerti, a capire come il tuo corpo reagisce, e ti adegui di conseguenza.
Il problema vero è quando cominci ad abusarne per sconfiggere i tuoi problemi. Non te ne accorgi subito. Capita che una sera in cui sei a casa da sola e ti senti soffocare dai pensieri negativi, tiri fuori dalla credenza il Braulio e te ne versi due o tre bicchieri. L’oppressione si alleggerisce e riesci a dormire bene. Così aumenti la frequenza delle bevute infrasettimanali e, gradualmente, anticipi sempre di più l’orario in cui inizi: il vino delle otto di sera diventa il vino delle cinque di pomeriggio. Entra in gioco la dipendenza. Quella fisica, finché si limita a tremore e sudorazione, riesci a combatterla Il vero problema è quella mentale.  Nonostante questo, pensi di riuscire ancora a condurre una vita normale. Ma a un certo punto, di colpo, non ce la fai più e la triste verità emerge in tutta la sua desolazione: ieri sera sei uscita e non ricordi niente, nemmeno come hai fatto a tornare a casa; due sere fa ti sei svegliata immersa nel tuo vomito; la sera prima ancora ti hanno raccontato che hai iniziato a rompere bottiglie perché eri arrabbiata. E il senso di malessere che già si annidava dentro di te, esplode ancora più forte e potente, dilaga, crescendo e nutrendosi di dubbi e timori, di sentimenti d’odio e di vergogna, acuiti maggiormente quando ti accorgi che questo tuo modo di fare influenza anche le vite delle persone che ti stanno accanto. Non tanto il nuovo gruppo di ragazzi che hai iniziato a frequentare per poter bere in compagnia, quanto i tuoi amici precedenti che hai lasciato da parte e che tengono ancora a te e al tuo benessere. Sai che vorrebbero aiutarti, ma che tu non glielo permetteresti, anche se al contempo non vorresti farli soffrire. E ti odi per questo. Allo stesso modo i genitori, per quanto sia bene che non sappiano la verità. Le menzogne crescono e, alla fine, decidi di allontanare tutti e di rinchiuderti nuovamente nella tua fortezza interiore. Solo che questa volta il disprezzo, spietato, ti tiene compagnia e ti sorride, ostile, chiedendoti se forse non  sia tu, ad avere un problema. Ma non hai più la forza per fare niente, non sai cosa e non vuoi neanche scegliere.
Vorresti solo vomitare, così da riuscire a espellere tutto il putridume che hai dentro. E poi riprendere a bere.

Avverto le ginocchia cedermi. Mi ritrovo a terra. Lentamente, mi piego come se fossi un rivestimento di pelle a forma di persona, svuotata nella mente e nel corpo. Qualcuno mi tira su e cerca di farmi stare almeno seduta, ma il corpo non tiene. Qualcosa di caldo mi accarezza le guance. Dopo qualche minuto mi sveglio. C’è odore di disinfettante. Sposto lo sguardo in avanti e mi si spezza il respiro. Vedo i miei genitori che guardano con aria disperata la loro unica figlia che giace in un letto d’ospedale, attaccata a una flebo. Mi sforzo di parlare, dentro intanto sento una lama divellermi il petto e asportarlo. Nell’aria rimane l’eco di un grido di silenzio, lacerazione profonda e rassegnata. Rimarrà per parecchio.

Anna Lanfranchi

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