Mostra (dis)umana

Tu! Sì, esatto, proprio tu che stai leggendo queste righe. Immagino che in questo momento potresti essere a casa, sul divano, oppure forse sei in pausa pranzo nell’angusto locale vicino al tuo ufficio mentre aspetti di tornare al lavoro in un afoso pomeriggio estivo, o magari ti trovi su un bus, seduto in un angolo e diretto verso la tua solita meta quotidiana, ripetitiva e monotona. In ogni caso, probabilmente stai scorrendo questo testo con il pollice dal tuo smartphone o con il dito medio, dal mouse del tuo pc, stai navigando nelle acque burrascose del World Wide Web, nella ragnatela di ampiezza mondiale.                                                                                                          Attualmente è inevitabile, e in realtà fondamentale, essere in grado di accedere ai contenuti online per rimanere aggiornati sulla realtà che ci circonda. Può sembrare paradossare affermare l’importanza del mondo virtuale al fine di conoscere la realtà materiale, eppure questa è la situazione che ci si prospetta.                                                                                                                                                        Lo sanno bene i madrelingua digitali che crescono con il tablet a suon di videogiochi. Fin da piccolissimi sono esposti all’influenza dei mass media, vi interagiscono e assorbono come spugne i contenuti che vengono loro proposti. Ben presto diventano agili abitatori della rete, agiscono in virtù del tocca, scorri, guarda, ma con enormi lacune in termini di conoscenze e competenze nell’uso appropriato del web. Sempre più precocemente, in termini evolutivi, vengono rimbalzati nello schermo dei social network per addentrarsi in prima persona nello strabiliante mondo che li ha cresciuti; nello specifico, secondo una ricerca condotta dall’Unicef e presentata in occasione del Safer Internet Day del 2018, ogni giorno 175.000 bambini si connettono a Internet per la prima volta, un bambino ogni mezzo secondo. Così, dall’aver la rete nella vita, si pone la vita nella rete, con tutti i rischi che vi sono associati. Gli appartenenti alla selfie generation in pochi semplici passaggi creano un profilo e ottengono il via libera per il racconto di sé – ma quale sé? – tramite gli autoscatti. È bene, però, che i giovanissimi riconoscano l’importanza di come comunicano e di come vogliono essere riconosciuti dagli altri, poiché la generazione smart, con il cellulare sempre a portata di mano, è spesso priva della mentalizzazione sulle proprie azioni, poiché essendo stata allevata da un monitor che proietta fermi immagine uno dopo l’altro ininterrottamente, non ha seguito un importante percorso di sviluppo del linguaggio, elemento base del pensiero e quindi della riflessione. Come riporta l’illustre Sartori, oggi in principio è l’immagine, perciò il processo di acquisizione e padroneggiamento del linguaggio è tortuoso e rallentato con conseguente impoverimento culturale e affievolimento del pensiero critico, fondamentale per contrastare quella non-volontà che è la logica alla base del mercato globalizzato.                                                        Online domina l’istantaneità, il tutto subito, il costante qui e ora che è poi un ovunque e in ogni momento. La mancanza di attesa, però, nuoce all’essenza umana, a quello che E. Aronson, psicologo sociale del XX secolo definiva l’animale sociale, che in quanto tale vive in una comunità con gli altri con i quali interagisce. La relazione, però, richiede tempo e i social vanno contro questa tendenza: troviamo gli amici, ma siamo sempre, tragicamente soli, come ci ricorda il “Maestro” dei poeti maledetti Charles Baudelaire, soli con il cellulare e la testa tra le mani.                          Per certi versi la solitudine è utile e produttiva, permette di trovare, o almeno di cercare, il contatto con noi stessi (e in parte la quarantena forzata ce lo ha fatto sperimentare), ma l’iperconnessione pervasiva porta a nuove dinamiche di esplorazione del sé con derive confusive. Online si possono produrre innumerevoli video, immagini, post, momenti, o meglio stories, in cui mostrare il lato cool della vita come feste e viaggi, il lato meschino creando profili falsi per vedere senza essere visto, il lato inconoscibile facente parte di una identità di genere tendenzialmente celata, il lato radicale del politicante irascibile e altri ancora.                                                                        Consequenzialmente, l’ampio spettro di possibilità di sperimentazione identitaria fruibile tramite la rete insieme con la creazione della home personale come (non-)luogo di espressione di un (non-)sé porta il soggetto all’alienazione, infatti abbiamo consegnato la nostra identità a tutti coloro ai quali ci siamo esposti e dal cui giudizio abbiamo cominciato a dipendere, riprendendo le parole di U. Galimberti. Il sé è disgregato, frammentato, privo di compattezza, il che richiama una qualche forma di schizofrenia. Non vi è un tutto, un io, una completezza. La nostra persona è tagliata fuori, ciò che si ricerca è la tendenza, la moda, ciò che vuole il mercato dell’immagine, così noi, diventando semplici pedine del sistema, ci mettiamo a disposizione diventano passivamente parte attiva di una mostra virtuale in cui tutti siamo es-posti, posti al di fuori di noi.  

Annalisa Berbenni

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