Il corpo intelligente

“Senza il corpo non ci sarebbero le sensazioni. Non sarebbe possibile varcare una soglia, né elevarsi, né essere senza peso. È il corpo il dispositivo di lancio del missile dal quale l’anima osserva la misteriosa notte stellata e ne resta abbagliata.” — Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi.
Si dicono un’infinità di cose a proposito del corpo. Si dice che sia un affascinante quanto imperfetto insieme di tessuti, organi, fluidi e sostanze, si dice che sia la sede del pensiero, ma che di questo sia anche l’antagonista; si dice che sia il continuo frutto di una storia, di un’evoluzione, che nasca e muoia ogni giorno, che sia finito, che sia infinito, che sia un limite, un trampolino, uno strumento, un amante, un amico. Si dice perfino che sia un’irrisoria parte dell’uomo, un piccolo compromesso materiale donatogli affinché l’anima possa manifestarsi alle altre anime, che sia arte, che sia amore, che sia follia.
Si dice che tutto sia corpo e che niente lo sia.
Personalmente, credo di aver abbracciato ognuna di queste visioni senza mai decidermi. Ogni qualvolta sembravo vicina ad una soluzione ecco che proprio lui, il corpo, correva a rimescolare le carte: il sole di mezzogiorno registrato dalla mia pelle, una fitta tra le costole, un piccolo solletico sotto il piede bastavano a confondermi la mente, lasciandomi felicemente ad esso arresa. La fortuna di essere cresciuta a stretto contatto con la natura — dove il corpo che si strofina, annusa, cade, tocca e respira diventa sempre più intelligente — e di aver praticato discipline dove materiale e immateriale imparano a comunicare ed essere l’uno l’alimento dell’altro, mi ha sicuramente avvantaggiata nel mio processo di auto-scoperta e, di conseguenza, di scoperta attraverso il manifestarsi dell’altro.
Quando mi sono omologata e ho chiesto al mio corpo di essere ciò che non era, quando ho abbandonato temporaneamente il mio corpo selvaggio (e con selvaggio intendo dire intelligente, reale, sensibile), ho in qualche modo interrotto la comunicazione con questa incredibile eredità. Ogni qual volta ho identificato questo “essermi” come un qualcosa di scomodo, ho tappato le orecchie dell’ascolto profondo.
A quanto ho potuto sperimentare, questa conoscenza — che qui definirò conoscenza fisica — non si muove solo in senso cronologico, creando ponti con il nostro più antico passato (memoria intergenerazionale), ma contamina la nostra crescita di giorno in giorno, mettendosi al servizio dell’individuo nel suo processo di apprendimento continuo.
C’è chi sostiene che sia possibile imparare solo osservando con gli occhi: io penso che sia possibile conoscere con qualsiasi parte del corpo, ogni capillare, ogni giuntura, ogni particella materiale che mi compone. Solo con un corpo intelligente, qualunque e comunque esso sia, il nostro vivere e il nostro pensare acquisiscono un significato profondo che va nel senso di una perfetta amalgama tra ciò che penso e ciò che muovo (e come lo faccio); soltanto così entriamo veramente in comunicazione con l’altro e conosciamo noi stessi.
Questo è ciò che ho imparato, sicuramente, danzando, nel momento in cui scoprivo che il praticare e ripraticare gli stessi impulsi cinetici allenava l’elaborazione che il mio organismo stesso suggeriva e alimentava. Ma anche raccontando, camminando, dormendo, cucinando… perfino leggendo, quando mi sono accorta di come le parole impresse su carta, prima ancora di sfiorarmi la mente, entravano in contatto con la mia pelle, producendo una sensazione che veniva registrata e si fondeva
perfettamente con quanto il mio pensiero cercava di carpire.
Conoscenza, intuito, sensazione, introspezione, guarigione, memoria, lotta, vita-morte, intelligenza, scoperta, risveglio, estasi, maestro, dio, potere, sentimento…
Se ancora ci stiamo chiedendo quali definizioni associare al concetto di corpo è probabile che la risposta sia
molto semplice. È probabile che questo esserci — di cui possiamo nettamente e senza problemi tracciare i limiti fisici — si muova e ci incanti, ingannandoci e ingannandosi ben al di là del punto che segnala il nostro indice, intento nel disegno invisibile del nostro confine.
Basta scegliere il giusto verso di percorrenza.
Selene Tognoli

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