Realtà e apparenze al tempo dei social

Sto scorrendo la home di Instagram e vedo solo facce sorridenti, foto con gli amici, persone in spiaggia, dediche e auguri di buon compleanno. Sono le ventitré e sto cercando di prendere sonno ma non riesco e così, come ogni sera, accendo lo schermo del telefono. Instagram è il mio “social della buona notte”: passo da un post all’altro come fossero le pagine di un libro, ma — a differenza di questo — non raccontano nessuna storia, anche se hanno lo stesso potere di assorbirmi in una realtà diversa. Per fortuna seguo anche qualche pagina divertente e così, tra un sorriso e l’altro che vedo nelle foto, spunta qualche lieve sorriso anche a me. Dopo un po’ mi stanco, spengo il telefono e chiudo gli occhi. Quando li riapro la mattina seguente la prima cosa che faccio è nuovamente dare un’occhiata a Instagram — un piccolo tour prima di controllare le mail e le notizie del giorno.

Non voglio metterla sul tragico, non mi trovo in un tunnel di dipendenza da social che mi sta rovinando la vita: li considero solo una semplice abitudine non troppo invasiva, che condivido con tanti altri miei coetanei e non. Però ogni tanto non posso fare a meno di pensare a come sarebbe diversa non solo la mia vita, ma quella di tutti gli abitanti del globo, senza la rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni, senza Facebook e tutto il resto. Non guardo al passato in modo nostalgico come a un’era idilliaca, ma semplicemente come a un mondo profondamente diverso, soprattutto per la mancanza di Internet.

Forse viene naturale andare indietro con il pensiero all’era pre-Internet proprio perché non è così tanto lontana. Ricordo ancora i primi cellulari dei miei genitori — dei parallelepipedi con la piccola antenna in cima  — oppure il mio primo pc dallo schermo enorme  e dalle funzionalità essenziali. Ero piccola e mi divertivo a creare titoli colorati su pagine bianche di Word.

A quei tempi, i primi anni duemila, Internet era già ampiamente utilizzato e i social erano agli albori. Facebook, per esempio, all’inizio si chiamava “The Facebook”, era nato come strumento di comunicazione riservato agli studenti delle più prestigiose università americane, per poi allargarsi a quelle inglesi e diffondersi in tutti i continenti, fino a diventare quello che è oggi: una piattaforma utilizzata da miliardi di utenti.  Nato nel 2004, a oggi è il social più utilizzato nel mondo, davanti a Youtube e WhatsApp. Parte della sua storia è raccontata nel bellissimo film The social network, che ne ripercorre i primissimi anni e le vicende dei suoi ideatori. Una buona metafora (ma anche parte integrante) dei cambiamenti degli ultimi anni è proprio Facebook: nato con uno scopo definito, ha avuto un’evoluzione rapida e una diffusione, al tempo della sua nascita, totalmente imprevedibili, trasformandosi in qualcosa di diverso. La rapidità e la capillarità sono l’essenza e allo stesso tempo lo scopo dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni. Così è successo anche per i supporti della tecnologia: computer, smartphone, tablet… siamo passati in pochi anni dall’utilizzare i floppy disk agli hard disk esterni, come da un depliant a un’intera enciclopedia. Le nostre vite e il nostro mondo non potevano che uscirne profondamente mutati.

Questo cambiamento riguarda anche e soprattutto il ruolo che Internet e i social hanno nella nostra capacità di percepire la realtà che ci circonda. Ci siamo resi conto da tempo di come possano rubare ore (ore!) alle nostre giornate — sono progettati per questo scopo — ma facciamo ancora fatica a comprendere il loro potere di distorcere la realtà. Quante immagini condivise su Instagram raffigurano soltanto piatti gustosi, uscite con amici e spiagge soleggiate? I dettagli da condividere sono accuratamente pensati, selezionati, modificati e impacchettati per essere consegnati in tempo reale ad un pubblico che nemmeno li ha richiesti. Le vite degli altri sono filtrate attraverso lo schermo con l’intenzione di dare vita a una narrazione che, seppur parziale, noi siamo portati a credere. Pensiamo che la realtà possa coincidere con ciò che viene mostrato sui social, quando invece non ci potrebbe essere scollamento più netto. I social non rappresentano la realtà, ma sono una realtà parallela nella quale ciascuno racconta di sé solo ciò che vuole, per dare vita a un’immagine presentabile agli occhi degli altri.

Quando la rappresentazione incompleta si allarga ad altri campi, non solo la realtà dei singoli può essere distorta, ma anche gli avvenimenti di interesse pubblico, con chiare conseguenze funeste per la collettività. Ciò che noi conosciamo dipende, dunque, non solo dalla percezione soggettiva — dettata dalla nostra condizione di individui — ma anche dai termini e i modi con cui la realtà viene rappresentata dai mezzi di comunicazione. Se un libro letto da mille persone è mille libri diversi, anche la modalità di formulazione del libro influenza la ricezione del messaggio. Due libri diversi possono raccontare la stessa storia, ma in modi tanto diversi da comunicare messaggi anche opposti.

Questo è il meccanismo che regola l’utilizzo e il successo di applicazioni come Instagram e Facebook: la possibilità di plasmare una realtà digitale alternativa e più piacevole, ma agli occhi degli altri non meno vera.  Se ci credono gli altri perché non dovremmo crederci anche noi?

Nicole Cornaggia

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