Corpo individuale / corpo collettivo

Mi chino, affondando le dita nella terra calda ai miei piedi. Sopra di me, o forse al mio fianco, un sole tardo pomeridiano muove in obliquo i suoi lunghi e tiepidi raggi. L’ora del tramonto esalta, illumina quella fine  e dolcissima curva che la mia testa — inclinandosi verso il basso — forma con il coccige, chiamando armoniosamente tutte le vertebre nel mezzo a curvarsi e a gioire della luce tinta di rosso. In un istante, sono diventata nient’altro che una piccola C ripiegata sulle mie stesse impronte.

La forma che sto assumendo — con il suo incredibile significato millenario — mi rimanda a un mio pensiero ricorrente, alla spiegazione del mio corpo che ricerco in una corrispondenza con quello degli altri. Questo quotidiano e insignificante gesto del chinarsi accomuna, infatti, pressoché ogni essere umano: il fedele prostrato sotto l’immensità del cielo; la contadina che, con spalle abbronzate e forti, si piega a fine giornata per raccogliere l’ultima fascina; il bambino che va alla ricerca di un giocattolo scivolato sotto il mobile; il primo uomo che scopre la via facile tra il frutto della terra e la bocca arida e affamata. E io, quando mi chino per piangere, per riposarmi dalla stanchezza, per osservare una formica che incrocia la mia via, appartengo alla schiera di piccole C che si dipingono sulla superficie terrestre.
Che sia per lavoro, dolore, necessità o religione, questo piegarsi racchiude un’umanità intera passata, presente e futura, capace di rendere il mio corpo – permeato di questa memoria fisica — connesso ad un patrimonio ancestrale di rituali umani. Attraverso di esso, dialogherò con tutti gli uomini della terra, scaverò e nutrirò il mio interno, alimentandolo di una conoscenza che supera la testimonianza orale e scritta, che va oltre ogni pensiero.
Tale riflessione è ciò che la piccola forma della mia schiena mi racconta, mentre rimango in muta contemplazione delle mie mani.

Mi sollevo da terra, il sole continua a battere nostalgico sulla mia guancia e il mio esserci, come se fosse l’ultimo rimasto sulla terra, si sente ospite di tutti i corpi mai esistiti. Continuo a farmi assorbire dal richiamo di questo ente astratto, di questo corpo che pensa il corpo.
Il pensare in astratto ci apre la via a infinite nuove possibilità: questa matrice collettiva ci sostiene e si cura di noi quando non siamo in grado di attribuire il giusto senso alla nostra corporeità, o quando la denigriamo, rifiutando la forma che, nell’istante in cui siamo, il nostro corpo — mutevole — sta assumendo. Morbido, ruvido, soffice, sodo, contratto, rilassato, costretto, libero, bello, brutto… tutte queste classificazioni diventano immediatamente non necessarie e, anzi, deleterie. Tentare di misurarci e inscriverci in categorie, invece, rischierebbe di renderci terreno sterile per il fluire di questo corpo sotterraneo. Al contrario, celebrando l’esternazione — tangibile e concreta — del nostro universo interiore, capace di dare forma a ciò che lo ospita, ma anche di essere ambiente di fioritura e protezione di questa eredità intergenerazionale, celebriamo noi stessi e un’umanità intera. Diventiamo la forma, in qualche modo, che sostiene un altro corpo che senza di noi smetterebbe di esistere.
Muovo dei passi in direzione del bosco di fronte a me, continuando a pensare e lasciandomi il campo arido alle spalle. Questo sentimento di corpo liberato dalla necessità di trovare un senso singolo e individuale a tutti i costi, mi fa scoprire come la nostra mente, al contrario, sia troppo orgogliosa per dimenticarsi e accogliere un altro diverso da noi. Forse è necessario che vada in questo modo, forse il nostro organismo — così universale e così particolare — trova nel suo essere tangibile e simile ad altri un’evidenza di comunicazione e corrispondenza, che integra l’altro dentro di sé senza abdicare la propria identità fisica.

Questo dialogo tra forma e non-forma, tra presenza e astrazione, rappresenta a mio parere tutta la magia racchiusa dietro al mistero dell’umano, magia ben assimilabile anche a un processo artistico. Vivere esteticamente il corpo, renderlo comunicante e in ascolto, farlo ospite dell’altro.

L’oscurità abbraccia ormai ogni cosa, riducendo la mia presenza al risuonare dei miei passi. I grilli cantano all’unisono in tutti i campi erbosi che si estendono fuori dal bosco. Mi fermo all’improvviso, percependo una luce intermittente che si avvicina alla mia mano: una lucciola, la prima della notte, sceglie di posarsi sul mio palmo, confondendomi con la natura circostante.
Tutt’intorno, l’ambiente si riempie progressivamente di puntini luminosi. Resto immobile contemplando l’immensità del circostante, presente soltanto alla mia corporeità universale, dimenticandomi del tempo, dell’identità e dello spazio intorno a me, così leggera da rischiare di spiccare il volo.

Selene Tognoli

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