Facciamo luce e invochiamo l’amore

Identità di genere

Mentre la politica italiana è in subbuglio per il disegno di legge Zan contro discriminazioni e violenza per orientamento sessuale, genere e identità di genere, questo articolo si propone di fare di chiarezza sulla terminologia…ma non solo.  La legge contro l’omotransfobia di cui si parla (e si sparla) da qualche mese a questa parte va a unificare cinque diversi testi con l’obiettivo di estendere la normativa già di vigore sui reati d’odio. Il ddl Zan prevede, infatti, modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale e al decreto legge noto come legge Mancino del 1993 che punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici, religiosi e di nazionalità inglobando anche la discriminazione e violenza per orientamento sessuale, genere e identità di genere.                                                    Vertiamo ora sulla terminologia. Per genere si intendono le caratteristiche che distinguono mascolinità e femminilità in diversi contesti storico-sociali, si vedano ad esempio il sesso biologico e i ruoli di genere; l’identità di genere si riferisce al senso di appartenenza di una persona a un genere con cui si identifica, non necessariamente biologico e non riguardante l’orientamento di genere, con il quale si fa riferimento all’attrazione emozional-sessuale verso un altro individuo; da qua l’etichetta etero/omo/bi – sessuale a cui più recentemente si sono aggiunti a/pan – sessualità. Se i primi tre concetti risultano più conosciuti e più facilmente intuibili, i restanti potrebbero sollevare qualche dubbio, perciò è doveroso aprire uno spazio per garantire loro una collocazione. L’a – sessualità è riconducibile a una mancanza di interesse, desiderio per il sesso, la pan – sessualità riguarda, invece, l’attrazione di una persona verso un individuo per il suo modo di essere, per la sua personalità e non per il suo genere; ciò include maschi, femmine e non-binari.                  Avendo ora posto le basi per una comprensione fluida del tema in questione, si prenderà in esame la sigla LGBT. In uso fin dagli anni Novanta, la sigla include persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ampliando l’acronimo LGB degli anni Ottanta. Essendo poi sorto un interrogativo relativo a coloro che non rientrano nell’lgbt, ma che non sono eterosessuali e/o cisgender, bensì queer (di traverso, diagonalmente, nel senso di eccentrico, insolito) o questioning (in dubbio), si è aggiunta la q nel 1996. La sigla completa, però, è LGBTQQIP2SAA, abbreviata in LGBTQ+ per includere intersessuali, pansessuali, con due spiriti (maschile e femminile), asessauli e alleati.                                                                    Questa sistemica classificazione è necessaria per potersi muovere meglio e si spera in maniera pertinente nel mondo, per conoscere e riconoscere la diversità, o ancora per interrogarsi, esplorare, supportare e sostenere chi, ancora oggi, è vittima dell’insensibilità e dell’odio che c’è in giro, ovunque. Siamo talmente circondati dalla banalità che finiamo per trascinare nel cassonetto dell’oscurità anche ciò che illumina il mondo: l’amore. L’amore rivitalizza, dà vita, rinnova, libera. L’amore parla un’altra lingua e in un mondo in cui non funziona più niente, questa sembra essere l’unica via per migliorarci, perché, come descritto nell’omonimo testo di Svetlana Aleksievic, Solo l’amore salva dall’ira. Tutto ha origine dalla tua persona, dalla tua personalità, da te e dalla tua identità. E mentre riflettiamo sul significato dell’lgbt community, c’è chi, come Tatiana Maslany, attrice canadese protagonista indiscussa di una serie tv in cui è protagonista e di cui tratterò nelle righe seguenti, s’interroga sul perché questa comunità sia ancora separata e vada protetta e supportata rispetto alla società comune. Il diverso c’è e c’è sempre stato, ma l’odio e la paura hanno sempre avuto la meglio. Sembra, opinione personale, che questo possa essere il secolo del cambiamento verso una comunità globale egualitaria: sfilate, cortei, coming-out, leggi, film, politica, serie tv. Tutti parlano dell’lgbt, ma c’è ancora chi non vuole ascoltare. Ci tengo a dare una nota di merito enorme (scusate il termine non del tutto appropriato, ma vuole essere un rafforzativo) alla serie televisiva Orphan Black, trasmessa dal 2013 in Canada e Usa e disponibile oggi su Netflix. I suoi ideatori, Greaeme Manson e John Fawcett, hanno lavorato fin da subito per creare un prodotto che includesse la quotidiana diversità che essi riconoscono in tutto ciò che li e ci circonda, perciò hanno scelto di rappresentare il tutto e non solo una parte del contesto sociale attuale. Per questo motivo compaiono personaggi centrali come l’esuberante gay Felix, amatissimo dal pubblico e interpretato da Jordan Gavaris, la scienziata lesbica francese Delphine (Evelyne Brochu) e la fidanzata Cosima Niehaus, il clone sexy tra i molteplici interpretati da Tatiana Maslany. La serie ruota intorno alle questioni morali ed etiche relative alla clonazione, creando una cornice in cui si dipinge, episodio dopo episodio, la storia d’amore tra Cosima e Delphine in una chiave lgbt che ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti e che vuole dare voce, supportare, spronare la società a riconoscere la diversità e soprattutto accettarla, anzi valorizzarla. Allo stesso tempo il tema della diversità diventa, nella serie come nella realtà, quotidiano, solito; si fonde con quella che tanti, troppi, considerano la normalità. Gli ideatori vanno oltre: non hanno l’obiettivo di esaltare in maniera ripetitiva e pesante, come spesso accade, la diversità, bensì permettono la creazione di un’atmosfera armoniosa dove le singole parti si fondono dolcemente tra loro. L’identità non è ridotta all’orientamento sessuale, concetto efficacemente espresso dal clone Cosima (Maslany) con la frase categorica ‘My sexuality is not the most interesting thing about me’. La costruzione di un proprio sé è un processo che si sviluppa in una prospettiva long life, attraverso un percorso che si evolve nel tempo, è sempre presente. Partendo da un nucleo fondante, da una base più o meno solida, l’uomo si interroga e così muta, smussa alcuni spigoli di sé, introduce nuovi tratti e ne abbandona altri. Il processo è in perenne cambiamento; si era, si è, si sarà, grazie alla relazione con il proprio mondo interiore e con l’ambiente esterno, con gli altri. Dalla relazione sorgono idee, spunti, si trovano fonti d’ispirazione, si individua una direzione: la meta è sconosciuta, ma il viaggio è in corso. 

Qui, invece, termina, senza essere mai giunti ad una meta fissa e immutabile, in quanto utopica e irraggiungibile, questo breve ma significativo tragitto intrapreso alla scoperta delle molteplici sfaccettature dell’identità tramite la rubrica costituita da tre articoli. Trattando i social, quindi l’identità online, si è andati verso la scoperta di ciò che è oscuro, nascosto, presente in altre forme e in altre facce; dal social al sociale il passo è stato breve, così è stata presa in considerazione la persona all’interno del contesto lavorativo, o meglio, l’annientamento della personalità a favore del dominio indiscusso della funzionalità, quindi della produzione, della merce, del mercato e del dio denaro; in questo ultimo articolo, il tema è emerso vivamente dalle dinamiche sociali oggi finalmente osservate e prese in seria considerazione come meritano. L’identità di genere è un tema centrale della nostra società di fronte al quale non bisogna chiudere occhi e orecchie, bensì spalancarli per dare voce a chi per troppo tempo è stato in silenzio, escluso, emarginato, discriminato perché meravigliosamente diverso e splendidamente normale. 

Annalisa Berbenni

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