Fluidificare

Dal cielo alla terra: l’arte del superare conservando

Io sì, che avrò cura di te. Lo sussurra una voce senile, che si rifrange nel mio cuore, quasi specchiandocisi.

Le distinzioni operate dall’intelletto, mi dice con fermezza una voce giovane, esprimono solo in parte la razionalità del reale; sono da considerarsi subordinate e propedeutiche rispetto al “superiore movimento razionale” che consiste appunto nel “fluidificare” gli opposti, mostrando la loro unità.
Questo non significa — specifica la voce — annullare la distinzione fra gli opposti, o cancellarla, come si farebbe con un errore, ma significa invece che, da un lato, tale distinzione viene “tolta” (cioè eliminata in quanto fattore di separazione) ma al tempo stesso conservata in una superiore sintesi di cui gli opposti costituiscono i momenti interni.

15:31. 30/07/2020. Io ed Eros mano nella mano. Io chino, curvo, prono; Eros ritto, eretto, dritto. Inflessibile, porta i suoi occhi contro i miei. Io, condiscendente, lo lascio fare. Naturalmente schiavo, come voleva Aristotele, lascio che si diverta, allettandomi. Lo guardo, quasi volessi sfidarlo, e lo identifico: esaltante ludibrio con stille d’infinito. Mentre assisto, impotente, alla sua morsa inequivocabile, penso a quella meraviglia chiamata La masturbazione, firmata Giorgio Gaber. Servile, sottomesso, a pancia in giù — così parlava, quella voce che della senilità ha solo la tensione all’eterno.

Tesi, antitesi, sintesi. Movimento triadico da tutti pronunciato, e da pochi interiorizzato.
Evoluzione naturale d’un pensiero originariamente fallace, eppur così inevitabilmente ancestrale. Tesi prima, antitesi seconda, sintesi terza. Trionfo dell’Aufheben — o Aufhebung? — in un mondo popolato da dualismi filosofici troppo elevati, e quasi mai confutati. Conservare mettendo via? “Che ossimoro!” — li sento gridare. Pecore nietzscheane sbranate da un leone pleonastico — l’amore per il sapere. Quell’amore famelico, vorace, insaziabile. Possedimento mosso da pulsioni primigenie, ataviche, primordiali. Desiderio di conservazione della specie segnato da un Trieb troppo complesso per essere un mero Instinkt. Battito veloce come una farfalla e leggero come un’ape. Chiasmo innaturale, inspiegabile, incomprensibile. Sentimento necessitante di sempiterne parafrasi che altro non è se non vento di passione, poeticamente sussurrante parole d’eterno alloro. Parole come colombe, dal disio chiamate. Parole infernali, con ali alzate. Parole ferme al dolce nido, che vegnon per l’aere dal voler portate.

Chissà se capiranno, mi chiedo. Chissà se saprei spiegarlo, se me lo chiedessero.
La tesi è semplice: l’amore, unica cura. L’antitesi, solo apparentemente discosta: quell’arte del fluidificare — da dizionario, il rendere fluido, più sciolto, meno rigido — che gli accademici chiamano “dialettica hegeliana”. La sintesi, invece, è decisamente ardimentosa.
Flusso di coscienza filosofico letterario, solo minimamente controllato, eppur così nitidamente — e naturalmente, mi suggerisce una sicumera che allontano istantaneamente — indicante quel toglimento ancor oggi così difficile da interiorizzare.
Quel superare conservando che unisce naturalmente — e nitidamente, mi suggerisce un sussiego che reprimo istantaneamente — Nietzsche a Freud, Spinoza a Dante.
Quel rivoluzionare mantenendo che Lacan fece proprio, e che De André porto in ogni casa. Quel meraviglioso, commovente, abbacinante scioglimento di tensioni dicotomizzate solo per comodità dei pensanti, e non per una reale necessità di significazione. 

Una pistola in bocca. Uno sparo. Nessun morto, nessun colpo.
Riapro gli occhi. Razionalizzo: sono vivo. Per niente sollevato, sfidante, li guardo — loro mi vedono, non mi osservano.
Prego che il prossimo colpo sia quello giusto, e mentre prego, capisco: il prossimo colpo non c’è.

16:47. 30/07/2020. Io ed Eros mano nella mano. Io stanco, debole, spossato; Eros riposata, rilassata, distesa. Irremovibile, porta le sue labbra contro le mie. Io, docile, la lascio fare. Naturalmente schiavo, come voleva Aristotele, lascio che mi schernisca, tentandomi. La guardo, quasi volessi osteggiarla, e la identifico: esaltante ludibrio con stille d’infinito. Mentre osservo, inerme, la sua morsa inequivocabile, penso a quel titolo profetico, firmato Giorgio Gaber: Quando sarò capace d’amare — così cantava, quella voce flebile, frangibile, fragile — con una proposizione causale e finale insieme, eterna sconfitta del dualismo filosofico. 

Tesi, antitesi, sintesi. Reiterata, prima; trascritta, poi; compresa, infine. Eterno rimpallo autoreferenziale mosso da una mente straordinariamente pensante ma solo laddove in grado di andar oltre le mere cose pensate. Trionfo e sconfitta d’una Crisi esclusivamente husserliana. Conservare mettendo via? “Che ossimoro!” — li sento gridare. Leoni pleonasticamente nutriti da un pastore omologante rispondente al nome di Dio. Quel Dio ch’è Amore, cioè eterna cura. Quella cura che è carezza e bacio assieme, sogno e sguardo a un tempo, proiezione e incanto in un unico secondo. Quella cura soffiata da una brezza d’eternità, e sussurrata da un vento ch’è ragione, poeticamente sussurrante parole d’eterno alloro. Parole nude, di fronte al Peccatore che ci giudicherà. Parole plurali — ché sempre, dinanzi a lui, ne stanno molte — che vanno a vicenda ciascuna al giudizio; parole che dicono e odono, e poi son giù volte.

Chissà se saprebbero mettermi in difficoltà, se mi chiedessero lumi. Chissà se li ho confusi, mi chiedo. La tesi è semplice: la morte, unico desiderio. L’antitesi, solo apparentemente discosta: quell’arte del fluidificare — da dizionario, il rendere fluido, più sciolto, meno rigido — che gli accademici chiamano “dialettica hegeliana”. La sintesi, invece, è decisamente ardimentosa.
Flusso di coscienza filosofico letterario, solo minimamente controllato, eppur così nitidamente — e naturalmente, mi suggerisce un sussiego che reprimo istantaneamente — indicante quell’Essere divino ancor oggi così difficile da dimostrare.
Quel Dio che unisce naturalmente — e nitidamente, mi suggerisce una sicumera che allontano istantaneamente — Heidegger a Husserl, Hegel a Dante.
Quel Dio in cui Pascal si identificò, e che Battiato a tutti dimostrò. Quel meraviglioso, commovente, abbacinante Essere che tutto scioglie nonostante l’ottusità dei pensanti, e che tutto chiarisce grazie a una semplice necessità di significazione.

17:29. 30/07/2020. Io ed Eros mano nella mano. Ci guardiamo. Siamo bellissimi. Fumosi come l’aria maligna dantesca, eppur chiari come il Dio ereticale spinoziano.
17:31. 30/07/2020. Io ed Eros occhi negli occhi. Li guardiamo. Sono bellissimi. Rivoluzionari come quel pugile succitato, eppur conservativi come quel filosofo due volte menzionato.
17:33. 30/07/2020. Io, ed Eros. Eros, ed io. Eros — è Dio.

Ma se Eros è Dio, io lo so. Io lo conosco. Io lo vedo. 
Lui
anzi, lei — no: non lo sa, non si conosce, non si vede.
Per questo — penso — è Dio: perché non tocca, ma carezza; perché non bacia, ma soffia; perché non trama, ma trema.
E se Dio è Eros, io lo vedo. Io lo conosco. Io lo so.
Lei — anzi, lui — no: non lo sa, non si conosce, non si vede.
Per questo — penso — è Eros: perché non coarta, ma consiglia; perché non brucia, ma arde; perché non sbaglia, ma crede.
E quel Dio d’Amore ci crederà, quando, con parole fluide e versi tintinnanti, mi dirà che è vero — che m’ama, davvero.

Federico

2 risposte a "Fluidificare"

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  1. E’ un testo molto complesso sia dal punto di vista della forma che del contenuto. Come ti ho scritto altre volte, la comprensione intellettuale di testi del genere non ha grande importanza.
    Quello che percepisco è un grande trasporto sia emotivo che intellettuale.
    Sulle emozioni non mi soffermo, nel senso che se sovrabbondano va bene lo stesso, anzi meglio.
    Sulla componente intellettuale dirò il mio punto di vista.
    A volte lo sforzo della citazione dotta, del richiamo incrociato nel tempo, può apparire uno sfoggio, forse eccessivo.
    Leggendo tra le righe dello studente di filosofia mi piace sentire (a volte per piccoli cenni) la freschezza del sentimento.
    Ho la sensazione, quasi una certezza, che le due strade cuore/intelletto debbano tenersi solo per mano ma non fondersi. C’è il rischio che anche nella vita le emozioni troppo intellettualizzate si brucino al calore bianco della ragione incandescente.
    Conoscendoti un po’, so che il rischio è minimo, ma c’è!
    Tuo
    Luciano

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