Un amore senza nome

Chiusi la porta dietro le mie spalle e mi ci appoggiai. Lui subito la chiuse a chiave. Io sorrisi a labbra strette, come se volessi nascondere la mia euforia, come se non sapessimo entrambi di non vedere l’ora di serrarci lì dentro per ore. Gli gettai le braccia al collo e portai la mia bocca pericolosamente vicina alla sua, esitando, come lui esitava; ci piaceva guardarci negli occhi per lunghi minuti, desiderando un bacio, creando un’attesa che ci faceva impazzire. Uno dei due poi scioglieva l’abbraccio facendosi rincorrere ovunque andasse. Quel bacio diventava un debito che doveva essere pagato e così, come un creditore infuriato, ciascuno inseguiva l’altro per riprendersi ciò che gli era dovuto. 
Questa volta fui io a fuggire, ma fu una fuga breve; arrivai fino al fondo della stanza, davanti ai finestroni che illuminavano la stanza e guardavano giù verso il cortile centrale. Abbassai le persiane e solo dei raggi flebili ora ci permettevano di vedere. 
Eccolo, in un secondo, a pretendere il suo pagamento. Mi prese il viso fra le mani grandi e io mi arresi con piacere. Le labbra si toccarono e fu il bacio più bello della mia vita, ma lo sarebbe stato solo per poco, fino al prossimo. Debole, mi abbandonai alla sua volontà, piacevolmente vinta. 
Ormai questi appuntamenti erano diventati come l’acqua, come l’aria, non erano mai abbastanza. Pensare che fu uno sguardo d’intesa mai provato a darci il via. 
Di peso e con una delicatezza inaspettata, ma di cui era sempre capace, mi spostò verso la scrivania alle sue spalle. Ora, lì seduta, ero alta quasi come lui. Mentre i nostri baci continuavano, le labbra non rimasero l’unica cosa avida di calore in quel momento. Le sue mani, che prima mi accarezzavano le guance, scesero sul collo, lentamente, mentre il mio petto palpitava di gioia e di impazienza. Le sue dita arrivarono al primo bottone della camicetta e costituì un ostacolo facilmente sormontabile. Subito arrivò al secondo e al terzo e al quarto… E intanto il mio respiro diventava più affannoso, non riuscivo a contenere i battiti del cuore. Tremavano i polmoni quando, bisognosi d’aria, si riempivano il più possibile, per poter sopportare baci sempre più lunghi. 
Eravamo sempre più vicini e anche se fossimo stati un corpo solo non ci sarebbe bastato, avremmo voluto ancora e ancora mischiarci di più. 
Anche le mie falangi ora divennero curiose, ma andarono dritte alla cintura, senza ulteriori attese. Forse avevo rotto il nostro tacito patto di abolire qualsiasi velocità, perché mi fermò. Per un attimo mi inalberai, non volevo più aspettare, e soprattutto per un attimo non volli arrendermi. La mia volontà era riemersa dalle profondità della mia psiche, dove il mio desiderio la relegava ogni volta che questi incontri avvenivano. 
Lui lo notò e si scostò, si tirò un po’ indietro, abbastanza per vedere le mie sopracciglia aggrottate per quel secondo che fu sufficiente. Mi sorrise malizioso e a quel punto — con grande velocità, stavolta — mi sganciò l’unica copertura che ancora rimanere fra lui e il mio petto, che sobbalzò di fronte a quel gesto inaspettato. 
Sentii le guance infiammarsi, arrossii molto e molto in fretta e in ogni parte del corpo. 
Il patto d’attesa era rotto. 
D’istinto le braccia vollero coprire ciò che era stato scoperto, ma anche lì venni fermata. 
La mia espressione imbarazzata forse era ancora meglio di quella euforica perché tornammo ad unirci — ed ecco il nuovo bacio più bello della mia vita. 
La mia mano allora andò dove sino ad ora gli era stato proibito e anche la cintura non fu più un ostacolo. 
D’improvviso tutto il nostro universo parallelo fatto solo di noi si infranse: la maniglia della porta chiusa si mosse, con quel rumore metallico della serratura che a noi sembrò un allarme antincendio. Bisognava darsi alla fuga, scappare, uscire dall’edificio. 
Mi rivestii in fretta, con le mani che tremavano e che rendevano difficile chiudere quei bottoni che così facilmente erano stati aperti. 
Lui si reinfilò la camicia nei pantaloni e chiuse il tutto di nuovo con la cintura. Finalmente era stata sconfitta e ora si richiudeva davanti a me come la porta di un labirinto di cui avevo trovato l’uscita. 
Presi la mia borsa e mi avviai alla porta. 
Lui la riaprì con nonchalance — “sì?”, chiese, cercando di sopire tutta quell’emozione in così poco tempo. 
“Arrivederci”, mi disse intanto. 
“Arrivederci”, risposi. 
Mi allontanai a testa bassa, sapendo che lo sguardo dell’ospite indesiderato era fisso su di me e aveva capito tutto — d’altronde, era abbastanza semplice capire. 
Mentre fuggivo di nuovo verso la mia postazione, pensavo che sarebbe stato bello un giorno sapere il suo nome. 

Laura

 

3 risposte a "Un amore senza nome"

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  1. Scritto molto bene, ho sentito un brivido leggendolo.
    La passione al giorno d’oggi é difficile, al giorno d’oggi, raccontarla senza sfociare nel volgare, nel mero carnale.
    Mi é piaciuto continua così

    "Mi piace"

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