Thanatos

Al segnalatore

“Il carattere di Tanato è arrogante e impulsivo, amante del sangue e della violenza, quale potenza inevitabile e inflessibile” — da Wikipedia

Mi manca, quel sussurro.
Al di là dei girasoli dei miei occhi.
Qualcuno che guardi, scavi, esplori. Qualcuno che ami, perlustri, odori. Eterna ricerca stilistica d’un sognatore sognante sogni eterei, eternamente eternati.
Mi manca, quell’urlo.
Nauseante e dissennato, su di uno sfondo volgare e volgarmente creato.
Qualcuno che ami, perlustri, odori. Qualcuno che guardi, scavi, esplori.
Voce flebile, frangibile, fragile d’un Dio che della vecchiaia ha solo la saggezza.

Quando mi alzo, sto così.
Mi volto e mi guardo. E vedo tanto, tempo, fa — parole come virgole, esaltate per differenza.
C’è tanto: lemma esagerato, impiegato da un pubblico sempre plaudente, e mai grato — di cui odiavo far parte persino io. Io che accendo la tv. Io che guardo i colori, i personaggi, le storie. Io che leggo, scrivo, creo. Io che studio, imparo, apprendo. Io che cerco, esprimo, riprendo. Io. Anzi: IO. O meglio: io — insomma, io che cerco l’io e che, per farlo, nego Dio. Ma negando affermo, e allora non penso. Naufrago del mare che mi ha affogato, mi calmo — natural apnea. Soffocato dal lascito che mi ha spiaggiato, respiro — artificial dispnea. E clandestino, per quella Terra che m’aveva creato, cammino — su quella Terra che mi aveva odiato.
C’è tempo: annualità crescenti, ordinate da un generatore sempre prolifico, e mai celato. Ritmi esondanti — non calcolati, ma sgorganti. Sogni ricercati, temuti, e poi creati. Lavoro privato, personale, e poi collettivo. Infinito ed entusiasta tentativo di modificare una realtà ingiusta, ignorante, e fiera di esserlo.
C’è fa: verbo abusato, utilizzato da un gregge sempre popoloso, e mai abitato. Ossessione bulimica d’una società schizoide, iperproduttiva e mai interrogativa. Ma anche lavoro — duro, serio, puro — teso a un fine forse troppo ricercato, ma certo sempre maldestramente evocato. Rigido trasformismo rigoristicamente orientato, in una società che d’orientarsi non ha la capacità, che del rigorismo invidia le qualità, che del trasformismo teme l’elasticità.
Quando ricado, sto così.
Chiudo gli occhi e mi penso. Rigettato dall’Aldiquà, proietto sguardi nell’Aldilà.

Io sono un umanoide.
Amo la provvisorietà.
Vado fiero della mia esondante ignoranza.
Rinuncio alla voluntas, e mi lascio abitare da quella lascivia amorale che mi rende di moda. Abbacinato dal successo, oppure invidioso di chi ce l’ha. Impulsivo, per scelta; stupido, come stile; depravato, orgogliosamente infantile.
Io sono un umanoide.
Riesco a essere dominato dalla téchne senza nemmeno sapere di che si tratti. Ricerco la sophrosyne senza nemmeno saperla pronunciare.
Ripropongo frasi o canzoni misconoscendone la reale paternità. Musicalmente, ascolto voci modificate erette su musiche non suonate, stese su testi che valgono meno della carta. Sento il fascino del trash e me ne lascio avvolgere.
Io sono un umanoide.
Ho qualche, sporadica, pulsione di vita. Ma la morte, si sa, è molto meglio. Non casualmente pronuncio frasi del tipo “voglio morire” senza conoscerne cause, implicazioni, conseguenze. Uccido la mia creatività annegando in scialbe commedie mal pensate, udendo rigurgiti musicalmente mal cantati, leggendo rotoli di porcherie nemmeno ben romanzate. Amo il sesso, ma solo quando alcolemicamente connotato. Mi piace l’ebbrezza, ma solo perché lo stare nella realtà è troppo complicato. Gradisco l’apparenza, visto che la profondità è uno tsunami inesplorato.
Io sono un umanoide.
Non so, non conosco, non penso. Non guardo, non vedo, non osservo. Agisco per gioco — la stessa azione che faccio quando scrivo male cose brutte — mentre scelgo di non scegliere, rendendomi schiavo di quel dionisiaco che mi ha scelto.

Quando il polso rantola, sto piangendo.
La mano scotta. La penna annaffia. Il foglio, stanco, si rialza.
Lacrime rigano un volto ch’è nausea, Amore, e conatus.
Quando la bocca geme, sto sorridendo.
La mano stacca. La penna graffia. Il foglio, rinato, si sconquassa.
Sorrisi segnano un volto ch’è febbre, Odio, e substantia.

Una originaria, ancestrale, rifuggente tensione empedoclea mi scuote. Sono mosso, e mi penso fermo; sono agito, seppure infermo; sono finito, mentre mi credo eterno.

Sono finito, mentre mi credo eterno. Così potrei titolarlo, quell’essere. Umano sporco ma soprattutto sporcato, colpevole e ancor più colpevolizzato, incerto — soffocato.
Sono agito, seppure infermo. Così potrei nominarlo, quell’essere. Uomo minimamente umano perché disumanizzato, ignorante ancorché informato — incerto, soffocato.
Sono mosso, e mi penso fermo. Così potrei additarlo, quell’essere. Corpuscolo lento, eppure agitato; schiavo schizoide solo esteriormente centrato — giacché ignorante, incerto, soffocato.

E ora ti lascio, mio odiato — con un non finito solo apparente, perché così esplicitamente evocato*.

Federico

*[lo schiocco di un bacio, il bruciore dello sparo]



Una risposta a "Thanatos"

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  1. Sarei tentato di commentare l’asterisco finale. Ma non lo faccio perché è la risultato di un ragionamento a spirale, un va e vieni in cui mi perdo. Preferisco estrapolare una frase
    “Rigido trasformismo rigoristicamente orientato, in una società che d’orientarsi non ha la capacità, che del rigorismo invidia le qualità, che del trasformismo teme l’elasticità”

    Non è facile interpretarne il senso. Ci provo. Mi pare tu parli di una società, un consorzio umano (o dis-umano) senza finalità, sospesa tra la durezza auto-inflitta di cui si compiace e la paura del cambiamento.

    Rivedo in questa immagine i nostri giorni, l’attualità; ma non mi arrendo ad accettarne il fatto che tanto sia ineludibile. Tu hai la fortuna di conoscere l’amore, io quella della famiglia felice e ti confesserò della fede, Fede. Sulla base di quello che ho e di quello in cui credo, ho speranza. Che accada qualcosa? Si. Cosa? Non so. So solo di essere su una zattera in mezzo al mare del mio destino e che il porto d’approdo non sarà Tanato, la fine, ma un nuovo inizio.

    Sono fatto così e mi trovo a mio agio. Felice? nei limiti in cui mi è dato.

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