Amici miei

Un racconto che nasconde un’amara realtà

“Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica?” — il Conte Mascetti alias Ugo Tognazzi in Amici miei

Se vi parlassi della supercazzola prematurata come se fosse antani, rigorosamente con scappellamento a destra, e voi non capiste quello che ho scritto, avrei raggiunto il mio obiettivo, rendendo orgoglioso il Conte Mascetti, maestro delle supercazzole e uno dei personaggi più iconici della commedia.
Questo film — diventato in seguito una trilogia — ha compiuto 45 anni ed è diventato una vera e propria icona formata da sketch, scherzi e battute rimaste nella storia; nell’opera, però, non sono presenti solo le supercazzole, ma anche le zingarate e il genio di grandi personaggi come il Conte Mascetti (Ugo Tognazzi), il Perozzi (Philippe Noiret), il Necchi (Dullio del Prete/Renzo Montagnani), il Melandri (Gastone Moschin) e il Sassaroli (Adolfo Celi) uniti nel racconto delle loro avventure — nelle quali è intriso un senso molto più grande di quello che sembra della comicità, della vita e della sua amarezza.

Perché parlare di una pellicola che riteniamo essere conosciuta da tutti? Perché l’aria di allegria che ispira quando la si guarda è unica.
Non ho scelto pellicole che conosco da più tempo; è stata una scoperta “recente” che ha fatto nascere in me l’interesse verso la commedia italiana, la sua storia e ha fatto rivivere in me momenti di disavventure da adolescenti, suscitando la voglia di rimanere sempre un po’ tra le nuvole anche quando si cresce.
Guardare Amici miei significa sentirsi parte di un gruppo, un po’ scapestrato, e avere il desiderio di partire insieme ai propri amici di sempre per combinare guai, innamorarsi e soprattutto non prendersi mai sul serio.
Perché quest’opera, del grande Monicelli ma precedentemente pensata e creata da Germi, rimane un grande inno alla vita e al sapersela cavare nelle situazioni più tragiche con un sorriso e una beffa ai danni del prossimo.

La storia ruota intorno al gruppo di amici e alle loro vite, raccontando di eventi e aneddoti particolari, e mostra come usare l’ironia e le burle per sconfiggere la noia delle giornate che, senza quel divertimento ricercato dai protagonisti per fuggire alla vita, sarebbe risultata poco digeribile.
Ed è questo il segreto di un’opera grande come Amici miei: il saper ridere in situazioni assurde, complicate, che di norma sarebbero tristi usando espedienti geniali, divertenti e molto irriverenti, per superare quella amarezza che ricopre la nostra esistenza in una sorta di patina opaca.
Il segreto di questo film è sicuramente l’equilibrio nell’alternarsi tra la spensieratezza dei ricordi dei cinque protagonisti che raccontano e vivono avventure e la malinconia che si cela dietro ad essi, perché non è solamente una commedia per divertire, ma anche per far pensare a quanto la vita in certi momenti sia frivola e vuota e debba essere colmata da attimi di leggerezza o divertimento. Dietro alle zingarate in cui i protagonisti fuggono dalle loro vite private — lasciandosi alle spalle mogli, figli e lavoro — c’è il desiderio più profondo di vivere una vita libera, senza costrizioni soffocanti per la personalità dei protagonisti.
Questo bilanciamento funzionale è dovuto anche alla scrittura di Pietro Germi (scomparso poco prima l’inizio delle riprese), uno dei grandi precursori della commedia all’italiana che Monicelli ha voluto omaggiare, mantenendo e elaborando il materiale lasciato per creare un’opera forse imperfetta, ma senz’altro rimasta negli anni una costante per le citazioni, le battute storiche e il profondo sentimento di amarezza che lascia, una volta conclusa l’ultima risata.

Proprio durante queste risate agrodolci lo spettatore rimane colpito — illuminandosi in un colpo di genio, potremmo dire, con intuizione e decisione — e capisce la potenzialità dell’opera che non solo lo porta al sorriso, ma anche alla riflessione su ciò che vorrebbe vivere, lasciando dietro sé le preoccupazioni della vita, per affrontare la propria esistenza con sarcasmo, menefreghismo, irriverenza e ironia. 

Alice

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