L’intervista – Benedetta Carrara

L’avete conosciuta come autrice. Oggi, qualche anno dopo il suo primo articolo e dopo molti mesi di nuove esperienze, la ritrovate come scrittrice alla sua prima opera. In anteprima assoluta — il suo primo libro, Una cosa bella, pubblicato da Divergenze, uscirà fra due giorni — Benedetta Carrara torna su Bottega di idee per raccontare al suo vecchio pubblico della sua nuova avventura: la scrittura teatrale. Ringraziamo anche Enrico Luigi Giudici, blogger indipendente ma sempre più legato al nostro spazio, alla sua prima intervista su Bottega di idee. Grazie e buona lettura!

Come prima domanda ti chiederei di parlarci un po’ di te, chi sei, cosa fai, quali sono i tuoi hobby e le tue passioni?
Beh, in realtà credo che su Bottega di idee qualcuno mi conosca già, visto che avevo pubblicato una serie di racconti, tra il 2018 e il 2019, su alcuni personaggi storici… Frequento l’università di Pavia, facoltà di lettere, e ho sempre avuto la passione per la scrittura e per il teatro, anche se ho sempre scritto prevalentemente narrativa. Suono anche il pianoforte.

Prima di entrare nel vivo del discorso relativo al tuo libro, parliamo della prefazione: sin dalle prime pagine vediamo insistere molto sulla tua giovane età. Keats, al tempo della sua morte, ha solo cinque anni più di te. Credi che questa vicinanza “anagrafica” ti sia stata d’aiuto?
Certamente l’essere una giovane artista che cerca di scrivere su una persona che, da un punto di vista biografico, ha circa la mia età è stato d’aiuto. Una cosa che ho notato scrivendo è che si tende spesso, consapevolmente o no, a mettere qualcosa delle proprie preoccupazioni. Io, per esempio, condivido con Keats la preoccupazione dell’essere “massacrata” per quello che scrivo. Avvicinarsi poi ad un “mostro sacro” come Keats espone sempre a delle critiche…

E qui arriva la prossima domanda: Quali sono le difficoltà, per un giovane artista, nell’approcciarsi a questi “mostri sacri” della letteratura?
In generale c’è sempre questa idea che i grandi maestri siano inarrivabili. Io non credo sia così, nonostante sia molto difficile. Allo stesso tempo noi non possiamo sapere, al momento, quanto quello che stiamo facendo diventerà importante. Pensa a Keats, i cui primi testi sono stati non solo criticati, ma persino derisi.
Derisi?
Sì. Quando pubblicò il primo testo gli venne detto che si trattava di un’opera così brutta che nessuno la avrebbe mai voluta firmare con il suo vero nome.

Parliamo un attimo del tuo testo: la rappresentazione ruota attorno agli ultimi giorni di vita del poeta John Keats trascorsi a Roma in compagnia dell’amico Joseph Severn. Quali sono state le tue fonti?
Le sue lettere, indubbiamente. Il testo è pieno di citazioni tratte dalle lettere del poeta alla sua amata, Fanny.

Quindi dietro al testo si nasconde un massiccio lavoro di ricerca e documentazione, giusto?
Direi di sì, anche se la passione per Keats mi accompagna ormai da anni e avevo già avuto modo di leggere molti dei suoi testi. Parallelamente a questi ho riletto più volte le lettere e le poesie cercando frasi e citazioni che mi sarebbe piaciuto poter utilizzare, purtroppo ho dovuto lasciarne indietro qualcuna perché mal si adattava all’economia dei dialoghi.

Nel testo, compaiono tre poesie di Keats. C’è qualche altra opera che avresti voluto inserire e che, a malincuore, hai dovuto scartare?
Sì. Al fianco delle tre poesie citate — La belle dame sans merci, Bright Star e When I fear I may cease to be — avrei voluto inserire Adonais, di Shelley, ma non funzionava quindi ho scartato la possibilità.

Una cosa che mi ha incuriosito è il fatto che tu ti sia occupata personalmente di tutte le traduzioni delle poesie citate.
Sì. L’idea era quella di aderire il più possibile al testo originale. Molte delle traduzioni disponibili online o sulle antologie si discostano sensibilmente dalle versioni originali, principalmente perché devono rispettare la metrica. Io, non avendo questo problema, ho preferito prestare attenzione alla parte lessicale.

Ammetto di non aver pensato alle esigenze di metrica. Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nella traduzione?
La diversità tra le due lingue, senza dubbio. È difficile, a tratti impossibile, rendere con la stessa intensità certi concetti in due lingue così diverse come italiano e inglese, dove quest’ultimo ha una predilezione per le parole brevi, mentre l’italiano fa uso di parole più lunghe. Alcune espressioni, poi, sono molto difficili da rendere.
Direi che una traduzione perfetta non possa esistere, c’è troppo peso nelle singole parole.

Leggendo le tue risposte, mi viene da pensare che Keats possa essere l’artista più presente nella tua libreria.
Non è così. Per quanto io ami Keats, e per quanto io abbia diversi dei suoi libri, credo che l’autore più presente nella mia libreria sia Jane Austen, della quale ho tutti i romanzi (delle volte in più edizioni), i racconti e persino i romanzi incompiuti.

La tua opera preferita tra queste?
Northanger  Abbey. È una delle opere giovanili dell’autrice, pubblicata postuma. È lieve, divertente e giova molto con i cliché della letteratura gotica parodiandoli in modo elegante. E mi rivedo molto nell’eroina, un po’ ingenua e talmente innamorata dei libri da perdere di vista il confine tra questi ed il mondo quotidiano.

Il tuo libro uscirà in tutte le librerie e in vari store digitali il 16 di ottobre. Quindi la pubblicazione del testo andrà a precedere una eventuale rappresentazione teatrale: c’è un motivo?
A dire il vero no. Ho scritto il testo per l’amico Alberto Camanni, che avrebbe dovuto diplomarsi quest’anno e, così, portarlo in scena. Purtroppo, la pandemia ha cambiato i suoi piani. Anche la pubblicazione con Divergenze è stata per così dire casuale: avevo partecipato ad un loro concorso relativo alla narrativa, arrivando in finale. Quando mi hanno chiesto se avessi qualche altro testo da presentare loro ho parlato del mio pezzo teatrale. Il testo è piaciuto e la pubblicazione ha preceduto la rappresentazione, ma non si tratta di una scelta “editoriale”.

Hai detto di aver scritto il testo per un amico, anch’esso un artista. Cosa ne pensi della scena culturale valtellinese, specie per quanto riguarda i giovani artisti?
Che è assolutamente ricca! Io scherzo sempre sul fatto che se lanci una pietra in una qualsiasi piazza valtellinese colpisci dieci artisti. Ora, a parte la battuta, abbiamo una scena culturale vivissima che spazia in tutti i settori: c’è appunto Alberto che recita, tutti i ragazzi di Bottega di idee che scrivono (e disegnano), ci sei tu — Enrico, N.d.R. — che fai le fotografie, c’è poi chi fa musica, penso ad esempio ai Kernel Panic, ma potrei nominarne molti altri.

C’è qualche consiglio che ti sentiresti di dare a chi vorrebbe pubblicare un testo teatrale?
Non essendo sufficientemente “grande”, anagraficamente e lavorativamente parlando, non me la sento di dare un vero e proprio consiglio. Voglio però ricordare a tutti quanto sia importante essere fedeli a sé stessi e scrivere di ciò che davvero amiamo perché, questo vale per la scrittura teatrale ma anche per la narrativa, lo scrivere deve rimanere una passione, un’attività che ci rende felici.

C’è qualche altra opera in lavorazione?
Ho terminato da poco la revisione di un testo ambientato nella Russia sovietica. Sto anche scrivendo un testo sulla storia romana, ma, avendo scritto solo due o tre scene preferisco non dire troppo: spesso cambio progetto in fretta, in base all’ispirazione.

Solo un’ultima domanda: a quando la prima rappresentazione teatrale di Una cosa bella?
A quando sarà più facile organizzare rappresentazioni di questo genere! E, ovviamente, a quando Alberto riuscirà a metterla in scena, visto che il testo è stato scritto per lui…

Enrico Luigi Giudici

2 risposte a "L’intervista – Benedetta Carrara"

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