Riflessi di solitudine

Luoghi come quelli dove io e K eravamo soliti incontrarci sono piuttosto comuni in tutta la regione meridionale della penisola scandinava: sono piccoli specchi d’acqua, sovente immersi nella quiete di una qualche fitta foresta, poco profondi, ma costellati al loro interno di piccole isole le quali, talvolta, ricoperte dagli alberi.
Solo nelle immediate vicinanze dell’abitato di Skammstein il loro numero superava di gran lunga la decina. Tra questi, il nostro preferito giaceva a nord del villaggio, nel mezzo di un’area parzialmente disboscata: una distesa acquitrinosa (ma sufficientemente vasta da potersi fregiare del suffisso –vann, lett. “lago”) dominata, al centro, da una coppia di piccole isole sulle quali crescevano, rispettivamente, una coppia di giovani abeti e quella che K insisteva a voler chiamare una sequoia, ma che aveva tutta l’aria di essere una qualche grossa conifera, ora morente, alla quale qualcuno avesse amputato una buona parte dei rami.
Ed è lì che, sul finire del mese di luglio dello scorso anno, abbiamo avuto l’ultima di una serie di conversazioni attorno al tema della (nostra) solitudine.

Quando l’ho raggiunta quella sera erano da poco passate le 23 e lei sedeva sulla sponda del lago con lo sguardo rivolto ad ovest, dove il sole iniziava a tramontare. Teneva il viso nascosto tra le mani e quello era l’unico indizio da cui capire che stava piangendo, o che ci stava almeno provando, perché, per il resto era perfettamente ferma e in silenzio.  Quando le ho chiesto il perché di quelle lacrime mi ha risposto che non lo sapeva, che nell’aspettarmi le era capitato di sentirsi sola, di ricordarsi sola, e di non essere riuscita a trattenersi. Nel corso dell’ultimo anno le era capitato spesso e, episodi come quello, si erano fatti più frequenti da che lei era tornata a vivere nei pressi di Beitestolen.
Più tardi, asciugatasi le lacrime, avrebbe aggiunto che non era sua intenzione annoiarmi, ma anche che era certa che io, da persona sola a mia volta, la avrei potuta capire.

Dopo queste sue parole avrei però smesso di prestarle attenzione e mi sarei rivolto una serie di interrogativi diversi: io, a differenza sua, non avevo mai parlato esplicitamente della mia solitudine. Come aveva fatto allora K ad accorgersene? Davvero la mia solitudine era così evidente?
Mi sono sentito improvvisamente vulnerabile e, alla prima occasione, le ho chiesto di cambiare argomento.
Dopo quell’incontro lei avrebbe lasciato la regione e non ci saremmo visti fino al termine dell’estate quando, di passaggio per Oslo, la avrei invitata fuori per un caffè. Evitammo accuratamente di parlare delle ragioni del suo ritorno a Oslo e della mia decisione di non tornare a casa.  L’unica domanda in proposito che mi sentii di rivolgerle riguardava quel suo essere riuscita a vedere la mia solitudine. Le chiesi come ci fosse riuscita, ma qualcosa deve essere andato storto, forse un qualche errore nel trasportare i pensieri da una lingua all’altra, perché l’unica risposta che ottenni fu “come quell’albero in mezzo al lago “.
Non era la risposta che cercavo, ma, per la prima volta, avevo avuto modo, non solo di capire la solitudine di un’altra persona, ma anche di poterla vedere, come un oggetto fisico.

Sulla mia agenda, in data 27/09/19, scrissi: “Solitudine, prima immagine: un albero, morente, su di un’isola”.
A partire da quella sera decisi che quello sarebbe stato il mio nuovo approccio nel cercare di comprendere le varie solitudini che avrei incontrato.

Quando ho raccontato per la prima volta questa storia a B ero ospite nella sua casa di Gjov, nelle Isole Faroe. Avevo scelto di raccontarle di K e della sua immagine perché ero determinato a raccoglierne altre e quello era l’unico modo per farle capire a quale tipo di immagine io fossi interessato.
Si sarebbe trattato di una scelta “felice” perché solo due giorni dopo, durante un viaggio nei pressi di Bour, lei mi avrebbe lasciato la seconda delle immagini a cui tengo di più: “20/02/2020 Solitudine (II): un’isola in mezzo al mare.”
Poi corretta con: “21/02/2020: Drangarnir“, dove Drangarnir è il nome di un faraglione roccioso costantemente battuto dalle onde dell’oceano Atlantico e al quale lei aveva fatto esplicito riferimento.

La mia idea di solitudine si sarebbe progressivamente avvicinata alla sua. Avrei anche  iniziato a riflettere sul fatto che non tutte le solitudini si somigliano, una considerazione apparentemente banale ma che mi sarebbe stata d’aiuto a riconciliarmi, almeno in parte con il mio passato: dopo anni passati a interrogarmi sulla solitudine nella mia famiglia e su come fosse stato possibile che nessuno allora, neppure mia madre — la quale era sempre stata una persona sola — si fosse accorto della mia solitudine, capii che la colpa non era della mia famiglia e che, semplicemente, le nostre solitudini erano diverse, troppo distanti le une dalle altre per potersi non solo capire, ma persino riconoscere. Forse, se mia madre avesse provato a parlarmi della sua solitudine per mezzo di una qualche immagine, forse la avrei potuta aiutare e forse lei avrebbe potuto aiutare me. Ci sono casi, però, in cui all’assenza di un’immagine adeguata non si può porre rimedio.

Sempre dalla mia agenda: 22/02/20, “In famiglia eravamo quattro solitudini diverse, costrette a cercarsi senza potersi trovare.”

Due giorni più tardi avrei salutato B per fare visita a L, sempre nelle Isole Faroe. Non la vedevo da che la nostra relazione era giunta al termine, ma fui felice di notare che non c’era alcun rancore tra noi. È a lei che avrei raccontato tutto: di K, degli alberi in mezzo ai laghi; di B; di mia madre; e del fatto che mi sentivo in colpa per tutto quello che la mia solitudine mi aveva spinto a fare e al quale ormai era troppo tardi per porre rimedio.
In questo lei non poteva certo aiutarmi, ma mi lasciò comunque un buon numero di immagini nuove.

13/10/2020, Islanda, ore 10:24
Questa mattina mi sono alzato presto, poco dopo le sei. Mi sono accorto, non senza sorpresa, che il sole non era ancora sorto: le giornate vanno accorciandosi al ritmo di dieci minuti in meno ogni giorno.  Nella speranza di trovare una degna conclusione alla mia prima serie di riflessioni sulla solitudine ho pensato di andare a fare visita alla mia vicina di casa sperando che lei abbia qualche parola, proverbio o anche solo qualche pensiero da condividere. È un’arzilla signora sulla settantina, una di quelle che vengono definite Stelle dell’Aia (hlaðsól), un termine usato per descrivere quelle vecchie signore che passano la loro vita sull’uscio di casa accogliendo gli ospiti, e ultimamente vengo a trovarla piuttosto spesso, soprattutto nel fine settimana quando sforna una torta al giorno.  

Ore 16:23
Non ho raccolto nessuna parola se non “einmana”, una traduzione abbastanza letterale della parola “solitudine”. In ogni caso, dopo aver ascoltato il mio racconto e prima di prendere la sua consueta posizione sull’uscio di casa mi ha chiesto se fossi interessato a “raccogliere” anche la sua immagine della solitudine.
Quando le ho detto di sì, si è puntata un dito verso il petto. Poi ha indicato il sole. Mi ha detto che non c’è nulla di più solo del sole, non sono sicuro di aver capito cosa intendesse, ma la ho comunque annotata al fianco delle altre: “13/10/20: Solitudine (IX): una vecchia signora che indica il sole”.

Nel salutarmi mi ha detto di non perdermi l’aurora boreale questa notte, perché sarà stupenda. Potrebbe persino essere quella rosa che vado tanto cercando.
Non so come faccia, ma fino ad ora ha sempre avuto ragione.

Enrico Luigi Giudici

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