La perfezione allo specchio

a Kobe Bean Bryant

“La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.” — Milan Kundera

Il 26. Il 26.
Mattina. Sera.
Los Angeles, California, USA. Milano, Lombardia, Italia.
Uno schianto. Un urlo.

Fuori fa relativamente freddo, ma qui dentro c’è proprio un bel calduccio. Gli astanti si alzano in piedi. Li scruto, sospettoso. Mi guardo attorno. Nulla. Non capisco. Oro e argento mi circondano. Al mio fianco, la mia stella. La guardo. Mi porge la sua tenera manina. Le sorrido. Saremo insieme per sempre, Amore mio.

Il 27.
Mattina.
Camera.
Metto ventiquattro volte la parola “memoria” nel mio articolo, citazioni eccettuate. In pochi se ne accorgono. Ringrazio i pochi, glisso sui molti, e piango.

Amore mio, sono un essere umano. E nulla, di tutto ciò che è umano, mi è estraneo. E, Amore, ricorda: “umanità è passione” — Honoré de Balzac. Una delle sue peggiori tragedie? “Rimandare il momento di cominciare a vivere” — Orazio. Il suo significato? “Essere contenti di noi stessi” — Pirandello.
Quindi, Amore, non dimenticarlo mai: anche io, persino io, sono umano. E, sai, anche quando incantavo il mondo, ero umano.
Quando riscrivevo record, ero umano.
Quando crescevo ragazzi senza nemmeno conoscerli, ero umano.
Quando ti correggevo, sempre senza acredine, ero umano.
Io. Il tuo punto di riferimento. L’idolo di centinaia di milioni di ragazzi. Proprio io, Amore mio, ero umano.

Il 27.
Sera.
Teatro.
Ne parlo. O meglio: ci provo. Mi assicuro che loro capiscano chi sei stato. Ti assurgo a esempio — e del resto è quel che sei, da sempre. Parlo della tua ossessione. Del tuo, inenarrabile, rifiuto della sconfitta. Delle nocche contro i muri. Dell’idolo che ti ha cresciuto, e del suo Nausea Game. Di come, senza te, Aléxandros e Holmes, mai sarei diventato questo. Mentre racconto del mio sacro cercando di non essere profano, mi vengono le lacrime agli occhi. Già versate. Già liberate. Già cancellate.
Le reprimo. O meglio: ci provo. Semplicemente, mi assicuro che loro capiscano. Voglio che tutti capiscano, ma non ho la forza di parlarne.

Sai, Amore, lui era nero. Proprio come me. E come Muhammad, il più grande di tutti. Quando venne ucciso, alle 18:01 del 4 aprile 1968, io non ero ancora nato. Ma le sue parole mi rimasero conficcate nel petto. “Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle”, diceva. E credimi, piccola mia, quel pastore aveva proprio ragione. Così come aveva ragione quel poeta — quello destinato a essere incompreso prima e sminuito poi — quando diceva che “A volte non hai il tempo di accorgertene, le cose capitano in pochi secondi. Tutto cambia. Sei vivo. Sei morto. E il mondo va avanti.”. E tu, piccolina mia, lo sai meglio di tutti. Avevi 13 anni. Anzi: 5019 giorni. 120432 ore. Una tragedia. Così dicevano, tutti. E se loro piangevano me, è solo perché non ti conoscevano abbastanza. Lo strazio di mamma, Amore: quello devi ascoltare. Lei sta impazzendo, piccolina. Ma noi, adesso, lo sappiamo. Certo, non possiamo dirglielo. Ma adesso sappiamo che quel tizio — quello che, pur non avendo scritto nulla, aveva cambiato il mondo aveva proprio ragione: “È l’ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti, fuorché a Dio.”. E, sai, aveva ragione, perché nemmeno noi lo sappiamo. Ma, anche se non lo sappiamo, abbiamo un vantaggio — che, curiosamente, è lo stesso che predicava lui: sappiamo di non sapere. E, piccola, sapendo di non sapere, ci perdiamo nel baluginio psicoattivo della conoscenza. Quella conoscenza — ricorderai — di cui mi ubriacavo regolarmente, insieme a quella virtù che cercavo di trasmetterti, a quella poesia che avevo composto, e a quel vino a cui non mi ero mai lasciato andare.

Il 28.
Mattina.
Scale.
La terzultima volta che la vedo. Stringo il braccialetto nero, quello dei lutti, al polso. Lei arriva. Le 11:33. Come sempre, la sento. Come sempre, aspetto che mi tocchi la spalla. Come sempre, le chiedo se le va un abbraccio. Questa volta, ed è la prima, scuote la testa piano. Si nega, e se ne scusa. Vorrei dirle che non è un problema, che va bene così, che sono grato di poter ancora essere nella sua vita. Non lo faccio. Chino leggermente la testa. Guardo a terra qualche secondo. Lei non dice niente. Lei sa.
Passano due minuti.
Stiamo camminando. Vicini. Veloci. Insieme. Penso a tutte le cose che ho sbagliato. A tutte le frasi che non ho detto. A tutti gli errori che ho commesso. A tutte le lacrime che ho versato.
Passano tre minuti.
Siamo seduti. La guardo. Mi chiede come sto. Le dico che sono sempre stato abituato a piangere, che negli ultimi mesi avevo contato più lacrime che secondi di vita, ma che questi ultimi tre giorni erano stati davvero troppo. Prima, le dico, almeno aveva un senso. Difficile da trovare, impossibile da accettare — ma almeno, le ripeto, un senso c’era. Questa volta, invece, no. Perché lui. Perché adesso. Perché così.
Glielo dico. Lei mi è vicina, lo sento. Ma mi è vicina da lontano, con una distanza emotiva mai sperimentata prima. Sento che è la fine. La vedrò solo altre due volte.

Amore, lo ricorderai sicuramente. Era il 30 novembre 2015. Quel giorno, anche se certo non era una novità, tutto il mondo parlò di me. Avevo appena annunciato il mio addio. In anticipo, ovviamente. In grande stile. Con una lettera dalla potenza inaudita. Con un testo, e un video, valsi l’Oscar. Oggi, a quasi cinque anni di distanza, fa quasi sorridere. Erano parole profetiche, piccolina — ma, ovviamente, non ne afferravo la loro reale portata. Quelle parole, Gigi, erano troppo anche per me. Però gli astanti premono perché le rilegga e, allo scintillio che qui attorno ci abbacina, non possiamo che rendere omaggio. E allora, figlia mia, ascolta: “rimarrò per sempre quel bambino | con i calzini arrotolati | bidone della spazzatura nell’angolo | 5 secondi da giocare. | Palla tra le mie mani. | 5… 4… 3… 2… 1…”.

Il 19.
Quasi dieci mesi dopo.
Sufjan in cuffia — poesia chiama poesia, parlando di poesia.
L’album è al minuto 46, al secondo 53. Death star si alza al cielo.
Penso a quanta perfezione ci sia, in questo mondo. A quanto meravigliosi siano certi istanti. A quanto sia sconvolgente la bellezza di ciò che ci circonda. A quanto indimenticabili, nel bene e nel male, siano certi attimi. Penso a quanta crudeltà ci sia, in questo mondo. A quanto devastanti siano certi momenti. A quanto sia atroce il dolore che ci circonda. A quanto inobliabili, nel male e nel bene, siano certi eventi.
Penso che perfezione e crudeltà siano la stessa cosa, e che la libertà si collochi in mezzo.
Le lacrime chiamano. Io non rispondo. L’ossessione richiama. Io la ascolto.
E poi, di nuovo, la colgo.
E sai, Kobe, è da te che l’ho imparato: non c’è grandezza senza ossessione. E quel Dio che lei non riconosceva, sai, lo aveva anticipato. Ti aveva anticipato. Lui aveva scritto, tu hai trasformato le parole in realtà. E allora, per l’ultima volta, ascoltalo:

“La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.”

Federico


3 risposte a "La perfezione allo specchio"

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  1. Io non seguo molto lo sport. Ma Kobe è stato per l’impegno sportivo e umano uno dei pochi di cui mi sono interessato. Per la capacità di emergere e per la capacità di cadere e riprendersi. Uno così non lo poteva distruggere se non uno schianto dall’alto del cielo. E’ strano come alcuni angeli del nostro tempo non salgano ma si precipitino sulla terra: forse per confondere i loro lacerti e il loro sangue con noi disgraziati terrestri.
    D’altronde chi potrebbe diventare angelo, messaggero, da una Terra così desolata? Quale cuore è ancora disponibile a far sgorgare un po’ di pietà?

    Quando mi pongo queste domande non può non tornarmi in mente una antica fiaba ebraica.
    -Perchè Dio a fonte di tanto male non incenerisce con il soffio del suo pensiero la terra e i terrestri?
    -Perchè fino a quando troverà cento giusti, non lo farà!
    -E se ne trovasse cinquanta?
    -Per quei cinquanta, sarà pietoso con tutti
    -Perdonami se ardisco. E se ce ne fossero solo quattro?
    -Dio è infinitamente buono. Guarderà il cuore dei quattro, tre, due giusti e salverà il mondo

    Credo che gli esempi servano a questo a darci fiducia nel fatto che fino a quando una piccola fiamma è accesa, non si può dire che ci sia il buio.

    Kobe è una fiammella lontana

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  2. La prima volta che sentii parlare di Kobe Bryant fu dal mio ex fidanzato. Non gli avevo dato importanza, solo qualche accenno di sorriso giusto per farlo contento essendo lui un appassionato di basket. Quando quella sera, durante la lezione di teatro, tu hai iniziato a parlare di lui e della sua ossessione per la perfezione non solo mi si sono sturate le orecchie, ma soprattutto mi si è aperto il cuore. In quel momento ho realizzato in che modo questa persona rappresentasse un modello, uno stimolo, un maestro di vita per tutti coloro che si pongono un obbiettivo puro e genuino da raggiungere. Grazie Federico per avermi trasmesso cosa sia stato e cos’è Kobe Bryant per te e per il mondo. Grazie.

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