Fuori il mondo

Oggi mi sento così. Cedevole e malinconica, brutta e triste. 
Devo buttare fuori il mondo, adesso lo faccio.

Vivere di scrittura — mi piacerebbe ogni tanto. La mia scrittura mi plasma, fornisce un ritratto di me che mi sconvolge. Ho bisogno di lei. Lei mi ascolta e mi consiglia. Voglio scrivere di imbarazzo, di brutte cose e anche di bellissime. Mi sento felice quando faccio così. Le mie dita sui tasti. Veloci, non lo sono mai.
Di cosa ti piacerebbe scrivere, Valeria? Di cosa sei capace? Nessuno ti giudicherà. La mia testa pulita. Com’è bello, ora, sentirmi innamorata. Come sembra banale scriverne. E dei traumi chi si occupa? Ma è molto più bello rivivere le emozioni belle. 
Se sono triste però scrivo. Scegliere cosa mostrare è la parte più difficile. Dopodiché, la metà del lavoro è già stata fatta. C’è qualcuno che aspetta e io non vedo l’ora. La mia schiena è tutta rotta. Ma la mia mente è nell’aria felice e nuvolosa. Che liberazione! Cara Amélie (A. Nothomb, Né di Eva né di Adamo), grazie per l’ispirazione. Chi l’avrebbe mai detto?

Sono pronta, devo trovare la frizione. E vai. La mia vita non è già segnata, è solo l’inizio.
Come fai a essere così bella la mattina? Com’è essere così bella? Bello. Ma anche no. Fatica, occorre una giustificazione. Io però mi amo, ed è giusto così — mi è stato detto. Che bello il cielo profondo della Provenza d’estate. Che bella la Puglia. Che bella sei tu. Grazie, lo penso anch’io. Ma certe cose non si possono mica dire. Io faccio complimenti e le persone non capiscono perché non aspetto che mi si facciano indietro. Voglio solo essere sincera.
Cosa posso dire? Quante domande devo ancora farmi per far partire il flusso di coscienza che mi serve?
Che bella questa vita. I libri invecchiati, accanto a me. Mi consigliano che la vita va usata. D’ora in poi farò sempre così. 

Ho imparato recentemente il valore delle mie percezioni. Solo esprimendole, diventano qualcosa di straordinario. Mi aspettavo che gli altri avessero sempre qualcosa di più da dire. Di più bello, di più formidabile, di più intelligente. Di più. Cosa vuol dire? 
Preferisco ascoltare piuttosto che parlare, e solo per questo mi sono sempre considerata una brava ascoltatrice, poi ho percepito che l’ascolto che riservo agli altri è superficiale quanto quello che riservo a me stessa. Allora ho iniziato a imparare qualcosa di più. 

Mi ritrovo ora a scrivere questi pensieri. Il rumore delle dita sulla tastiera va a ritmo con il mio flusso. Cosa dovrei scrivere che interessi a tutti? Niente si può scrivere in questo modo. Io scrivo come sono. Lo faccio per me. 

Mi torna in mente in questi giorni un film che mi commuove, Before sunrise. Lo vivo sottopelle. Lo scambio umano è semplice, leggero, a volte stupido, eppure profondo. E’ un film “romantico”, sì. Della dolcezza si è molto abusato; leggevo un libro che spiega l’origine antica del termine: è sempre stato considerato dolce ciò che procura gioia e appaga un desiderio umano; “Dolce era la terra migliore, un suono piacevole, un discorso persuasivo, una visione incantevole, una persona raffinata e la parte migliore di un tutto, tanto che Shakespeare chiamò la primavera ‘dolcezza dell’anno’”. Mi è scoccata dentro una scintilla. L’arte è dolce, nel senso vero del termine.
Ho sempre sottovalutato l’arte della scrittura perché è l’unica in cui mi sia mai sentita protagonista attiva; è una delle cose che più mi dà gioia e mi fa voler bene a me stessa, da quando qualcuno mi ci ha buttata dentro.

Ho un nodo alla gola, mi blocco e penso a quante cose inutili sto per dire. Non mi piace tutta questa esposizione. Però mi libera. E allora continuo.
Voglio parlare un po’ di quello che ho provato negli ultimi giorni. Vorrei riuscire a mostrare senza spiegare. Come Natalie (N. Goldberg, Scrivere Zen), che mi parla di scrittura.

Dicevo che la scrittura mi plasma perché tutti gli scrittori che ho letto plasmano la mia scrittura. Interrelazione stretta. Tutti amano sentirsi speciali. E tutti lo sono. Io però mi riconosco in quelli che mi ispirano. Non sono altro da loro; quando leggo Amélie, io sono Amélie. Quando leggo Natalie, io sono Natalie. Mi fondo con loro, e scrivo.
È molto semplice.
Se mi blocco, continuo. Mi spingo oltre finché non sono stremata. Voglio parlare di una cosa banale: l’amore. Si tratta sempre di fusione: io sono l’altro, ma sono sempre me. Non mi era ben chiaro il senso di descrivere quest’esperienza, ma adesso lo sento come un bisogno impellente. È dolce. 

Sento che il flusso è bloccato da detriti, devo ripulire il fondo. 

Alla base dell’amore c’è il sentirsi simili. Prima di innamorarsi, ci si sente in un certo modo superiori a chiunque. Essere altro da altro. Anche se ci si “innamora” in modo tossico; in questo caso ci si sente inferiori. In ogni caso si è arroganti.

Inizio a sentirmi immersa nel flusso, a essere guidata da me stessa nel parlare di qualsiasi cosa. 

Sono completamente a mio agio nel disagio. Mi sento stupida, ma estremamente sensibile. Il mio corpo è vibrante di emozione: è l’essere sempre più a contatto con me stessa. Non sto dicendo assolutamente niente di significativo. Però voglio riuscire a trasmettere, a chi non l’ha mai provato, che cosa sia scrivere. Dovevo parlare di esperienze interiori, questa è la cosa più grande che mi venga in mente. Poter parlare in questo modo da soli con se stessi e sentirsi purificati e stanchi. Sentirsi felici nella propria imperfezione e bruttezza – la bellezza di quest’emozione sovrasta il resto.

Rileggo quello che mi è uscito. Prima cancello. Poi lascio tutto come era prima. Mi accorgo che scrivere di getto tira fuori la verità. Non una verità assoluta (non è vero che mi sentivo brutta e triste prima di iniziare a scrivere), ma una verità relativa a quel preciso momento: nell’istante in cui ho scritto malinconica, mi sono sentita brutta e triste perché potevo dire sicuramente qualcosa di più interessante. Non sempre però si è interessanti. Si è per lo più noiosi e ripetitivi. Scrivendo anche di questo, sono sincera. Mi serve per andare più a fondo e tirare fuori qualcos’altro. 
Non si può aspettare l’ispirazione. C’è una corazza di tristezza e banalità che ricopre la vita, e questa va sfondata. Si può fare in ogni momento. Ci si siede e si decide di farlo, anche quando ci si sente aridi. Sentirsi aridi è un’ottima scusa per non fare niente. 

Valeria

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